Fabi Silvestri Gazzè - Compagni di scuola, compagni di niente

Fabi Silvestri GazzèFabi Silvestri Gazzè
06/05/2014 di

Il 25 aprile è uscita la prima canzone a firma “Fabi Silvestri Gazzè”, intitolata "Life is sweet". Si tratta, qualitativamente parlando, di un brano nient'affatto imprescindibile che ha però in sé il pregio molto raro nelle canzoni scritte a più mani: quello di rappresentare perfettamente, di strofa in strofa e di cantato in cantato, le tre anime musicali diverse eppure assai affini dei suoi tre autori, simboli di una generazione musicale che festeggia ormai i vent'anni.
"Life is sweet" anticipa un album che uscirà a settembre, dando forma alla prima collaborazione a tre di questi amici e compagni di uno stralcio importante di storia della musica d'autore italiana, abituati da sempre a dividere palchi, dapprima minuscoli e poi giganti, e a collaborare spesso in coppia.

La storia dell'incontro tra Niccolò Fabi, Max Gazzè e Daniele Silvestri ha riverberi lontanissimi e ricorda quella dei loro predecessori Francesco De Gregori e Antonello Venditti – a cui aggiungiamo Ernesto Bassignano e Giorgio Lo Cascio. Così come questi ultimi si incontrarono sul palco del Folkstudio, Fabi, Gazzè e Silvestri si conobbero artisticamente sotto i riflettori de il Locale di vicolo del Fico, sempre a Roma; un bar, un posto lungo e stretto situato tra piazza Navona e Campo dei fiori.
Il Locale, nato nel 1993 da un gruppo di ex compagni di Liceo - Giorgio Baldi, Alberto Molinari e Andrea Marotti – e chiuso alle soglie del nuovo millennio, aveva molto in comune con il suo papà Folkstudio. In primis, alla base c'era il desiderio di dare la possibilità a nuovi autori di cantare su un palco e misurarsi con un pubblico attraverso i propri pezzi, una politica contraria alle tribute band e sempre desiderosa di misurarsi con le novità artistiche della città e del Paese. Esattamente come accadde al Folkstudio negli anni '70 poi, il Locale divenne negli anni '90 un vero luogo di scoperta, un osservatorio perfetto per discografici e giornalisti in un momento in cui youtube, il web e il marketing virale sembravano ancora lontanissimi e la realtà tangibile rappresentava il solo modo di incrociare nuovi talenti, coltivarne il lavoro e magari offrire loro un contratto. Tempi ormai perduti di major discografiche ancora in fiore e di sogni artistici autenticamente realizzabili, tempi in cui l'indie italiano esisteva di traverso ed era rappresentato da autori che potevano destinare la propria carriera a riempire piano piano i palazzetti dello sport, pur mantenendo una propria identità artistica e persino politica realmente indipendente.

Sono storie molto affini quelle di Fabi, Silvestri e Gazzè: nati tutti e tre a Roma tra il 1967 e il 1968, di formazione ed estrazione profondamente borghese, una familiarità diretta con il mondo dello spettacolo, studi classici i primi due e un po' diversi Gazzè, cresciuto in Belgio dove coltiverà studi linguistici e musicali (pianoforte e basso elettrico) e molto precocemente inizierà a esibirsi dal vivo. I tre si incontrano a Roma ancora lontani dai rispettivi successi: Gazzè è già ricco di esperienze come produttore, arrangiatore e bassista tra Francia e Paesi Bassi, mentre Silvestri e Fabi sono destinati a farsi notare a breve dalla stampa musicale a pochissimi d'anni di distanza l'uno dall'altro, il primo grazie a una Targa Tenco per il miglior esordio ("Daniele Silvestri", 1994) e al premio Volare per il miglior testo letterario al Festival di Sanremo (tra le nuove proposte con "L'uomo col megafono", 1995) e il secondo grazie al premio della Critica - sempre a Sanremo ma nel 1997 con "Capelli".
Intorno a questi tre nomi gravita un vero e proprio circuito di persone, amici e collaboratori che col passare del tempo non abbandoneranno mai l'impresa, in primis Riccardo Sinigallia, recentemente uscito con uno straordinario album di inediti, “Per tutti”, invero poco sorprendente vista la quantità di brani eccezionali portati al successo proprio da Fabi, Gazzè e Silvestri che lo hanno visto di volta in volta presente come co-autore, arrangiatore e produttore. Ci sarà il suo zampino silenzioso in "Lasciarsi un giorno a Roma", prima grande hit d'autore di Niccolò Fabi che risulta ancora oggi qualitativamente irreprensibile, così come in "Rosso" e in "Vento d'estate" che spopolerà nell'estate del 1998 e vedrà per la volta insieme, in termini discografici, Fabi e Gazzè.
È Riccardo Sinigallia che presenterà alla Virgin Niccolò Fabi, lavorerà anche a "Cara Valentina", il bellissimo pezzo-lancio di Gazzè, inciso nel suo secondo disco “La favola di Adamo ed Eva”, album che lo renderà noto al grande pubblico.

