Giovanni Lindo Ferretti non ha mai cambiato idea

Giovanni Lindo Ferretti dei CCCPGiovanni Lindo Ferretti dei CCCP
29/09/2015 di

A questo punto lo avrete letto un po' dappertutto: Giovanni Lindo Ferretti scende dagli Appennini, invitato ed omaggiato per la seconda volta in tre anni alla festa di Fratelli d’Italia, e rilascia dichiarazioni confacenti a quel luogo e a quella platea conservatrice. Poco male, potremmo pensare, non è né il primo né sarà l’ultimo musicista ad essere invitato in manifestazioni politiche, magari anche di partiti poco simpatici. Invece no: puntuali, ecco sollevarsi le consuete strilla piccate dei fan dei CCCP, che vivendo l’evoluzione di un uomo come un’offesa personale lo accusano di alto tradimento all’ideale, di infedeltà alla Linea.

Non seguirà il panegirico del Ferretti profeta, del Ferretti megafono e men che meno del Ferretti politico (o pre-politico, come egli stesso si è definito), vorrei però cercare di dimostrare che i delusi sbagliano prospettiva: il Ferretti attuale altro non è che uno dei possibili, e niente affatto incoerenti, svolgimenti del Ferretti di allora. Chi lo critica per le sue posizioni di oggi dovrebbe piuttosto biasimare se stesso per non essere riuscito a cogliere quello che Ferretti è sempre stato: un reazionario.

Il tema centrale della sua intera opera (e delle sue band) è stato la rivolta contro il mondo moderno, contro la sua fluidità e transitorietà, a fronte di una perenne e sofferta ricerca di stabilità esistenziale, quindi individuale, e sociale, quindi politica. In quest’ottica, si spiegano a pieno le ragioni del filosovietismo e, ancora di più, il fascino esercitato da quella società monolitica, dal Patto di Varsavia sotto cui avrebbe voluto rifugiarsi, dalla programmazione statale dei Piani Quinquennali, dall’Uomo Nuovo socialista, compagno, cittadino e soldato.

Usando le parole, già allora esplicite, di uno dei comunicati che i CCCP erano soliti emettere, riportate nell’interessante volume “CCCP Fedeli alla Linea” del 1990: “Un anno fa quando decidemmo di usare questo nome ci muoveva solo la voglia di riportare un po' di equilibrio in un'Europa sempre più e sempre solo filoamericana. Si badi bene il discorso non è mai politico, se non per conseguenza, è estetico ed etico. Siamo filosovietici non perché siamo di sinistra, se mai lo siamo stati, ma perché siamo legati all'esperienza umana da interessi che non esistono, non sono contemplati nell'impero americano e quindi piano piano, a volte con disappunto e sempre in maniera imprevedibile come solo le cose vissute realmente possono essere, ci siamo lasciati affascinare dall'impero sovietico.”

Ribadendo in un altro: “Live in Mosca, Live in Budapest, Live in Varsavia, Live in Sofia, Live in Praga, Live in Pankow. Perché non voler ammettere l'esistenza di altre possibilità, perché tacere, perché non volere? (…) Di conseguenza scegliamo l'est, e non tanto per ragioni politiche, quanto etiche ed estetiche. All'effimero occidentale preferiamo il duraturo, alla plastica l'acciaio, alla freddezza il calore, ma al calore la freddezza. Ognuno ha l'immaginario che si merita. Alle discoteche preferiamo i mausolei, alla Break Dance il cambio della guardia.”

Ecco quindi il manicheismo: o il consumismo americano o la pianificazione sovietica. Oppure, il che è uguale, o l’individualismo o la comunità organica. Tertium non datur. Nell’immaginario di Ferretti non esistono altre possibilità: in mezzo si erge, netto, un muro. Il Muro. Noi occidentali e liberali viviamo (vivevamo, fino al 9 novembre del 1989) e sguazziamo nella melma al di qua di esso; oltre, nascosta ai nostri occhi, c’è un umanità che vive nella solidità, nell’immutabilità, nella stabilità e “che si nutre di patate anziché di Fast Food, nostalgica di un paradiso perduto.”

