FIB 2004 (quinta parte)

24/08/2004 di



There’s a light that never goes out
La giornata di sabato inizia tranquilla. “Sono più sereno”, direbbero le Vibrazioni. Uno Zumo de Benicàssim, bevanda salvifica per i nostri fegati esagitati, e la puntatina al mare (tradotto in soldoni, la sera ci si sbronza, il pomeriggio ci si abbronza). Il pranzo al ristorantino in centro, e la pennica nell’aiuola. Tutto molto easy, con il vento che ci bacia la pelle.

Alle 19:30 andiamo a prendere la navetta per il festival perché ci siamo decisamente rotti i coglioni di scarpinare peggio che ad Urbino. Mezz’ora, e la navetta non è ancora arrivata. Si guardano le facce da FIB, i Fibers: tutti molto belli, tutte molto belle. Un fotografo serio ha oggettivamente di che fotografare, tipo quei tre che di sera vestono da mamme con bambino bambolotto al seguito (esibizionisti out of mind). Oppure gli occhi azzurri. Oppure le tracolle piene di spillette.

Cinque minuti, insomma, e sgomitando saliamo sulla navetta. Tempo di partire, e alla radio suona una canzone che – da qualche parte – abbiamo già sentito. Diego mi guarda: cazzo, ma è Britti! Ed in effetti è così. Alex Britti qui passa nelle radio con una versione in spagnolo de “Solo una Volta”. Stamattina la stessa cosa ci era successa con Tiziano Ferro, nel duetto con Jamelia. L’Italia, nel bene e nel male, è nel mondo.

Arriviamo giusto in tempo per il set del più aspettato artista di questo Festival, Mr. Morrisey. Subito ci dirigiamo verso l’Escenario Verde, e notiamo l’incredibile diffusione di magliette del Moz e degli Smiths. Qui, tutti o quasi sono per lui. Il palco dell’Escenario monta sullo sfondo una enorme scritta holliwoodiana che – a scanso di equivoci – recita MORRISEY. Poi sale sul palco uno speaker. Parla in spagnolo. Dice che l’aereo non è arrivato, che si è fermato a Londra, e che l’artista Morrisey, forse, suonerà domani. Come un temporale, la delusione fa breccia negli occhi di tutti. Parte il corri corri di voci, qualcuno accende la speranza del domani, ma la verità è che Moz, qui, non suonerà. Né oggi né domani né dopo. Il perché, al di là dell’ufficialità, è un vero mistero. Lui è una primadonna, e lo sappiamo. Fatto di soldi? Fatto che fosse prima e non dopo Lou Reed in programma? Chissà. Ciò che resta è solo una grande, enorme delusione.

Resto a bocca aperta di fronte al palco, mentre smontano le lettere cubitali. Come la rappresentazione teatrale del dramma: giù la M, poi le altre in fila. Ad un certo punto, un ragazzo riccioluto mi tocca la spalla. Veste le AllStar, ha i pantaloni corti, una camicia e qualche pins. Perfettamente indie. Carlo Pastore? Sì, sono io. Ciao, sono Marco Daretti. Eccolo qua! È come un ritorno a casa (e 2). Indiedandy: non poteva trovarsi un nick più azzeccato. Questo nostro collaboratore è il vero presenzialista dell’indie rock italiano. È ovunque. Discutiamo di Moz e della sua mondanità. La delusione è roba per tutti.

Un’occhiata al programma e la decisione verte su Scissor Sister. Mai decisione più saggia avrei potuto prendere (e che si fotta il Galeotto Fu). Lo Escenario Hellomoto diventa un dancefloor dove anche l’indie rocker più snob direbbe d’adorare i Bee Gees. Pop-rock-disco-dance che sembra venire direttamente dalla seconda metà dei ’70. Uno show che tocca apici di erotismo, teatralità e ritmo altissimi. Drag queen e glam rock. Village People e Felix Da Housecat. Si balla come dei dannati. Si guarda il palco preda delle follie erotiche di un cantante in asciugamano (e basta) e di una lei che si struscia. Tutto molto ostentato e tutto molto bello. Se capitano dalle vostre parti (ma anche da altre) andate a vederli: è un obbligo.