Sono diverse le strade d'autore percorse da questi tre cantautori romani: Niccolò Fabi sceglierà una via intimista, musicalmente sempre più raffinata, in grado di mettere a segno pezzi sempre meno pop in senso ludico e sempre più precisamente autoriali, guadagnandosi consenso crescente e mantenendo una posizione di rilievo tuttora inespugnabile nel panorama italiano. Il suo ultimo lavoro “Ecco” del 2012 vincerà la Targa Tenco come miglior album, configurandosi come ultimo di una serie di successi tra cui due dischi ("Niccolò Fabi" e "Dentro") tradotti e ricantati per il mercato spagnolo.
Daniele Silvestri si muoverà invece su un repertorio più eterogeneo che vasto nell'arco di vent'anni e cinque album in studio – di cui uno doppio, “Il dado”, considerato tuttora il suo masterpiece – attraverserà il pop rock nostrano giocando molto spesso con i generi, solcando traiettorie sentimentali e di racconto sociale, muovendosi tra divertissement, disco music e suoni dalle origini sudamericane, raccontando vicende politiche e sociali italiane e non: tutto questo utilizzando l'ironia come cifra stilistica profonda, che si parli di mania per il gratta e vinci ("Monetine") o di mania per Silvio Berlusconi ("Che bella faccia"), di latitanza e fughe nei paradisi fiscali ("La paranza") ma pure di omosessualità ("Gino e l'Alfetta") o d'amore ("Il flamenco della doccia", "Le cose che abbiamo in comune", "L'Y10 bordeaux", "Amore mio"). Quello di Daniele Silvestri sarà un viaggio musicale lungo, stratificato, felicemente coerente ancorché non sempre eccezionale (“Il latitante” del 2007 è senz'altro un gradino sotto a ogni altro suo lavoro).
Una fan base capace di ampliarsi col tempo e con le novità, fedele di una fedeltà che si porta solo ai grandi cantautori della prima ora e oggi difficilmente dura più di un paio di stagioni troverà in Silvestri un cantautore politicizzato, sempre capace di leggerezza nei propri testi senza mai scadere nella superficialità.
Max Gazzè percorrerà a sua volta un'altra strada, quella filastrocchesca e pop, giocosa, avvalendosi del grandissimo talento del fratello scrittore, Francesco Gazzè, autore dei suoi testi spesso densi di materia letteraria, poetica, scritti in una forma articolata sempre molto precisa, evidentemente frutto della mente e della sensibilità di chi, nella vita, si occupa di parole. Bassista di straordinario talento, Max Gazzè comporrà nove album dal 1996 al 2013, parteciperà numerose volte al Festival di Sanremo, sempre con brani di grande raffinatezza (ultimo tra tutti l'escluso dall'edizione 2013, "I tuoi maledettissimi impegni"). Lo stile di Gazzè, soprattutto per i testi sempre di altissimo livello e per la cura degli arrangiamenti, risulta inconfondibile e senza eredi, avvolto in una scrittura poetica che si avvale della metrica e della sintassi in maniera inconsueta e che si fregia spesso di contenuti alti ("Non era previsto", "Il debole fra i due", "Cara Valentina", "Edera", "L'amore pensato").


