Mauro Ermanno Giovanardi - Festival della Creativita - Fortezza da Basso - Firenze Live report, 28/10/2007

28/11/2007 di

(Cuore a nudo - Foto da Internet)

Mauro Ermanno Giovanardi presenta il suo "Cuore a nudo" al Festival della creatività di Firenze. Il programma è ricco: il suo spettacolo è situato dopo il live di Giulio Casale e prima del progetto multimediale "Screen Music 2". L'affluenza di pubblico è molta, c'è chiacchiericcio e non si crea un'atmosfera del tutto consona all'ascolto. Lui si adegua, plasma il concerto e lo adatta all'esigenza della serata, riesce a portare dal vivo tutta la poeticità del disco. Monia Baldacci Balsamello racconta.



Lettere d'amore dal vivo. Cantate, stracciate, urlate, riprese. Senza carta ed inchiostro. Per un'ora. Un'ora soltanto nel Teatrino Lorenese, all'interno della Fortezza da Basso a Firenze. L'occasione è la seconda edizione del Festival della Creatività. Quattro giorni di mostre, concerti, spettacoli, incontri, performances, workshop e laboratori che si chiudono, tra gli altri eventi, con Mauro Ermanno Giovanardi ed il suo "Cuore a Nudo", quel concentrato di poetica e sentimento senza troppe gratuite sdolcinature che si muove, ondivago, già da tempo tra cd e live. Performance stretta a panino tra la cavalcata solitaria in chitarra di un Estremo, alias Giulio Casale, il biondo "Poeta-rock" che stavolta propone un concerto più cantato che reading, da quel poco che riesco ad ascoltare dato che non sono in sala ma dietro, e la visionarieta mixmediale del progetto "Screen Music 2".

Noi, nello specifico io e il Bea, siamo lì per il Joe. In particolare il Bea vuole ascoltare "L'illogica allegria". Ha fatto outing, dice che è il suo pezzo preferito. Non per partito preso contro Casale o le sessions di laboratorio sperimentale, ma per ragioni contingenti d'orario. C'era infatti l'idea d'arrivare prima e di restare dopo. C'era. Ma a volte le intenzioni si traducono in lentezze da bradipo e tutto diventa ritardo.

Eccoli due che carambolano verso Firenze con accrediti praticamente inutili. Lo sono sempre quando l'ingresso è gratuito. A saperlo prima non disturbavo la redazione di Rockit. I due vanno, parcheggiano alla grande per una volta nella vita e sa di miracolo. Costeggiano le possenti e rosse mura della Fortezza. E poi li accoglie mezzo vagone della nuova tranvia, messo lì in bella mostra, con tanto di hostess scosciate e decisamente attraenti che spariranno il giorno in cui la rete tramviaria, dopo secoli, sarà attiva. Superiamo il mezzo treno e via dentro, oltre il ponticino, attraversando installazioni, stand, aree tematiche, caffè filosofici, facce colorate, gente dell'ovunque nel mondo. Passiamo in fretta nei risvolti di questa kermesse collettiva, sfioriamo ciò che resta e ci fidiamo che sia stato tutto interessante come da programma letto in rete. Sicuramente è un'ottima cornice per "Cuore a nudo". In comune hanno lo spirito di fondo della commistione dei linguaggi, l'idea di rappresentare, nel lifestyle contemporaneo, l'annullamento della distinzione tra live e supporto.

