Che cos'è un dj? Risponde Fabio de Luca Rubrica

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21/01/2016 di

Fabio De Luca è uno dei protagonisti del prossimo Better Days Festival, il 30 e il 31 gennaio presso la Santeria Social Club di Milano, per cui verrà chiamato ad intervistare Dave Haslam. Quale migliore occasione per coinvolgerlo nella nostra rubrica “Che cos’è un dj?” dedicata al mondo del clubbing?

Partiamo dalla domanda principale di questa rubrica: che cos’è, per te, un dj?
Spesso cito cosa mi ha detto, circa una dozzina di anni fa, Dimitri From Paris. Per lui il dj è “la persona che ha dietro di sé una cassapanca contenente tutta la musica del mondo mentre davanti ha della gente che vuole divertirsi”. Il dj è quello che fa funzionare la matematica tra queste due variabili ottenendo qualcosa di possibilmente divertente, interessante e - quando uno è molto bravo - memorabile.

Ti offendi se ti definisco un dj da matrimonio?
(ride) Al contrario, è un concetto a me molto caro. Uno dei più grandi teorici del djing, Frank Broughton, dice che il dj da matrimonio è una figura davvero importante. Io addirittura arrivo a sostenere che per qualunque dj - anche Jeff Mills - la vera pista su cui mettersi alla prova è quella di un matrimonio. Sono capaci tutti - non è vero, ma passami l’esagerazione - di fare una bella figura al Fabric di Londra se hai i dischi di Jeff Mills. Prova invece una dancefloor dove ci sono i nipotini, le nonne, la sposa e gli amici dello sposo che magari sono dei fanatici della techno; un dj veramente bravo lo vedi quando è costretto ad essere eclettico e misurarsi al di fuori dalla sua comfort zone. Per questo mi piacciono le serate di almeno cinque ore di durata: ho lo spazio per iniziare, continuare e chiudere un discorso.

Da come lo descrivi in “Discoinferno” - il libro che hai scritto insieme a Carlo Antonelli sulla storia del ballo in Italia - sembra che all’inizio il dj non fosse poi così importante. Contava come era fatto il locale o, più ancora, il motivo politico per cui la gente andava a ballare.

All’inizio sì, sicuramente. Cecchetto diceva che quando ha iniziato a fare il dj, quindi parliamo del ’75, il dj era sullo stesso piano del guardarobiere. La sua consolle, infatti, era posizionata in un angolo del guardaroba, tutt’altro che al centro della sala. Era assolutamente in basso nella catena alimentare. E direi che era così anche all’estero.



(Claudio Cecchetto e Amanda Lear negli anni '80)

Il De Luca da matrimonio come si inserisce in questo contesto? Sei uno che, come Cecchetto, ama vedere la gente ballare e mette la musica che tutti vogliono sentire, oppure fai una mediazione tra il tuo gusto e quello della sala?
Ogni dj cade in un punto differente di questa scala di gradazioni. Cecchetto in realtà è Berlusconi, ha un bisogno biologico di piacere alla gente che va al di là del successo economico. È un successo, se così vogliamo chiamarlo, politico: ha bisogno di sentire l’affetto concreto della gente in pista. Lui l’ha fatto in maniera creativa perché ai tempi non aveva altri modelli a cui rifarsi, in più ti metteva anche “Trans Europe Expresse" dei Kraftwerk pur sapendo che era un pezzo difficile. Il Cecchetto degli inizi era un innovatore, poi è diventato l’imprenditore che conosciamo tutti. Rispondendo alla domanda, un dj da matrimonio ha delle regole da seguire ma quello bravo riesce sempre a trovare la sua collocazione. Un dj bravo lo riconosci anche quando mette i pezzi commerciali.

Commerciale in senso negativo?
Commerciale non è una parolaccia. La musica commerciale, ovvero quella che incontra il gusto di molte persone, che si tratti di una singola canzone o di un’intera carriera, non ha un’accezione negativa. Lo diventa quando, specialmente nel campo della musica da ballo, è prevedibile: quando è evidente che dietro ad un pezzo ci sia la volontà di seguire la moda del momento. Anche all’interno di una carriera sorprendente ci possono essere momenti più prevedibili: lo stesso Bowie, di cui stiamo parlando fin troppo in questi giorni, ha avuto dei punti prevedibili; ovviamente ne anche avuti altri in cui era più che un innovatore, era un importatore di verità sconosciute.