(foto di Simone Cecchetti)

Al di là delle singole tensioni artistiche che vedono dunque questi tre giovani fan dei Police militare nel cantautorato italiano degli ultimi vent'anni con una propria precisa identità, oggi ha senso considerare il loro come l'ultimo passaggio nella storia della musica italiana di un'idea di laboratorio artistico, compositivo.
Fabi, Gazzè e Silvestri sono gli ultimi scrittori di pop italiano che hanno potuto contare su un sistema, un circuito, una factory musicale e artistica che hanno loro stessi contribuito a creare. Così come accadeva a Milano negli stessi anni ma in misura assai mento nota ai media nel gruppo di autori legati a Morgan e ai Bluvertigo (Soerba, La Sintesi, e gli oggi solisti Luca Urbani e Lele Battista) – a Roma prendeva piede una vera e propria scena, un 'giro' nell'accezione più pura e autenticamente creativa del termine.
Con l'arrivo degli anni 2000, mentre le carriere artistiche di questi autori, a Roma come a Milano, si avvieranno lentamente dalla fase di affermazione a quella della perdita dell'interesse da parte di un pubblico giovane, si perderà un po' alla volta anche l'approccio comunitario alla creazione in campo musicale.
La musica d'autore italiana, oggi, vive infatti separata da sé stessa: sembrano non esistere, salvo rarissimi e comunque sporadici casi, veri laboratori musicali simili a quello nato in quegli anni intorno al Locale e nessun luogo in Italia, da allora, è riuscito a creare attorno a sé un'idea di aspettativa artistica e di circolo artisticamente virtuoso.
Quello che Bugo nel 2008 ha chiamato “il giro giusto” appare dunque come la deriva realizzata di un'idea di 'giro' creativo che fu, e che risulta invece oggi del tutto perduta negli incroci delle strade individuali percorse dai musicisti italiani. Allo stesso modo, e questo vale in senso stretto soprattutto per Silvestri e Fabi, quella romana degli anni '90 è stata l'ultima scena musicale italiana in grado di permetterci di utilizzare ancora l'ormai vetusto epiteto di “cantautore impegnato”.
L'idea di impegno, certo, era cambiata come da copione storico in ovvia evoluzione, ma esisteva ed esiste ancora negli ultimi lavori di questa generazione di autori un interesse profondo a rimanere più o meno esplicitamente legati al racconto sociale, alla narrazione del proprio tempo, nuotando non solo nella propria intimità ma pure nella storia e nella società, e soffermarsi sul nostro passato e presente politico.
Daniele Silvestri in questo senso è ancora oggi attivissimo, e attraverso i suoi testi riesce a portare avanti con una cura sempre vivace e contemporanea il racconto di vicende come quella di Paolo Borsellino ("L'appello", in "S.C.O.T.C.H.", 2011) episodio ultimo di una tradizione di racconti storico-politici partiti da una schieratissima ode a Ernesto “Che” Guevara ("Cohiba", in "Il dado", 1996) che negli anni ha reso Silvestri una presenza fissa delle feste della perduta Liberazione e dell'Unità.

Niccolò Fabi, nel 2007, ha partecipato al Progetto per il Darfur in Sudan impegnandosi sempre in prima linea, contribuendo attraverso concerti organizzati a scopo benefico alla costruzione di 20 scuole in Sudan e un ospedale in Angola. Proprio durante un viaggio in Sudan organizzato da Fabi – oggi attivista dell’organizzazione non governativa Medici con l’Africa CUAMM – i tre autori hanno deciso di iniziare a lavorare al progetto a sei mani che vedrà la luce quest'autunno. Sebbene queste attività non appaiano direttamente legate a quelle artistiche, l'impegno sociale e politico che ci si riversa da sempre deve evidentemente moltissimo ad un reale impegno sul campo.
L'idea perduta, oggi, sembra dunque essere quella di un cantautorato che sta nella Storia, fuori e dentro la propria nazione, contrapposta a quella di artisti nei quali si riconosce invece il desiderio di rendersi distanti il più possibile dalla realtà. Quella realà con cui, storicamente, si scrivevano le canzoni.

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