Giovanardi dunque torna a muoversi concreto, tramite gambe, voce, strumenti e palco. Distanza ridotta tra voce e pubblico. Occhi negli occhi. Tempo teatrale di un uomo-Puck che ammalia recitando e cantando in un teatrino dove l'andirivieni della gente fa parte, evidentemente, del pacchetto-performance. E' il bello del gratuito, la democrazia dell'open. Ma l'ascolto di "Cuore a nudo", che lo facciate con le cuffie nelle orecchie o dal vivo davanti al folletto rosso, richiede tranquillita ed attenzione. Voglia vera d'ascolto. Non entra per caso e di sbieco per osmosi, questo esperimento. Non ha bisogno di pesticcii di fondo. Non siamo ad un concerto rock. La scommessa di avvicinare la canzone alla poesia sonora, in un bel gioco di corrispondenze, non è semplice da vincere. Una parte del successo sta anche nel creare la giusta dimensione dove giocarsela, quella scommessa. Dimensione fatta a forma di teatrino: una delle pareti la costruisce l'artista sul palco, una gli organizzatori, l'altra il luogo dove sei e l'ultima, importante quanto il palco, la tira su il pubblico. Se qualcosa non funziona, crolla tutto. Ora, il Giovanardi bohemien è uno che sa adattarsi e plasmare le atmosfere. E lo fa anche stavolta. Se ne frega di chi entra ed esce , di chi apre e chiude la porta non molto silenziosamente e si concentra su chi invece resta e lo guarda fisso negli occhi. Chi ascolta. Gli irriducibili della tradizione d'autore italiana. E ripercorre la sua opera unica e corale di -stavolta- sedici passi sui diciannove previsti, con la stessa energia di sempre, accompagnato dal consueto "Cuore a nudo-trio": il Mauista e non solo Fabio Barovero al piano e fisarmonica, Paolo Milanesi con la Fedelissima e Lorenzo Corti alla chitarra come sa suonarla solo lui. Il gioco di trasposizione si ripete: il live e il differito si incatenano e la parola emerge libera, senza fronzoli ed eccessi, grazie alla griglia essenziale che la contiene. Sin dall'inizio, con l'intro recitata di "Come un attore", manifesto d'intenti per poi arrivare, carambolando tra brani e recitativi, fino a "La figa" di Tonino Guerra, cosa che infervora il Bea che, di fatto, non se l'aspettava.

Ho in mano la scaletta del Joe Crooner e vedo che "L'illogica allegria" è l'ultimo pezzo che faranno. Glielo indico ed il Bea gongola. Intanto ci godiamo questo viaggio minimale, anche per l'impianto musicale, ed intenso fatto di sentimento declinato in vario modo. Viaggio di uno che si spoglia per l'ennesima volta e non ti stanchi di guardarlo. Oltre l'estetica. Oltre le pose. L'ora trascorre veloce, stretta nella morsa dei tempi organizzativi. Un veloce inchino della quadriglia sul palco ci saluta, poco convinto. Ne mancano tre, di pezzi, tra cui "L'illogica allegria". Il Bea non ci crede, ma la democrazia dell'open spinge e preme da dietro le tende e c'è una mixmedialità videoartistica da mostrare. Noi due restiamo un altro po', incuriositi dal multistrumentismo che ci si profila davanti. Ora è la volta dei musicisti-giocattolo, degli amanti del bricolage elettroacustico. Sembriamo in verità un po' ebeti, io e il Bea, li seduti praticamente soli, con la curiosità del primitivo che ci spinge a fissare il marchingegno composito che ci appare davanti: un sistema di motorini, molle, putrelle, bongoletti, piatto di giradischi, filtri, strumenti di carta e pezzi di Meccano che funzionano in modo magistrale -il tutto videoproiettato- e creano basi ritmiche ipnotiche. Sonorità improvvisata, svincolata, libera. Click, melodie e trombette che avvolgono micro-percussioni. Un cinema-verite che durerà fino alle tre di notte, alternando Pierre Bastien, Mikomikona, Bit Shifter & Nullsleep ed Otro. Ci fidiamo del fatto che dureranno fino alle tre di notte e noi, nella notte, andiamo, torniamo indietro, col Bea che guarda fuori dal finestrino e mi dice "Però io la volevo, L'illogica allegria". E non si puo sempre avere tutto, perdio, Bea, anche tu. Gia hai visto il mezzo treno...



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