Live Report: Julie's Haircut all'Estragon - Bologna Live report, 24/04/2009

08/05/2009 di

(Foto di Fabio Stefanini)

Che i Julie's avessero più di un'anima, una sola faccia - per non dire un'unica nazionalità a cui fare riferimento – era chiaro. Lo dice la loro discografia e i 10 anni spesi a cambiare genere continuamente, e a guardare in più direzioni possibili. "Our secret ceremony" può essere considerato una summa di tutto questo. L'hanno presentato dal vivo a Bologna, insieme ai Les Fauves. Sara Scheggia racconta.



Potevamo essere in un club di Kreuzberg o in una grande music hall di qualche città inglese. E non è una considerazione da filosofia del non-luogo, da globalizzazione indie rock che ci fa tutti un po' uguali, come pubblico: eravamo all'Estragon ma, a parte l'umidità del Parco Nord, di italiano c'era ben poco.
Questo è il primo pensiero che ti arriva, appena comincia il set dei Julie's Haircut. "I grandissimi Julie's", come li presentano i conterranei Les Fauves, che hanno spianato la strada aprendo il concerto. Il secondo è che la serata è gratuita e, in fin dei conti, il grosso spazio bolognese è abbastanza pieno per un live tutto italiano, decisamente altro che mainstream nell'ambito della scena indipendente nazionale. Poi leghi i due pensieri mentre il primo pezzo, che preannuncia una scaletta quasi tutta incentrata (doverosamente) sul nuovo "Our secret ceremony", comincia già a sfilare via, e un po' ti incazzi perché sai bene che se sul palco ci fosse stata una qualsiasi band anglofona, il pubblico sarebbe stato ben più folto. Ma l'epoca dei cattivi pensieri passa in fretta: ci pensano loro a spazzarla via. C'è da perdersi un po' tra tutti i suoni: sembrano accatastarsi gli uni sugli altri, una matassa che sembra indefinibile, ma che in realtà basta concentrarsi un attimo per capirla. Per capire che dietro c'è un disegno preciso e bello, che c'è talento ed esperienza, che ci sono idee (tante). Poi arriva "The devil in Kate Moss", che, anche col rischio di essere banale e ripetitiva, posso dire con certezza che è un pezzo geniale, che ti si insinua dentro e non ti molla, ti fa ballare e sperare che non finisca più. Mi viene quasi voglia di abbracciarli tutti, i ragazzi che sono sotto il palco ad applaudirli, perché si vede che apprezzano, capiscono, sostengono. Non ho letto il testo, e non capto molte parole, mi rimane sempre il dubbio su Kate Moss e 'sto diavolo che, anoressia e Pete Doherty a parte, non ho ben chiaro chi possa essere.

I miei accompagnatori, che pure non sono neofiti del genere, mi sorprendono con un paio di domande. "Ma io li ricordavo più scanzonati". "Ma scusa, i Julie's non facevano qualcosa di più pop?". Glisso, penso che in realtà ne hanno fatte tante di cose, nei loro non-so-più-quanti-dischi (o Ep), mi riconcentro e mi perdo in una vaga atmosfera pischedelica. Che si trasforma in qualcosa di molto elettronico, per poi riprendere una forma più riconoscibile, quasi funk.
Ad un certo punto arriva un sassofono, che scorazza sul lato sinistro del palco e fa incursioni spesse, molto libere, talmente free che a tratti sfiora la cacofonia, anch'essa, però, ragionata e dosata con la giusta pazienza. "Origins" rapisce un po' tutti, è martellante, dal vivo più che su disco. Da mettere il cervello in standby.

Non si capisce bene cosa succeda sul palco, sembrano delle torce da campeggio. Giochi di luci, di ombre, da lontano sembrano quasi candele. Passa qualcuno vestito di bianco (l'avrò sognato?), e ormai il dado è tratto: è la nostra cerimonia segreta. Già. Per pochi intimi, allargati ad un centinaio scarso di ascoltatori molto attenti, che hanno capito che è un po' come se fossimo in un sottoscala londinese, con una next big thing tra le mani, o ad uno qualsiasi dei festival per cui d'estate si girovaga per l'Europa, con davanti una grande band, di nicchia. Come se: e infatti loro sono di Sassuolo e noi siamo semplicemente a Bologna. Fuori però piove, o poco ci manca. Magari siamo davvero a Londra e non ce ne siamo accorti. L'unica certezza è che disco e concerto si meritano dei gran applausi: quelli sì che sono uguali in tutto il mondo.



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