L’Arcaico contro il Moderno. Tema, questo, essenza di tutti i reazionarismi politici: la restaurazione di quella mitica età nella quale l’uomo viveva in uno stato di purezza originaria, tramite l’edificazione di una comunità chiusa e perfetta in sé stessa, una comunità che non riconosce la possibilità di esistenza dell’individuo come altro da sé stessa, tutta tesa all’abolizione del problema stesso del progresso, del problema, cioè, dell’incertezza del vivere e della paura dell’ignoto, assolutizzando sé stessa e le verità sulle quali è edificata: “al principio era il Verbo, al principio era Pravda, Parola-Verità”, salmodiava Ferretti in “Radio Kabul”.

(Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti nella casa colonica di Fellegara, dove sono nate le canzoni di "Ortodossia" e "Affinità e divergenze...". Foto via)

Citando ancora un comunicato: “Un grande reale impero a due passi da casa, serio, nato da una utopia che ha sbattuto ripetutamente tutto il mondo per secoli, erede di una tradizione euroasiatica che è la nostra.” Questa era, per Ferretti, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche: l’utopia reazionaria concretizzatasi, il Verbo fattosi Carne, la Divinità che è scesa in terra ed ha sconfitto Mammona, l’Impero universale erede degli Imperi universali della tradizione mitteleuropea ed asiatica. La stabilità.

È da leggere in questa prospettiva anche il senso del Punk Islam, della fascinazione per il mondo musulmano vicino-orientale. L’Islam è una presa di posizione netta, soprattutto in quel periodo storico, gli anni ‘80, in cui si dimostrava una forza giovane, vitale, antioccidentale in quanto animata dalla fede nell’Assoluto: l’Iran teocratico di Khomeini aveva concluso vittoriosamente la Rivoluzione, umiliando gli Stati Uniti d’America, “il grande Satana del mondo” usando le parole dell’Ayatollah; la Libia di Gheddafi mostrava i muscoli, resisteva ai bombardamenti di Reagan ed appoggiava il Settembre Nero in Palestina; il Generale Kenan Evren in Turchia aveva portato a termine un colpo di stato di stampo conservatore e tradizionalista; la guerriglia dei Mujaheddin afghani, con il fondamentale aiuto del Pakistan, resisteva strenuamente ai tentativi di espansionismo sovietico. Appariva, nei giovani Stati Arabi, il risveglio di quel senso di sacralità e potenza che non esisteva più nella vecchia Europa capitalista e liberale. “A Istanbul sono a casa, ho un passato e un futuro” sintetizzava Ferretti proprio in “Punk Islam”: nel mondo islamico, ai suoi occhi, non esisteva l’Individuo e il Progresso, ma solo la Fede e la Causa, il Trascendente e l’Eterno, in un continuum temporale nel quale passato e futuro non sono altro che lo svolgimento della stessa narrazione, della stessa Eternità.

Ma Ferretti ed i CCCP, pur animati dalla medesima tensione spirituale, non si sentivano, giacché non lo erano, arabi, ma pienamente europei: “Non ne possiamo più del jazz, del reggae, del blues perché non abbiamo nessuna negritudine da rivalutare, nessuna nuova Sion da edificare, siamo bianchi europei colti, abbiamo responsabilità storiche, accettiamo i sensi di colpa, ma questa non è la nostra musica, è la musica di altri, spesso ci piace se la fa chi può e deve farla, spesso no. Facciamo musica moderna europea, aperta alle influenze arabe, asiatiche perché sono le culture a noi vicine, perché la cultura europea si scontra e incontra con queste due civiltà da sempre, perché questo è il nostro retroterra culturale e fisico.”
Discendeva, da quanto detto fino ad ora, in Giovanni Lindo Ferretti, usando le parole di Pier Vittorio Tondelli in “Un weekend post-moderno”, un “forte bisogno di un’unità immaginaria che diventi tutt’uno con una sorta di revanche europeista nei confronti dell’impero americano”. Per questo motivo, il retro della copertina di “Socialismo e Barbarie” presenta una cartina geografica dell’Eurasia, con al centro, marmorea ed imponente, la Russia: “dice che a nord, che a est la strada è aperta, possibile, dall’Adriatico al Mar Giallo”, urlava Ferretti, predicatore e visionario, in “Radio Kabul”.

