Perugia roccaforte d'Italia. La storia dei FASK

Noi fask, imberbi, nella nostra sala prove agli inizi di tutto - Come riassumere la storia di una band descrivendo i locali dove ha suonato. Aimone Romizi racconta i Fast Animals Slow KidsNoi fask, imberbi, nella nostra sala prove agli inizi di tutto - Come riassumere la storia di una band descrivendo i locali dove ha suonato. Aimone Romizi racconta i Fast Animals Slow Kids
07/02/2014 di Aimone Romizi

Aimone Rominzi vi racconta la storia di Fast Animals Slow Kids: i locali dove hanno suonato, i matti del paese che hanno incrociato, i gruppi a cui si sono ispirati e tante altre considerazioni sparse. Perugia Roccaforte della musica italiana? In qualche modo sì.

 

Il pretesto di una storia per descrivere un castello. 
L’articolo si svilupperà in un tripudio di pensieri sconnessi. Siate gentili, io di mestiere dovrei progettare anticorpi monoclonali, non scrivere cose.

Aimone.

Qualche giorno fa sono andato, per sbaglio, alla Feltrinelli e ho scoperto che i One Direction hanno scritto un libro sulla loro storia. Il disgusto è stato il punto di partenza per uno di quei bei ragionamenti bipolari che mi portano sempre a decidere per l’opposto dell’ipotesi di partenza: “non faremo mai una cosa del genere, neanche quando avremo la lucidità e l’età per poterla fare” e poi “credo che racconteremo ora, prima che la senilità ci raggiunga e possa così annebbiare i ricordi, le basi su cui poggia ciò in cui stiamo più credendo, cioè la musica”.

Badate bene, il disgusto a cui mi riferivo non era per i one direction (per i quali provo solo enorme rimpianto sociale) ma per la pretesa di poter raccontare la “storia” di un qualcosa che tuttora si sta svolgendo. Di raccontare qualcosa che si sta ancora vivendo. Mi sa un po’ come cercare di posizionare nel tempo il senso della serata precedente mentre in realtà si è ancora a letto nel post-sbornia più totale. Non si può. Viene malissimo. Forse capirai solo anni più tardi come potevi evitare il riso in bianco della cena se solo avessi scelto una birra in meno.

Stop.

Questa doveva solo essere una premessa per spiegare che se anche è stupido esporre la storiografia di un qualcosa di artistico perché tanto non sarà mai ben integrato nel tempo, è comunque giusto farlo prima che non si sia più in grado di ricordare nitidamente gli eventi (l’Alzheimer può insorgere in forma familiare anche verso i 50, giusto così, per ribadire il concetto di “fragilità umana”).

Nel caso della mia banda, i Fast animals and slow kids, ho pensato di ripercorrerla solo fino ad un certo punto, fino a quello interessante, quindi in pratica fino a quando non siamo riusciti a suonare per la prima volta fuori dalla nostra amata città: Perugia.
Da lì in poi la storia si mescola molto a quella di tutte le altre band, che in sintesi è solo un frullato di: “prova tanto, fai un bel disco, spacca le palle ai promoter, organizzati un tour, spingi sui social network ed infine inizia da capo fino a che non cede qualcuno intorno a te che non sia te”.

Perugia dicevamo.
Adesso che sono più grandicello e ho girato parecchio, posso dire che non è né una città, né un paese.
È l’esatta via di mezzo: non c’è un unico matto della zona ma più d’uno, non conosci “tutti tutti” ma la maggior parte si, ci sono centri commerciali ma tendi a comprare le cose in centro storico dall’amico dell’amica, di lunedì sera non c’è un locale aperto ma di venerdì fai a gara per scegliere il guidatore prescelto, ci sono molti cocainomani in carriera ma vince ancora l’eroina. Messa così mi rendo conto che possa risultare un po’ controversa come situazione ma la realtà è che tutto è molto più tranquillo e vivibile di quanto si possa pensare.
A Perugia si sta bene, al massimo ci si annoia.

eroi locali: "Il profeta (ex Juventino) e ValeriU (detto Bigolo Amore)"
 


Annata 2008.
Nel 2008 non è che i Fask fossero così convincenti come band, sarò sincero. 
Di sicuro però possedevamo il giusto grado di ignoranza musicale tale da permetterci di essere totalmente all’oscuro della fondamentale “evoluzione della tecnica”. In parole povere: facevamo vomitare ma non ce ne rendevamo conto e quello che suonavamo ci faceva sentire dei duri.

