Alice Pelle - Festa de l'Unità - Roma Live report, 15/07/2003

16/07/2003 di



Raccontare il concerto di un caro amico e mantenere l'obiettività è come cercare di specchiarsi in uno stagno dopo averci gettato una manciata di sassi. Ma ho promesso di provarci.

Roma di sera, semplicemente bellissima, accade spesso. Un sms con Giordano Bruno e il dubbio su quale terribile segreto contenga il nuovo McAustralia. Francesca che parcheggia miracolosamente davanti all'ingresso, proprio vicino alla spiaggialibera. Intanto gli storici Mercati Generali hanno da qualche tempo smesso di animarsi come la vecchia sigla di novantesimo minuto, lasciando solo una malinconica e desolata struttura con tanto tanto spazio da riempire, fuori e dentro. Pare che l'area verrà presto destinata a centro polivalente della cultura, nel frattempo il Comune ha ben pensato di piazzarci la tradizionale Festa de l'Unità, quella che conoscete tutti, ovunque voi siate: stand gastronomici, raccolta firme, tatuaggi, esposizione di indumenti, leghe anti-qualcosa, incenso millegusti, bancarelle di cianfrusaglie, libri, i ricchi vestiti da poveri e i poveri camuffati da ricchi, veli pastello... le solite cose, musica compresa. Tre palchi che vivono contemporaneamente in aree diverse: quello principale ospita l'esibizione di Alice Pelle, cantautrice che da tempo si aggira nel sottosuolo musicale romano alla ricerca dello spiraglio giusto per mettere la testa in superficie e che ultimamente ha trovato l'appoggio di RadioRock, gia utile in passato ad altri suoi colleghi romani. Senza un disco ufficiale e ancora alla ricerca di un contratto, l'artista romana si sta costruendo un buona quotazione, specialmente dal vivo. La sua musica parte dal presupposto che Tori Amos abbia raggiunto una vetta da cui affacciarsi con lo sguardo estasiato e Alice riesce a seguirne la strada con impressionante naturalezza, forse troppa, scordandosi talvolta di cercare qualche nuovo valico da cui magari ammirare gli stessi paesaggi da angolature diverse.

Il palco è mediamente affollato: chitarra, basso, tastiera, batteria ruotano intorno al pianoforte, centro virtuale di un'esibizione intensa e raffinata ma mai troppo incisiva. I brani dell'artista romana si sviluppano attorno a melodie semplici, sorrette da strutture classiche, tra riflessi proggy, musica leggera e riferimenti a certo rock anni'70, più o meno hard. La chiave del concerto è il contrappunto che Alice riesce a instaurare tra la sua interpretazione vocale e le evoluzioni del pianoforte, finendo però per disperderne il fascino nella mancanza di ricerca negli arrangiamenti, troppo spesso immobili su clichè sonori ammuffiti che rischiano di compiacersi della loro vecchiaia. Peccato, perchè Alice Pelle e i suoi musicisti sanno stare sul palco in maniera egregia, con attitudine e personalità, dimostrando affiatamento, estrema preparazione e quella rara e sottile umiltà che garantisce un pizzico di attenzione in più da parte del pubblico. Purtroppo il concerto alla lunga si rivela noioso e privo di coraggio creativo, peccando in capacità di uscire dagli schemi, senza mai cercare il rischio di un colpo a effetto che sappia impreziosire una riserva melodica che, così com'è, non sembra avere la capacità di reggere l'ascolto prolungato. L'impressione è di un progetto dotato di tutto il potenziale per ritagliarsi un posto al sole, ma ancora totalmente privo di un'identità che possa legittimarlo, garantendogli quel contratto prestigioso che tutto sommato non è così folle ipotizzare.

Il consiglio è di rimescolare le strutture, mettere nell'armadio la Ibanez, disinnescare la leva del pitch al tastierista, non esagerare con le fluttuazioni vocali, comprare un teremino e ascoltare i dischi di Cristina Donà, Morgan, Daniele Silvestri, Perturbazione e Avril Lavigne...



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