Tutto questo immaginario è sorprendentemente chiaro e denso per chi si sofferma a decifrarlo e soppesarlo, perché ogni parola pronunciata, declamata, stampata o raffigurata da Ferretti e dai CCCP non è mai stata ornamento estetico, ma sempre contenuto immaginifico e pulsante di significato.

Eurasia, dunque: partendo dall’inquietudine esistenziale, dalla disperazione dello sradicato homo faber occidentale, dal bisogno di rifuggire l’effimero, passando per l’antiamericanismo, il filosovietismo, il Sacro, l’Islam. Chiudendo il cerchio con l’ecumenismo cattolico e la Madonna sulla copertina di quell’opera monolitica e inquietante che è “Canzoni Preghiere e Danze del II Millennio – Sezione Europa”.

Dichiarò Ferretti in un’intervista rilasciata al “Mucchio Selvaggio” proprio in occasione della pubblicazione di quest’album: “L'elemento, per così dire, “divino” era presente già in Ortodossia. L'urlo “Allah è grande” del nostro primo disco non era contraddetto ma problematizzato dal seguito della frase “Gheddafi è il suo profeta”. In effetti l'impatto degli esordi dei CCCP era politico, sociale, ma sussisteva anche l'afflato mistico che adesso ci è più chiaro e, dunque, traspare maggiormente. Il rapporto con la divinità è cresciuto, si è arricchito di molti elementi. Partendo dall'amore per la religiosità più disprezzata dall'Occidente, cioè il misticismo Islamico, siamo arrivati ad apprezzare anche il Cristianesimo cattolico.”

Ecco pienamente dispiegato in quest’album il pensiero del Ferretti punk e cattolico, filosofie entrambe (nella sua interpretazione) tese alla riscoperta del vero senso della vita, all’Arcaico ed alla rivolta contro il Moderno: l'ideologia di fondo del punk erano due cose, riconoscibili in tutta Europa. Una era che l'abito fa il monaco, come succedeva agli inizi del Medioevo. Una frangia minoritarissima della popolazione europea e giovanile ha deciso che da quel momento esisteva un nuovo ordine monacale in giro per le strade; questi erano i punk, che si riconoscevano benissimo perché in un periodo in cui tutti avevano i capelli lunghi, portavano i blue jeans ed erano piuttosto azzimati, loro avevano capelli corti o in ogni modo molto rovinati (…) Questa cosa è estremamente medioevale, estremamente grezza e nei secoli in Europa non si era più vista. (…) Allora, da una parte il movimento punk nella sua essenza era questo, un abito nuovo per un nuovo ordine in giro per le strade d'Europa. Secondo: un'ideologia, una sola, tra l'altro anche falsa, però tanto aggregante: non c'è futuro. Quando tutti dicevano: Ah, che grande progresso, che meraviglia il mondo moderno, (…) c'è questa frangia infame di giovani europei che dice: Quale meraviglia? Non c'è futuro, qua si va alla rovina, si va al macero. Guardate me!”.

Tanti sono i temi trattati in quest’album, ma tutti ruotano attorno ad un unico perno, che è sempre lo stesso di tutta l’opera della band, ma che qui si dischiude con suprema chiarezza: la stabilità, l’anelito all’Infinito, che solo il Sacro può assicurare a “questa razza umana che adora gli orologi e non conosce il tempo”.

L’album contiene, oltre ai brani del vinile, tre lettere indirizzate ad altrettanti personaggi ai quali i CCCP vollero tributare i loro onori funebri: il giornalista Mauro Rostagno ucciso dalla mafia, Enrico Berlinguer e Papa Paolo VI (citati anche in “Svegliami”). Questi brevi scritti di Ferretti, sentiti e commossi, rivolti ai tre uomini, sono in realtà un monito all’uomo “in cerca di assoluti terreni”, per metterlo in guardia contro “lo scandalo dei credenti che adorano le loro ragioni invece di adorare Dio e che per non sfigurare con la razionalità dei laici nascondono e dimenticano la millenaria razionalità dei credenti”.

L’uomo, ammonisce Ferretti in “B.B.B.”, peccando di superbia verso Dio e intraprendendo, con il progresso, “viaggi solitari” e “percorsi arroganti”, finirà “male, senza proclami, senza giubilei”, aspettando una salvezza che non otterrà mai. Infatti, continua in “È vero”, questo tempo popolato da “uomini con scarsità di Dio” e questa modernità consumistica (“eccesso di cose, scarsità di uomini”) non sono certo “il migliore tra i mondi possibili”, in quanto ad esso è precluso l’Assoluto.