Uno dei discorsi più frequenti sul ruolo moderno del dj riguarda la distinzione con l’entertainer: Guetta e Coccoluto fanno lo stesso mestiere?
Tecnicamente è lo stesso mestiere. Non mi dà fastidio che Guetta si definisca dj, se è questo che intendi. Io credo che i dj commerciali veramente bravi - e sappiamo tutti quali sono - abbiano un mondo interiore e un archivio di ascolti molto più ampio di quello che, in realtà, danno a vedere. È un po’ come Magalli: è evidente che faccia degli show terrificanti ma ogni volta che lo vedi, o lo senti parlare in radio, capisci che c’è dietro un mondo di cultura, di sensibilità, che va oltre quello dello scemissimo programma che sta facendo in quel momento. Magari è un paragone un po’ estremo ma ha un suo senso. Ed è bello anche quello. È comunque interessante.

(Giancarlo Magalli negli studi di Radio2)

Nei tuoi set non giochi quasi mai la carta trash/revival, alla Spazio Petardo per intenderci.
(ride) Devo dire che anche io, in alcune occasioni, ho ceduto. E cedo tutt’ora: in valigia ho un edit di “Maledetta primavera” di Loretta Goggi, è la versione che hanno messo quelli di Torretta Style in una loro compilation una decina di anni fa. Quando, nella seconda metà degli anni ’90, è nato Torretta Style a Roma e Spazio Petardo a Milano, era un fenomeno molto interessante perché eravamo in momento pre-internet. Non c’era, di fatto, un database dove ritrovare le sigle dei cartoni o delle pubblicità della tua infanzia. Petardo e Torretta erano gli unici luoghi dove ascoltare certi frammenti rimossi dalla nostra mente. Magari avevano già dei tratti banali e ripetitivi ma non era semplicemente trash: nei set di Torretta si mischiava anche il surf, o il northern soul, era veramente un percorso emotivo complesso e molto raffinato. C’è stata poi una degenerazione, come spesso capita quando un’intuizione buona viene ripresa su scala industriale diventando ripetitiva. Si è arrivati a serate trash dove si ascolta solamente Lorella Cuccarini e quello è noioso, prevedibile. Dimmi se manca qualcosa nel mio ragionamento.

Manca il fatto che, in fondo, è divertente.
Certamente. Massimo rispetto: chi vuole quello è giusto che abbia quello, non c’è bisogno di dirlo. È un qualcosa di molto facile: è come “Don Matteo”, è intrattenimento fatto benissimo con attori a loro modo strepitosi. Ma è una cosa molto semplice, se vuoi la cosa più complessa vai a vedere la seconda serie di “Fargo”.

E l’aspetto liberatorio non lo metti in conto? Come quelli che vanno vedere Zalone perché si sono fatti due palle così a sentire l’ennesimo discorso su Bergmann.
In realtà i grandi discorsi teorici - e io ho la mia buona parte di colpa - sono stati fatti sul trash, sulla retromania, sul recupero, critico o meno, della musica degli anni ’90. Secondo me esiste un paese reale che ha dei gusti molti semplici e facili e poi c’è una parte di segaioli, tra cui io mi ci metto molto volentieri. Casomai è interessante vedere come, essendoci stato un ricambio generazionale, gli anni ’90 abbiano preso posto agli anni ’80. Il grosso del pubblico di adesso è sotto i 35 anni e quello che ora fa scattare l’interruttore della nostalgia è “The rhythm of the night” e il Deejay Time. Le cose anni ’80, che fino a 7-8 anni fa erano trash, adesso sono viste come qualcosa di vecchio e cool.

(Il Deejay Time)

Tu che rapporto hai con l’eurodance anni ’90?
Ai tempi ero già un po’ più grande, mi smuovono più le cose anni ’80, magari quelle un po’ oscure. Mi piaceva moltissimo Albertino: lo trovavo - e lo trovo tutt’ora - uno dei conduttori più bravi, più innovativi e più capaci. Sapeva far passare messaggi complessi utilizzando un linguaggio molto universale e facile. Allo stesso modo proponeva musica molto difficile insieme a cose molto commerciali. Io i Daft Punk li ho conosciuti al Deejay Time, per dire.

