Festival Marea - Fucecchio (FI) Live report, 30/06/2006

30/06/2006 di

(Foto di Davide Bez)

Un piccolo racconto di una notte variopinta al festival di Marea, a Fucecchio (FI). Persone, mercatini, teatro, animazione, biciclette, poesia, caldo e tanta musica nelle parole di Monia Baldacci Balsamello.

Notte di note, note di notte.



Notte patchwork. Di colori, immagini, silenzi, di niente trasformato in suono, di parole spinte avanti come porte chiuse che vuoi sfondare. Di me, che vado alla musica con la scusa di trovare aria fresca, dopo la guerra di afa combattuta da giorni. E dove vado a cercarla? Dentro una buca, scavata da altri e non da me. Secchiello e paletta non servono. Baustelle + Tomviolence + ¡Vivamuertecandita! di lì a poco la riempiranno con un bel castello di suono. A ciascuno la sua spiaggia.

Notte di fine giugno equatoriale, che non smette di bruciare. Eppure siamo già nel buio d'un sole fottuto dall'ingordo Ovest. Ma i centrimetri di pelle scoperta aumentano, in questi diecimila mq di spazio, alberi e terra dell'ex Buca d'Andrea a Fucecchio. Siamo all'undicesima edizione del Marea Festival, uno dei più importanti eventi estivi toscani. Due settimane di musica, cultura, mercatini, stand di variopinte associazioni, dibattiti, gente che si arrampica su pareti attrezzate per dimostrazioni alpinistiche e rotea su skateboard e biciclette per dimostrazioni lesionistiche. Due settimane in cui i "butteri della notizia" cavalcano gli eventi e scrivono "Maremma Marea", che non è un'imprecazione bensì un divertente giornalino. L'attivissimo comitato organizzatore si è dato da fare, mettendo insieme gente che suona improvvisando in appositi open spaces, si prodiga in pittura estemporanea, animazioni, teatro e poi, ecchecavolo, mangia. A Marea nel tempo si sono esibiti importanti nomi della scena musicale italiana ed internazionale. L’edizione 2006 punta sul panorama indie, con nomi come Yuppie Flu, Paolo Benvegnù, Baustelle, Linea77, Offlaga Disco Pax, Frankie Hi-NRG e Julie's Haircut. A far loro da spalla gruppi locali e non, selezionati all’Indie Time svoltosi nel mese di aprile.

Dismetto i panni seri da lavoro. Indosso quelli divertiti del serale. Mi guardo: son sempre uguale. E' il dentro che cambia. Ci aggiriamo per la Buca come palline in attesa del concerto, o come palloni fuoriusciti dal maxischermo, tatticamente predisposto, di fronte al quale una varia umanità si assembra per Francia-Spagna e fa le prove d'urlo per la finalissima.

Poi il palco. Mi piacciono i palchi al buio, prima degli inizi: sono giganti d'acciaio in attesa di combattere, sono promesse di suono in divenire, tra cavi e gambe di backliners, sono mitiche entità che brillano di luce riflessa, come la luna o le veline. Lì davanti capitano le cose: ritrovi la tipa che aveva condiviso con te la fila davanti al banchetto del kebab e spera di digerirlo. Senti quello che dice "i Baustelle manco so chi siano, ma m'hanno detto che piacciono alle donne e magari mi butta bene". Conosci uno che si chiama Leonardo ed ha la faccia che sorride anche a bocca chiusa. Gli chiedi le scalette dei concerti della serata. Ma le scalette, in quanto tali, servono a salire. Così ti ritrovi sopra e dietro il palco a parlare di musica, di come butta a Marea, della vita e di un reading per voce e rock'n'roll band di Enrico Brizzi e Frida X. Perché quel Leonardo lì, scopri poi, è il Giacomelli della Black Candy Records, etichetta fiorentina nota a Rockit, quella di Velvet Score, Pecksniff, Santo Niente, Tomviolence ed altri. Brizzi appunto. E quel Leonardo ti fa sentire comoda ed accolta e poi ti presenta anche Claudio ed Andrea, del Comitato Marea e Giuseppe, sempre della "caramella nera". E giù a dirsene ancora di vita, note, aneddoti, birra e rock. Nel mentre, la musica accade.

I ¡Vivamuertecandita!, duo lo-fi autodefinitosi dadista e figlio della Valdibrana pistoiese, inizia le danze. Notbremse (Lorenzo Maffucci) e Hoechst (Cristian Credi) sono giunti alla loro quinta prova in album ("A Day In The Death of Chewing Gum" uscì nel gennaio 2005). Ora stanno lì, sul palco, vicini vicini e seduti. Due Peanuts. Due che, tra chitarra, mellotron, basso, fisa e rapidi intermezzi parlati, creano ritmiche semplici e coinvolgenti, suonano desert rock straniante e naif, suonano Beck Hansen, Pavement e Lou Reed, scanzonano asettici alla Carver, rivisitano distorsioni elettroniche e tradizione. Uno "Stupid Flirt" senza fine. La voce perde il suo trono, torna cortigiana ed arriva distorta ed ironica. Lunatici ed eclettici, hanno un aplomb minimalista che non li abbandona neppure quando, giunti alla fine, s'insinua alle loro spalle il cambio-palco, sincopato e rapido. E, magia, da probabile elemento di disturbo quel calpestio di spostamenti si trasforma in ulteriore tessera del puzzle surreale. “Shake your belly, baby, I'm empty". Colpo d'avanguardia o colpo di calore? Colpi. Due. Ci Credi al Maffa? Io sì.