Ma i brani che più secondo me esplodono di spirito reazionario sono quelli dal contenuto apparentemente più rivoluzionario: “Fedeli alla Lira?” e “Palestina (15/11/1988)”.

Quest’ultima, insieme alla seguente “Madre”, è posta al centro dell’album e ne costituisce il cuore, fisicamente e concettualmente: non a caso le due canzoni sono fuse una nell’altra nella stessa traccia anche nei solchi del vinile. “Palestina”, che commemora la proclamazione dello Stato Palestinese da parte del governo in esilio presieduto dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina di Yasser Arafat, non è certamente, nelle intenzioni di Ferretti, un canto politico, ma un vero e proprio inno religioso: il brano, dalle atmosfere cupe, percussive ed arabeggianti, si apre con una declamazione solenne di una serie di città bibliche, passa poi a schernire Israele con immagini e toni che sembrano tratti dall’Antico Testamento, invoca Dio e lo ringrazia per lo straordinario avvenimento. E anche nel celebrare la resistenza del popolo palestinese e l’Intifada, cioè azioni affatto umane, prega per l’intervento di Dio, chiedendo che la sua ira si scagli contro gli israeliani “insolenti” e che sia, invece, accordata “la grazia ai giusti” che rispondono con la violenza alla violenza subita. Senza soluzione di continuità, si passa poi dagli ossessivi “magnificat”, ripetuti come in una funzione religiosa, a “Madre”, una preghiera verso Maria, “madre dei padri e delle madri”.

(foto via)

“Fedeli alla Lira?”, infine, è un brano quanto mai esplicito già nelle parole del testo e nel modo in cui Ferretti le scandisce: “e poi mi vuoi fedele a te, all'avanguardia, alle novità, adorante il progresso, le mode, la modernità, mi sono sviluppato già abbastanza, non ne posso più, mi sono sviluppato anche troppo, anche di più”. Poco da aggiungere, se non l’appunto che l’anticapitalismo è qui declinato in senso inequivocabilmente antimoderno e antiprogressista, in linea con la tradizione antiliberale che dai Padri della Chiesa, passando per Rousseau, giunge a Marx ed Engels ed ai loro seguaci. Così, per esempio, tuonava Karl Marx, con toni da sermone medievale, in “La questione ebraica”: “Il Dio del bisogno pratico e dell'egoismo è il denaro. (…) Il denaro avvilisce tutti gli Dei dell'uomo e li trasforma in una merce. Il denaro è il valore universale: per sé costituito, di tutte le cose. Esso ha perciò spogliato il mondo intero, il mondo dell'uomo come la natura, del valore loro proprio. Il denaro è l'essenza, fatta estranea all'uomo, del suo lavoro e della sua esistenza, e questa essenza estranea lo domina, ed e gli l'adora.” Ma per l’hegeliano Marx, come nelle parole certo più liriche del punk e cattolico Ferretti, il progresso del Moderno può essere interrotto. Il ritorno alla comunità originaria degli uomini semplici ed eguali, fondata sulla stabilità dell’Universale, è possibile, anzi è propriamente una necessità dialettica, e in quanto tale inscritta nel piano provvidenziale della storia.

È tutta qui l’essenza, e il culmine, della parabola reazionaria di Giovanni Lindo Ferretti.

Era il 1989, ma l’estetica romantica del filosovietismo di cui si ammantava probabilmente offuscava la vista ai tanti suoi fan, che invece di pensare, continuavano a salmodiare seguendo le sue labbra, i suoi occhi spiritati e la sua voce ipnotica.

Il Giovanni Lindo Ferretti di oggi è quindi rimasto Fedele alla Linea tracciata dal Giovanni Lindo Ferretti di allora: non solo fedele, ma fedelissimo. È cambiato solo il mondo attorno a lui: prima c’era l’Unione Sovietica –la Pravda-, ora la Chiesa –il Verbo-. “Al principio era il Verbo, al principio era Pravda”. La ricerca della stabilità, dell’Assoluto, della “Parola-Verità”, in lui, è rimasta la stessa.