In una condizione del genere i concerti sono sempre una bomba: da una parte c’è la band che suona merdosamente e si sbatte come una serpe credendosi creatrice della miglior musica del mondo; dall’altra c’è lo spettatore che si chiede come cazzo sia possibile che quelli che suonano non si stiano minimamente rendendo conto dello schifo che stanno facendo.
Non so voi ma a me sembra un’immagine bellissima. Ha in sé un qualcosa di sano, di genuino, sia per l’ascoltatore che per il musicista. Analizzata all’interno del contesto Perugino quest’immagine assume poi connotazioni ancor più particolari.

Mi spiego meglio.

Noi fask eravamo molto fortunati perché in quel periodo riuscivamo a suonare su alcuni piccoli palchi della nostra zona, facendo quindi esperienza live, nonostante presentassimo performance barbine come quelle sopra descritte. Questo possibile solo perché avevamo vissuto alle spalle di fratelli o di musicisti più grandi di noi che ci avevano introdotto al sottobosco della musica dal vivo, che ci avevano fatto capire come organizzare una data o semplicemente ci avevano detto con “chi parlare” per poter suonare in quel o in quell’altro posto.
Credo che se tu viva in una città come Perugia, il contatto diretto con le persone sia l’unica modalità che ti permette di poter suonare e ci tengo a precisare che non sto spingendo la filosofia mafiosa del “conosco tutti, sono uno inserito, allora suono” ma semplicemente del “so con chi parlare e lo vedo tutti i giorni al bar di Monteluce a prendere il caffè e allora gli spacco i coglioni”. È un concetto che premia la perseveranza, non la scaltrezza.

La chiesa di Monteluce

Ecco, a meno che tu non stia lavorando dentro al locale stesso, non credo sia così semplice incontrare per caso tutti i giorni il tipo che gestisce il Magnolia a Milano o il tipo del Circolo a Roma. Se risiedi in città del genere mi viene sempre da pensare che le dinamiche vadano necessariamente a ricadere su un discorso di “sgomito violento” che implica il pestare i piedi a tutti pur di emergere dalla nebbia delle milioni di band apparentemente concorrenti.

Più il tempo sfugge dalle mie mani, più mi rendo quindi conto di quanto alcune situazioni, diciamo “provinciali” come la nostra, non hanno un connotato necessariamente negativo. Il fatto di conoscere tutti e saper con chi parlare ti mette all’interno di una sorta di microcosmo regolamentato in cui ci sono cose che puoi o non puoi fare. Ti porta ad essere limitato e a non uscire troppo dai canoni comportamentali imposti da tale piccola società. Il concetto è semplicissimo: non puoi prendere per il culo le persone.

Sembra una roba banale ma in questi pochi anni di tour continuativo abbiamo sentito così tante storie su band, booking e etichette che si comportano di merda che abbiamo maturato l’idea che forse al di fuori delle piccole città o dei piccoli giri musicali non è tanto conosciuta la parola “onestà”.

Annata 2009.
Questa è l’annata in cui capiamo perfettamente che in piccole città forse non sono i locali da “milioni di persone” a decretare la formazione di una scena musicale che possa influenzare generazioni a venire ma quelli più piccoli, che permettono a band sconosciute di poter suonare; è l’annata in cui capiamo che se non hai modo di cimentarti in un live davanti a 5 persone totali probabilmente non potrai mai evolverti, anche se provi fino allo sfinimento (cosa che comunque ricade nell’ABC del “vuoi diventare davvero un musicista?”).

Nel 2009 con i Fask suonavamo un po’ ovunque per l’Umbria e stavamo iniziando anche a fare alcune “aperture” a band affermate.

Faccio un’altra breve digressione perché mi ci viene ancora da ridere.

La cosa che ci stupiva di più di queste esperienze era il completo distacco dalla realtà con cui un musicista importante veniva percepito dalle persone: “lui è X degli XX, oddio ma ti pare che sta qua a mangiare un panino?” e noi guardavamo questo X degli XX in camerino che dopo il panino beveva anche una birra.
Strani gli uomini eh? Mangiano e bevono.
Immagino che X dopo avrà anche cagato, visto che il panino era bello carico.

Fine della digressione, scusate.

Da queste date, dicevo, cercavamo sopra tutto di capire come mai quelle band potevano essere così più brave della nostra e di conseguenza architettavamo stratagemmi per poter rubare quella bravura e portarla nei posti dove ci sarebbe servita di più: i concertini auto-organizzati.
Erano proprio questi piccoli concertini auto-organizzati che ci permettevano di sperimentare e capire come migliorare, almeno un pochino, il pretenzioso spettacolino musicale che portavamo in giro.

Fask al Norman, uno dei nostri primi concerti. Ci suonarono anche i dinosaur jr prima di sciogliersi e riformarsi. Che locale!  

