Un modo nuovo di ascoltare la musica, lontano dalle playlist

26/02/2016 di

È innegabile, soprattutto per noi cresciuti negli anni novanta, che l’immane mole di musica a disposizione ovunque e sempre, perlopiù gratuita, ci scaraventi in una paradossale situazione di stallo: cosa ascoltare, quando e quanto, e come muoversi tra playlist a tema, consigli random, novità su novità che sembrano moltiplicarsi ogni giorno senza soluzione di continuità?

Un tempo, quando ci si riferiva all'ascolto di musica, si presumeva che l'ascoltatore si immergesse totalmente in un disco, magari ascoltandolo più volte, senza distrazioni di sorta. Ora semplicemente questa cosa non esiste più: ascoltiamo musica mentre andiamo al lavoro, mentre facciamo le faccende di casa, o impegnati in ogni tipo di attività. Siamo capaci di ascoltare centinaia di volte una canzone senza mai soffermarci su cosa dice il testo. L’enorme offerta che ci si presenta davanti spesso spinge anche a meccanismi di pigra routine: quante volte ascoltiamo lo stesso gruppo per giorni, solo per non sforzarci troppo a inseguire realtà più fresche e mai sperimentate?

Questo però non vuol dire che siamo più lontani dalla musica, o peggio che la ascoltiamo male: di fatto ora la musica è letteralmente ubiqua e gratuita, e il nostro attaccamento e dipendenza ad essa sono cresciuti esponenzialmente. Le playlist create dagli algoritmi sulla base dei nostri gusti e delle nostre abitudini di ascolto sono spesso ottime e soddisfacenti soluzioni, ma ci può essere un'altra maniera di orientarsi in questo mare magnum di musica che abbiamo a disposizione ogni giorno.

Ben Ratliff, storico critico musicale del New York Times, prova ad indicarci la luce col suo nuovo libro “Every Song Ever”, recensito pochi giorni fa sulle pagine del New Yorker: il suggerimento che Ratliff offre nel suo libro è innanzitutto quello di eliminare completamente le distinzioni in base al genere e allo stile. Il libro racconta venti diversi modi utili ad ascoltare e analizzare una canzone, molti dei quali – profondità e densità, per esempio – sono semplici e abbastanza intuitivi. Venti capitoli dal titolo tanto esplicativo quanto privo di reali confini, come velocità o immobilità o ancora virtuosismo, che mettono insieme artisti distanti nel tempo e nello spazio, in una maniera diversa e spiazzante proprio perché molti accostamenti non erano mai stati fatti prima, in base ai vecchi canoni di distinzione fra i vari sound. Ad esempio, per quanto riguarda il virtuosismo, “va da Sarah Vaughan e Art Tatum ai video di youtube dove ragazzini fanno shredding con chitarre elettriche”, o ancora, scoprire che la lentezza nella musica per Ratliff “invita alla reciprocità: spinge l’ascoltatore a riempire gli spazi con contenuti propri, siano associazioni o movimenti o risposte emotive”.

Una riflessione curiosa e utile di questi temi per molti motivi: uno tra i tanti è che i suoni della musica oggi sono difficilmente descrivibili con il nostro vocabolario, spesso non sappiamo nemmeno come viene prodotto un determinato suono, e c'è il rischio che le questioni riguardanti i "generi" musicali suonino antiquate e inadeguate.

Un altro è quello di provare ad approcciarsi alla musica senza l'aiuto di un calcolo matematico, ma con un po' di "fantasia umana": modificando i parametri su cui basare i propri giudizi, "Every Song Ever" stimola il lettore a utilizzare sistemi di apprendimento (e apprezzamento) differenti. In questo flusso continuo di musica che pare avvolgerci, tra modalità di ascolto e fruizione in costante cambiamento, ovviamente ogni tipo di riflessione può apparire corretta per un lasso di tempo sempre più breve e forse, tra pochi anni, apprenderemo strategie di ascolto migliori, rendendo il libro una curiosa visione di un’epoca passata. Per ora, se ci va, possiamo affidarci alle playlist con cui Ratliff chiude ogni capitolo, ricordandoci che “non è necessario esaminarla tutta se tu non vuoi. Puoi semplicemente correre dietro a qualunque cosa ti piaccia, finché non avrai voglia di correre dietro a qualcos’altro”.

 

 

Tag: opinioni streaming libro

Commenti (1)

  • lipap 26/02/2016 ore 14:47 @lipap

    Abbastanza bella come idea.
    La classificazione in generi della musica, secondo me, in realtà, è molto utile ma dovrebbe essere usata in modo più equilibrato e tranquillo. Ad esempio io dico di ascoltare progressive, punto. Non "progressive rock, progressive metal, scena di Canterbury, neoprogressive, avant-progressive, zeuhl, progressive death metal...". Le classificazioni troppo restrittive sono inutili, ridicole e spesso rappresentano male un musicista o una band. Se un musicista ha uno specifico genere, dite qual è il genere. Se tocca diversi generi, lasciate stare la solita classificazione e ascoltatevelo semplicemente.

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