Poi si ritorna nella normalità e si ritorna all’Escenario Verde, dove in programma c’è un tale che chiamano Lou Reed. Lui. Il bello di questo Benicàssim è che si può vedere, contemporaneamente, il Passato e il Presente. I Maestri e gli Allievi. Qui, con Lou, stiamo parlando del Maestro, di quello che molti chiamano il Poeta del Rock, che altri solo il Poeta, che altri Lou, e basta. Uno che in un set intenso, molto ben suonato e mai troppo rumoroso, è capace di inserire “Satellite of Love”, non nella nuova versione, per poi concludere in bis con “Perfect Day” e “Walk on the Wild Side”, dove sul du-dudu le lacrime scendono, perché è come se le note ti strappassero corde del cuore.

Così si va a bere una birra, da soli, per metabolizzare tutto quanto, e guardandosi attorno ci si accorge di come tutti sembrino dannatamente felici. Passano coppie, etero e gay. Tutti hanno qualcun altro a fianco, mano nella mano. Risate. A guardare dentro, però, non si direbbe così.

Iniziano poi i Belle & Sebastian, quindi è ora di sorridere. Con malinconia, ma di sorridere. Eppure le cose non girano. Si parte con la bellissima “I Fought in a War”, dunque con quello che dovrebbe essere veramente un botto. Eppure le cose non girano. Si passa anche per “I’m a Cuckoo” e per “The Boy With The Arab Strap”, eppure le cose non girano lo stesso. Sembra che ci sia qualcosa che non vada, che sia il contesto o il concerto in sé. Lui parla ogni canzone come un oratore, parla e non si capisce niente. Porta con sé sul palco un interprete, ma il pubblico rimane freddo lo stesso. Mah. Le cose non girano. Delusione. La delusione più grande di questo FIB2004, insieme a Love With Arthur Lee (anche se per lui la parola giusta è vergogna).

Perdo Yann Tiersen, e me ne dolgo. Guardo i primi due pezzi dei Los Planetas, e lascio perdere. Tanto rumore, per nulla.

Così, le tre di notte portano con sé i Primal Scream. Emiliano Colasanti, partner di questa oretta in cui i Los Planetas hanno detto la loro, mi dice che qui in Spagna i Primal sono una grossa Cosa di Stato. Con un successo mica da ridere, roba che la gente canta quasi tutti i loro pezzi a memoria. In effetti si vedono parecchie magliette di “Screamadelica” e “Vanishing Point”, e dunque la sua tesi è confermata.

Il set di Bobby Gillspie e soci parte decisamente rock. Molto, molto rock. Troppo rock, forse. Per fortuna con il passare dei minuti torna poi indietro all’electro. Qualche pezzo da “Screamadelica”, insieme a brani di tutti gli altri dischi. Niente male, ma la (mia) forza è poca, così me lo gusto dalla tribuna stampa, seduto che guardo Bobby che si dimena come un pazzo, con quei capelli che fanno continuamente su e giù, giù sugli occhi perché questo è rock, baby. Carini, ma mi aspettavo di più.

Torno in platea dopo qualche minuto, e già ci sono i tecnici che intimano la folla a sfollare, passando come un righello in orizzontale e obbligando chiunque ad uscire dall’Escenario Verde. Vado verso il meeting point, a incontrare Diego e Daniele. Ci prendiamo l’ultima birra, facciamo quelli che stanno seduti sotto la colonna e si fumano un cannone, e poi prendiamo la strada di casa. Questa sera ce la facciamo in pullman (chè ci siamo rotti i coglioni, sì, di scarpinare peggio che ad Urbino). Salgo sulla navetta, e a fianco a me si siede una signorina dai lunghi capelli neri e da un fisico mozzafiato. Mi muovo sul mio sedile accanto al finestrino. Poi arriva un ragazzo e si siede nella fila a fianco, posto corridoio. Lei lo accarezza, lui sorride. Bene. Anche questa è andata. Come arrivare al cielo e poi cadere prima di toccare. Tutte le volte, tutte le sante volte. La navetta parte, e io mi addormento.

=> Leggi la sesta ed ultima parte



FIBER era il giornale ufficiale del Festival de Benicàssim. Ogni giorno usciva con un numero ricco di interviste, articoli, anticipazioni, aneddoti e altre cose meno interessanti. FIBER era gratuito e tutti lo prendevano, magari non lo leggevano, e poi lo lasciavano lì. Io, così come tanti altri, che invece lo leggevano, ho conservato tutti i numeri.

Questa è la copertina dell'otto agosto, su cui troneggia Bobby Gillespie, leader dei Primal Scream. Con i capelli sugli occhi.

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