Tomviolence. Era il 1986. Era scritto separato. Erano i mitici Sonic Youth di "Evol". Era "My violence is a dream, a real dream, a skinny arm, a crush on living skin". Dovrebbe buttar bene un sestetto che già dal nome "misispira" all'adorata Gioventù Sonica. Poi mi spiazzano: non si tratta di noise di stampo newyorkese. Sono rapsodie melodiche in intrecci di tastiere, sax, clarinetto, chitarre vibranti ("Heartbeat”) e spore ("Quite Good Not Song" in accezione kuntzica). Scenari semi acustici in cui si vaga come personaggi di Lewis Carroll nel post-rock. I Tomviolence strizzano l'occhio a Bartok, Mogwai, Slint, Dirty Three (violino) e Giardini di Mirò. Da Thurston Moore & Co. mutuano la voglia di distruggere le forme della rock-song. Creano un mix tra assalto e malinconia, un equilibrio che però non innova e resta come imploso, ingabbiato nella certo ottima ed indiscutibile professionalità della band. Arrangiamenti golosi, specie in “Too Steaming To Impress”, in cui l'intro al piano crea uno slow core armonioso che si distacca dal post rock (ovvero da feedback e progressioni strumentali e dall'impianto basso-batteria). Ma anche l'algida ed un po' glitch "Walthamstow Central" (con l'intervento di Luca Di Mira all’elettronica). Altri special guest nel loro ultimo album sono Marco Pompili degli Slugs (in "No years old") e Garlo Frigeri dei Joe Leaman (in "Another fashion victim"). Dei Tomviolence, in sintesi, amo lo struggimento epico di fondo, la linea base attraversata nei brani e l'idea che il vento sia una corsia del cielo che torni indietro solo contromano.

La folla aumenta, il caldo pure, in questa Buca di provincia che mi somiglia perché contiene e non trattiene.

Baustelle. Salgono piano, posati e composti, come i poeti quando hanno trovato la rima e correre non serve più. Ho davanti l’ensemble di Montepulciano orfano di Fabrizio Massara, tastierista e fondatore del gruppo, che se n'è andato alla fine delle registrazioni. Presentano i brani de "La Malavita", album definito concept (più per i suoni che per i testi) che ha segnato il passaggio dall’indipendenza alla Warner, dal bau-crossing alla major. Toscana/ Milano solo andata. Meno criptico e brit-pop dei precedenti, più ridondante, drammatico e "maturo" (per tematiche, arrangiamenti e pure riferimenti: Montale, Pietrangeli, Lodoli...), "La Malavita" è cronaca di ordinaria normalità scambiata per follia. Echi alla Belle and Sebastiene, Smiths, De André, Ciampi, Interpol. Elettronica ed archi, arpeggi ed amplob new wave. Nitidezza. Non è un album, è un libro di racconti sonori. S'inizia con un pezzo da repertorio, la melodrammatica "I provinciali". Il pubblico partecipa al grido di "estetica anestetica". Poi viene traghettato su "Sergio" (andamento leggero 80's) e la mia preferita, "A vita bassa", che rotea via col suo "e l'universo è inutile". A seguire "Love Affair", "La Guerra è finita" (inno corale si alza dalla Buca), le storiche "La moda del lento", "Il Musichiere 999" e "La Canzone Del Parco". Piccolo guasto tecnico. Francesco Bianconi chiede al pubblico “Dai, raccontateci qualcosa di voi” ma non c’è tempo di rispondere perché tutto si risolve e un concerto non è tempo di conversazione mai. Francesco riprende e tiene la scena vocale a dovere in "Un romantico a Milano". Poi arriva Patty Pravo. Non lei, ma lei come la vedono i Baustelle. Cover di "Come una bambola" (pezzo che la ragazza del Piper presentò nel 1984). Non dunque "La Bambola" del “tu mi fai girar” che risale al 1968. Versione dura, quasi asettica, ruvida, col cantato di Rachele Bastreghi che crea una curiosa alchimia. Lei, un po’ Nada a volte, nel porsi in voce.

Pausa. Mi ritrovo di nuovo appoggiata alle scalette retro del palco. Scendono lenti come son saliti. Breve sosta nel tendone-backstage e via, altri quattro brani. Stavolta li ascolto da lì, da dietro, dalla schiena delle cose e guardo in faccia il pubblico. Si cavalcano ancora le onde del prima con "La canzone del riformatorio", si vola poi col Corvo Joe e si masticano le "caramelle amare" di "Gomma". Fa caldo, lo dicevo no? Anche se sono le una. E allora come la chiudi una notte così? Ad occhi chiusi, ripensando ad un'estate, quella dell'ottantatre... "Era (me lo ricordo bene) la colonia estiva, non si respirava, son sicuro che la corriera partiva e poi salutavano, c'era una storia d'amore, c'era un reggiseno, mentre lo slacciava mi ricordo che il complesso suonava e poi solo tenebre...". E poi solo tenebre.



Pagine: Baustelle Viva Muerte Candita! Tomviolence

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