Tag: opinioni

Commenti (42)

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  • polynomialc 13/09/2016 ore 17:59 @polynomialc

    ...e le droghe? :D

  • Rocky 19/09/2016 ore 23:26 @Rocky

    Secondo me a Ferretti di politica non frega più una mazza da anni, in varie interviste ha fatto trasparire tutto il suo distacco per quel mondo, facendo capire che vota a destra turandosi il naso e che la sua alternativa sarebbe non votare...E' andato a finire in un vortice di qualunquismo, a lui interessano ormai soltanto il cattolicesimo, i cavalli e le montagne, e come tutte le persone con scarso interesse alla politica il voto a destra o nell'astensionismo è (quasi) inevitabile.

  • Salvatore Santoru 12/04/2017 ore 20:26 @ssantoru

    Bell'articolo, si può dire che effettivamente Ferretti non ha mai cambiato idea interiormente e che è sempre stato,se proprio bisogna catalogare politicamente e filosoficamente di destra, visto che le critiche al progresso,alla modernità,alla società del consumo,al cibo spazzatura sono idee conservatrici e tradizionaliste...

    In generale, si può dire che per certi aspetti Ferretti è stato un pò come Pasolini, che militava a sinistra ma non ha mai fatto mistero di essere radicalmente 'reazionario'.

    Ma forse il più simile a Feretti ma più di 'destra' è indubbiamente Tiziano Terzani, che dalla militanza comunista è diventato affascinato dall'Oriente e dalla sua 'armonia tradizionalista' e faceva le lodi dell'antico impero cinese precomunista e premoderno o della civiltà indiana, altro tema cardine alla vecchia destra tradizionalista di inizio 900.

    Il fatto è che la 'sinistra politica' è nata in Occidente a seguito della Rivoluzione Francese e oltre ad essere ovviamente ed esclusivamente occidentale è basata sul progresso ed è certo che né Marx né altri classici ideologi della sinistra storica(comunista,socialdemocratica,liberalsocialista,liberale di sinistra e così via)sarebbero mai stati anti-industrialisti,antimoderni o antioccidentalisti, mentre teorie che vanno oggi di moda anche nella sinistra come la decrescita felice,la passione per le discipline orientali,l'esotismo,certa new age,ancora di più certo neopaganesimo e certo ecologismo/ambientalismo antindustrialista ovviamente non hanno nulla a che vedere con la sinistra storica come intesa storicamente, ma costituiscono un'approccio di sinistra(contemporanea) a tematiche che sono state trattate esclusivamente a destra o al massimo sono state appannaggio di certe correnti dell'anarchismo e del pensiero libertario,socialista libertario e a volte anche liberale/libertario di fine 800/900 come di Thoreau,l'anarchismo cristiano di Tolstoj e altre correnti che comunque,anche se sono inserite o si inserivano a sinistra,erano malviste dalla "sinistra storica" ufficiale.

  • Le Cose dei Licianni 13/08/2017 ore 17:58 @lecosedeilicianni

    Ma sia cosa vuole Ferretti io no lo rimpiango ne perché è stato comunista o adesso con quei quattro cazzoni dei fratelli dell'italia "se destra".Quello che mi da più noia che è da quando si parla di Ferretti delle sue vicissitudini politiche o collaterali artisticamente si è spento non tira più niente di importante fuori sembra come Vasco o peggio.ditemi che brano importante degno di nota ha fatto da quando abbraccia la Meloni o le parole di Salvini. Guarda secondo me come reazionario ha avuto periodi più brillanti adesso è reazionario di che? Di condividere le idee di un partito che alle prossime elezioni sparirà? Guarda se ha voglia di fare il reazionario forse dovrebbe incominciare a bestemmiare come fanno tanti dei suoi ex fans quando sentono parlare di lui.

  • Massimo Salomoni 14/08/2017 ore 09:05 @salomoni.smack

    Tutto rispettabilissimo e intellettualmente coerente, ma Fratelli d'Italia trasforma il genio di Giovanni Lindo Ferretti nel ketchup con cui condire il fast food indigesto cucinato da Meloni, la Russa e Salvini per un popolo rancoroso e incolto, che si rifà ai valori cristiani fondanti solo quando si tratta di portare il presepe nelle scuole.

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