L'Eurovision può alterare gli equilibri diplomatici dell'Unione Europea?

Jamala eurovisionJamala eurovision
16/05/2016 di

Ad occhio e croce, di canzoni pop capaci di scatenare una così ampia bagarre politica non se ne aveva notizia da un bel po'. Certo è che il pezzo di Jamala, "1944", si distingueva già di suo dal grosso di hit conservate in naftalina e servite negli scorsi giorni a Stoccolma per la 61^ edizione dell'Eurovision Song Contest.
I suoi produttori hanno avuto quantomeno l'accortezza di ascoltare qualche disco negli ultimi dieci anni, e gli echi di Burial e Jamie XX nell'arrangiamento ne sono la riprova, seppure sottomessi a timido contorno del vocione dell'artista nata sugli altopiani del Kirghizistan, cresciuta in Crimea e sbocciata artisticamente a Kiev.

Il brano è il riflesso del suo passato geograficamente così intenso, e in particolar modo di quello della sua famiglia paterna, vittima della Sürgünlik, il rastrellamento voluto da Stalin ai danni degli abitanti di etnia tartara in Crimea. Una vicenda che giace ancora come una ferita aperta per la popolazione crimeana, e brucia ancora di più dopo la contestata annessione di quei territori alla Russia, avvenuta solo due anni fa.

A Mosca, quel testo che andava a scoverchiare una pagina di storia che era meglio tacere, non piaceva già alla vigilia del concorso, e le reazioni succedutesi al suo trionfo erano facili da prevedere, in particolar modo alla luce del terzo posto del beniamino di casa Serghey Lazarev. C'è chi ha parlato di "politica che ha sconfitto l'arte", come il senatore Frantz Klintsevich, e chi come Elena Drapeko, presidente del comitato cultura russo, sostiene che la vittoria del pezzo di Jamala "È la conseguenza della guerra mediatica contro la Russia, della sua demonizzazione, tra doping e aerei che sconfinano". Ma Jamala insiste nel ribadire che il suo brano è scevro da ogni tipo di sottotesto politico: "La mia musica parla la lingua dei sentimenti, e nella politica non esistono sentimenti".

Il pop è ancora capace di alterare dei delicati equilibri diplomatici? Sembrerebbe di sì, nonostante la vetrina in mondovisione dell'Unione Europea avesse come sottotitolo quest'anno, per paradosso non desiderato, "Come Together", un invito a restare uniti nel mare magnun di tensioni legate al flusso dei migranti e alle crescenti spinte nazionaliste.

Eppure, a fronte di questi proclami, l'Eurovision rischia di diventare sempre di più un campo di battaglia politico. Nella semifinale di martedì la cantante armena Iveta Mukuchyan ha mostratto in diretta la bandiera del Nagorno-Karabakh, una regione che è ufficialmente sotto la giurisdizione dell'Azerbaijan ma che attualmente è controllata dalle forze separatiste armene.

E tutto questo nonostante, alla vigilia dell'evento, l'European Broadcasting Union avesse avvertito gli artisti di non usare le bandiere come degli strumenti politici. La regola generale vuole che solo le bandiere nazionali dei paesi partecipanti possano essere ammesse all'evento, con due piccole eccezioni: la bandiera stellata dell'UE, ovviamente, e la bandiera arcobaleno dei movimenti LGBT.

Ma gli stessi funzionari dell'EBU sono stati colti abbastanza in contropiede quando un loro documento interno, che recava tutti gli esempi di bandiere vietate, è stato trafugato e pubblicato on-line. Nella lista le bandiere dei Paesi Baschi del Kosovo e della Palestina sono messe in elenco accanto ad altre bandiere a cui è associato tutt'altro tipo di significato politico, come quella dello Stato Islamico.

Un ampia fetta di pubblico si è detta offesa dal gesto e dall'idea che le bandiere dei loro territori venissero menzionate nello stesso contesto assieme a quelle di organizzazioni terroristiche. Le scuse dell'EBU non si sono fatte attendere, ma la frittata era già stata fatta. E l'Europa aveva perso ancora una volta, con merito, l'occasione di fare bella figura davanti al mondo.

Tag: opinioni politica

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