Mentre la musica in sé, le tastierone o il dighi bon dighi bon di Ice Mc, non ti prendevano?

Mi affascina il fenomeno sociologico. Il fatto che ci fosse un mondo discografico poco conosciuto ma incredibilmente attivo - a Brescia, piuttosto che a Milano o a Riccione - che produceva successi clamorosi arrivando dalla provincia italiana. Mi affascina moltissimo - ed è il cuore di “Discoinferno” - la plasticità di quei dischi, il loro essere senz’anima.

Esagero se dico che la dance - per quanto puzzi della provincia italiana più buia e profonda - è la nostra musica meno provinciale in assoluto perché aspirava ad un mercato estero?
È un discorso interessante. È vero quello che dici ma lo è anche il suo contrario. Negli anni ’70 sicuramente era così: le produzioni di Mauro Malavasi, che prendevano Luther Vandross come cantante, avevano una visione incredibilmente internazionalista della musica da ballo. Coglievano esattamente quello che era il DNA della dancefloor e lo ricostruivano in un laboratorio che era italiano ma che, poi, si appoggiava anche a studi di New York o di Los Angeles. Gli anni ’80 e ’90 furono l’esatto contrario: la musica che arrivava dall’Italia era molto provinciale, era musica nata grazie al suonino trovato per caso sul synth comperato dall’amico più ricco. Tutte le hit che ti vengono in mente - tolte quelle di Cecchetto che invece erano davvero costruite a tavolino - nascevano da un arpeggio uscito per caso. Erano molto provinciali, rappresentavano il suono della povertà, della provincia, del terzo mondo (ride), ma riuscivano a intercettare una grandeur… Pensa ai Gazebo, facevano una musica molto povera ma che, non si sa come mai, aveva una visione affascinante, piena di sé, che colpiva anche gente del calibro dei Pet Shop Boys. Mentre la dance anni ’70 era una musica piena di anima, di strumenti suonati, di voci, quella anni ’80 e ’90 era fatta letteralmente nello sgabuzzino della provincia ma, in qualche maniera, riusciva comunque ad essere affascinante anche fuori dai confini nazionali, proprio per il suo essere aliena e marziana.

Da ragazzo come vivevi il clubbing?
Ero - e rimango, probabilmente - uno sfigato. Ho iniziato a fare il dj a Genova nel’85: andavo allo Psycho Club, che era l’unico club new wave della zona. Ero un ragazzo solitario, andavo là per sentire la musica e stare nel mio angolino; un vero sfigato da canzone degli Smiths. Un giorno il gestore del locale mi ha proposto di mettere qualche disco. Per me era perfetto: così potevo andare in un club ma senza annoiarmi rimanendo da solo in un angolo.

Ti è mai capitato di dover studiare e approfondire un genere musicale in blocco, come se fosse un libro?
Mi sta capitando negli ultimi anni con qui generi della dance e dell’elettronica che non seguo più come dj e nemmeno come appassionato. La juke per esempio, uno dei tanti sottogeneri figliati dalla dubstep, che il mio amico e collega Alessio Bertallot conosce da cima a fondo ma che io, ad esempio, non conoscevo ancora.

(David Holmes - foto di Thomas Butler)

Negli anni la tua curiosità musicale ha mai perso colpi?
Capita a tutti il momento che ci si ritrova stanchi, spesso è per ragioni non strettamente legate alla musica che esce ma più per motivi personali o biografici. A me è successo tra il 2005 e il 2007 ho avuto un momento…