Il problema di tali situazioni era però sempre lo stesso: gli spazi.
A Perugia, nel 2009, gli spazi non esistevano (e anche adesso….) perché i piccoli live club erano stati inghiottiti dalle floride economie dell’apericena con drink incluso, della ricerca della qualità nel cibo e della tendenza ad accettare come “live” il dj set di dj Fiore, cioè il figlio della Marica, cioè quello che quella volta a capodanno ha picchiato Paolo con il crick e poi ha chiesto scusa alla famiglia della Michela che era la sorella di Paolo: “che poi detto fra noi Paolino è proprio cocco, non se lo meritava mai”.

Critiche banali (e probabilmente infondate) a parte, qualunque sia stata la causa, rimane il fatto che la chiusura di tali “localini” aveva decisamente decretato una gravissima crisi in tutto il circondario musicale con conseguente rialzo delle iscrizioni ai contest-truffa: “dacci 50 euro per partecipare al contest e suonare sul palco più prestigioso del mondo” ma vaffanculo, dammi te 50 euro che ti porto le mie 7897 ore di sala prove pagata e pure i miei amici che si bevono duecento birre solo per votarci (si, ok, abbiamo partecipato anche noi ed abbiamo pure perso contro un gruppo che cantava “amore, tesoro, pane, ciccia e pomodoro”, non scherzo).

Mi sorge quindi una domanda:
“dove cacchio fai esperienza se non hai i locali che si riempiono con 50 persone?” Alla quale mi rispondo così: “da nessuna parte, nemmeno al tuo compleanno”. Quest’ultima opzione è stata sperimentata anche dai Fask sulla mia pelle e vi assicuro che l’unica evoluzione stilistica che abbiamo ottenuto è stato il like della municipale sulla bacheca facebook dei miei genitori.

In questo ambito, l’aspetto un po’ provinciale della mia città risulta tragicamente influente: la chiusura di un localino da live determina, all’interno dell’ampia comunità di musicisti, un impoverimento così pesante da determinare le sorti di decine di band che aspettano mestamente in fila il proprio momento di sfogo dell’ego (che è il sinonimo di “fare un concerto”).

Questa roba che ho descritto è proprio quello che è successo nel 2009, anno di rottura completo per la musica in città.

Non saprei spiegarmi il perché ma in quel periodo se non eri stato fortunato come noi (che c’eravamo mossi prima del completo sfacelo e avevamo conseguito durante l’anno precedente un seguito tale da permetterci concerti nei locali “da evento grande” che ancora resistevano) non avevi alcun modo di suonare da nessuna parte e, di conseguenza, non avresti mai avuto modo di conoscere personaggi fondamentali come quelli che precedentemente descrivevo come nostri ideali “Virgilio traghettatori” nel mondo della musica dal vivo.

Sono due le cose che mi fanno veramente incazzare in tutta questa noiosissima storia:
1) molte delle band locali che amavo e da cui ho “rubato” tantissimo si sono sciolte in quell’anno e solo perché non avevano più modo di suonare. Bella merda.
2) non ho mai avuto, né ora né tantomeno ai tempi, idea di come cambiare le sorti di questa disfatta.
È che quando non sai proprio nulla del nemico contro cui combatti c’è poco da far roteare la spada.
Di chi era la colpa? Del pubblico? Della qualità della musica prodotta?
Bah. Solo tanta amarezza.

Annata 2010.
Partecipiamo ad Italia Wave e ci portiamo dietro alle selezioni uno stuolo di amici impazziti che già sapevano molte delle nostre canzoni a memoria. Vinciamo il contest basandoci paraculamente sul supporto del “pubblico”, contestualmente conosciamo gli Zen Circus e via a registrare il nostro primo disco e a buttarci all’interno di quel disastro diplomatico che è la musica in Italia.
Da lì in poi, concerti fuori città e: felicità.

No seriamente, mi sto rendendo conto, dopo tutte queste parole scritte, che sono circa 4 anni che siamo del tutto felici di quello che stiamo facendo in musica.
Il nostro ego ci ringrazia giornalmente per i bellissimi risultati che stiamo conseguendo.

L’unico cruccio in tutta questa gioia forse compare di mattina, quando accade che mi sveglio per sbaglio prima delle 14. In quei momenti finisco sempre per chiedermi: saremmo andati in giro per l’Italia dentro un furgone se non fossimo partiti da Perugia? Saremmo mai stati all'altezza delle “sgomitanti” band metropolitane? In breve, ce l'avremmo fatta senza il nostro essere dei bambini assistiti da tutto l’ambiente musicale (e non) della nostra stupenda roccaforte al centro dell’Umbria?

A domande così credo non si possa rispondere.
Vado a mangiarmi un cioccorì.

Commenti (1)

  • Enrico Celoria 11/08/2015 ore 17:34 @enricoceloria

    Ce l'avreste fatta eccome. Siete uno schianto.

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