…di solito per la maggioranza degli ascoltatori è un punto di non ritorno, per te è appena durato due anni. Non male, no?
(ride) Tra l’altro non ti so nemmeno dire cosa mi abbia fato tornare la voglia, ma posso raccontarti una cosa che più legata al mestiere di dj… Non essendo io un Coccoluto che continua ad avere serate importanti ogni settimana, ad un certo punto ho sentito un calo di interesse verso questo lavoro e mi sono impegnato meno nella ricerca di locali dove propormi. Poi, nella primavera del 2009, mi è successo di ascoltare alla Triennale di Milano un dj set di David Holmes che mi ha letteralmente folgorato. Avevo già i miei bei 40 anni, non ero più più un ragazzino, ma è come se quel set mi avesse ricablato i percorsi neuronali dell’ascolto della musica. È stato un momento emozionalmente potente, ho intuito che era possibile ascoltare tutto con orecchie nuove: ho riascoltato da capo tutta la mia collezione di dischi per trovare delle cose diverse da quelle banali che già conoscevo e inserirle così nelle mie serate. Non ti so dire se ha portato un cambiamento concreto nel mio modo di fare il dj - probabilmente sono rimasto lo stesso scemo di una volta - ma è come se mi avesse ridato una specie di terza giovinezza. Devo molto a David Holmes.

C’è un dj invece che da ragazzino ti ha spinto a fare questo lavoro?
Agli inizi no, a Genova e non c’era una scena di clubbing importante e non ero uno che andava in giro la sera. Il primo dj importante per me è arrivato tardi: Fat Boy Slim. Non stiamo ovviamente parlando del Norman Cook di oggi - che è un vecchio che mette musica orrenda - ma quello che negli anni '90 univa mondi musicali molto lontani tra loro, come il rock e il northern soul, in un contesto ritmico e house. È stato molto importante per me.

(Norman Cook, foto della BBC)

Come prepari un tuo dj set?
Ho lasciato i vinili ormai 8 anni fa e sono passato al cd, che ormai è una specie di ferro vecchio (è quasi più facile trovare in consolle un giradischi piuttosto che un cd player). Ho iniziato a farmi i miei edit e mi sono costruito una valigia di dischi che mi permettesse di suonare decentemente in qualsiasi tipo di locale. Più in generale: per ogni serata c’è un 25% di preparazione, 25% di istinto che hai consolidato con gli anni e che ti permette di capire la cosa giusta da mettere al momento giusto, 50% di improvvisazione.

Quali sono i pezzi fissi con cui chiudi normalmente i tuoi dj set?
Se “Telefonando” di Mina & Morricone. È uno dei miei classici: è un pezzo che lascia la gente con quel misto di malinconia e felicità che è il giusto viatico per una serata. Poi, “Heroes” di Bowie, sembra banale dirlo in questi giorni ma è davvero un pezzo che uso spesso. Oppure “Tender” dei Blur.

Cosa ti piace di più di questo lavoro?
È pagare il tributo ad una serie di musicisti, o a singoli pezzi, che sono stati importanti per me. A mio avviso la cosa più bella dell’essere un dj non è la folla che ti applaude a fine serata ma avere qualcuno ti viene a chiedere “cos’è questo pezzo?”. Vuol dire che quella canzone che tu hai scelto è arrivata ad un livello di coscienza superiore al semplice - sempre importante, sia chiaro - flusso ritmico che deve far ballare la gente. Quando li vedo shazammare un pezzo sono molto contento perché vuol dire che quel qualcosa è arrivato.

Una volta sul tuo blog hai raccontato un dj set di James Murphy: mentre stava mettendo i dischi un ragazzo gli si avvicina in consolle per chiedergli che pezzo è, lui glielo dice ma il ragazzo non capisce, glielo dice di nuovo e lui non capisce ancora, allora lui gli passa direttamente il vinile.
È andata esattamente così. Il pezzo era “You Should Be Dancing” dei Bee Gees, un edit di Todd Terje. Era una serata organizzata in un club di Barcellona - 2006 o 2007, non ricordo - in occasione del Sonar. Murphy, dall’alto della sua postazione, ha dato il vinile a questo ragazzo che l’ha accolto come se fosse stato il Sacro Graal. Si è creato subito un piccolo gruppo di persone attorno a lui che hanno iniziato a passarsi il disco di mano in mano fino a quando, quasi magicamente, è ritornato al legittimo proprietario. È stato davvero un momento molto forte: identificava la bellezza d’animo di Murphy, che poi emerge anche dalla musica che suona nelle sue serate. Per lui, come per i migliori dj, la condivisione è la cosa più importante.

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