FIB 2005 - Un personalissimo diario [3]

27/08/2005 di



Venerdi 5 agosto 2005

Mi sveglio con un po’ di raffreddore perchè la sera fa proprio fresco freschino e da sudati non è il massimo prendere tutta quella rugiada fatta aria. Ripenso al giorno prima e penso che probabilmete alla fine con la mia Karen O’ è finita quella sera lì davanti alla sua tenda e ci siamo conosciuti e bom, va bene così, non dobbiamo stare tanto a menarcela o cose del genere. Mi dispiace solo per il suo bel sederino piccolo e rotondo che le avrei volentieri pizzicottato ancora, ma vabbeh, speriamo ce ne siano altri altrove. Penso pure che secondo me Gippy c’ha proprio un bel sorriso e penso che sembra proprio dolce e la sua è una di quelle faccine che infondono una soave tenerezza, mio caro diario, e penso a quale potrebbe essere la sua opinione in questa situazione un po’ stupidina. Probabilmente darebbe una risposta pacata, magari non troppo lunga, e poi starebbe in silenzio e con i suoi occhioni guarderebbe in avanti riflettendo sul fatto che, in fondo, non è che gliene interessi molto di questa storia da bambini. Mio caro diario, mi sembra di conoscerla perchè potrei essere io, ma beh, insomma, mi sono anche un po’ stancato di pensare e quindi ora lo slogan è più leggerezza per tutti e non ne voglio sentire da nessuno, sia ben chiaro.

Oggi mare a rosolarci la pelle e poi si torna in campeggio per farsi belli che stasera si parte con il Fib vero e proprio e non si scherza, eh. Arriviamo e ci vestiamo e ci mettiamo il pass press ed è incredibile come, non appena ce lo infiliamo al collo, le inglesi che sono nella tenda qui di fianco ci guardino un po’ affascinate, tipo oh ma hanno un pass! Sono una mora e una bionda, e quella mora mi sembra sui venticinque e ha un petto pazzesco e quel suo taglio riccio dal gusto secolare me la rende decisamente affascinante e insomma appena ci vedono il pass attaccano bottone e per noi risponde il mio Caro Collega Porrografo con il suo inglese-non-inglese e io me ne rimango un po’ in disparte guardando cosa succede, perchè in fondo sono un gran timidone, ma che voglia che avrei di tuffarmi in questa storia e soprattutto nella mora, mio caro diario.

Il nostro venerdi parte con i The Kills al Fiberfib.com, l’escenario-tenda più grosso e moderno e roboante del Fib, quello che diventa Escenario Motorola dopo le otto di sera, tutto pieno di luci e immagini laser. Ogni concerto al Fib viene filmato con almeno tre operatori camera sul palco e l’effetto è veramente tivù, tanto che viene anche legittimo chiedersi se non sia quantomeno fastidioso tutto ‘sto dispiegamento di forze televisive per un evento che alla fine rimane un festival live. Ma così innanzitutto si vede meglio e vedono tutti, e poi il Fib è anche un archivio incredibile e storico e importante della cultura pop musicale, e sicuramente immagini così ben realizzate possono decisamente asservire alla causa, olè. Beh, insomma, l’entusiasmo è per il duo anglo-americano perchè in fondo sono quelli che aprono la tre giorni vera e propria e, non appena salgono sul palco, chiunque, uomo ed eterosessuale, fa pensieri su quella che è l’incarnazione della groupie sublimata a cantante rock, l’essenza sexy di una poser incredibile, stupendevole da vedere tanto quanto la sua spalla musicale vera e propria, che non è la drum machine ma il chitarrista, molto roll pure lui. Il peccato è che certe peccaminose elucubrazioni sono il surrogato alla noia che scatena il loro blues core che non decolla mai, a parte gli ultimi due pezzi che sono i due singoloni e fanno vera-veramente impazzire. Beh, mio caro diario, i Kills sono più da vedere che da sentire, ma avercene. Finito il loro set, si dà un occhio al programma per capire che fare, ed è proprio un bel casino perchè tutto sembra spostato rispetto a quello pubblicamente programmato sulla bibbia del Fiber che è il Programa de Mano, con tutti gli orari e le location e gli artisti e praticamente l’enciclopedia del Fib. Beh, è strano che a Benicàssim succedano queste cose! Allora per raccapezzarci un po’ si dà un occhio al Fiber, il quotidiano del festival che intervista, reporta, informa su quanto è accaduto il giorno prima e quanto accadrà il giorno stesso e lì pare tutto giusto. Quindi che si fa, ora? Ci sono gli Athlete sul Verde ma non è che interessino granchè, e allora facciamo che si va a mangiare qualcosa perchè alle dieci si scatenano i Mando Diao e poco dopo partono gli Yo la tengo! sul main e ancora dopo tempesteranno i Fischerspooner al Motorola. Usti, che magnifica confusione!

Si parte con i Mando Diao che salgono sul palco con una quindicina di minuti di ritardo e si bestemmia un po’ perchè così si non si potranno vedere entrambi i set, uffi. Però che tensione per sto concerto e attendi e attendi e sbam, eccoli lì belli rock ‘n’ roll, giovani e tamarri, e subito via con questo pop ‘n’ roll powerissimo assolutamente venato beat e punk funk che ritempra il fisico e non si riesce a stare fermi, proprio no. Questi cinque di cui il cantante canottierato tirano su un’industria che non vi dico e convincono di brutto, però si guarda l’orologio e che si fa, andiamo? I Mando li rivedremo in Italia... si spera. Così via!, mentre dietro tirano di brutto, accidenti se spaccano, ma mica potevo perdermi gli Yo la tengo!, altrimenti che cosa racconto a quelli che son stati a Frequenze Disturbate ai quali sghiddo sghiddo raccontavo ma tanto io me li vedo al Fib, Spagna, cucù? Beh, insomma faccio bene perchè arrivo di fronte a questo palco immenso e lì in mezzo, piccoli piccoli, vicini vicini, ci sono questi tre sfigati che ti aprono un mondo, insomma fra una “Sugarcube” e una “Our Way To Fall” c’hai passato tante emozioni, ecco. Allora li lascio sussurrare quelle atmosfere un po’ malinconiche, quelle di una minoranza generazionale ansiosa e un po’ inquieta, forse ancorata a diverse icone irrangiungibili del passato e forse un po’ piegata su se stessa, ma con un fottuta voglia di stile, mio caro diario. Così tutti ci diciamo che è stato un concerto bellissimo ed indimenticabile ma io non ho neanche il tempo di realizzare alcunchè che corro al Motorola dove stanno già imperversando i Fischerspooner. Entro nella tenda e spingo un attimo e mi trovo poco dopo proiettato al centro sotto il rombo refrigerante, che è questo vaporizzatore posto in mezzo all’Escenario che getta salvifiche bollicine d’acqua sui corpi danzanti là sotto. La tenda è una bolgia e io non ci capisco una mazza, vedo soltanto sul palco un tizio vestito decisamente anni ottanta, molto gay, che si muove e ammicca e ammicca ma io ballo e ballo e vengo sballottato lì in mezzo tanto da sembrarmi Ulisse nell’Odissea e, sbatti di qui sbatti di là, percepisco “Emerge” che mi fa andare in sollucchero, ma tipo dopo una ventina di minuti mi guardo addosso e sono un bagno allucinante di sudore e improvvisamente mi ritrovo in sala stampa a rinfrescarmi pelle e pancia, e a prendere un po’ d’aria, fiuuuuuu. Giusto dieci minuti e mi metto a dare uno sguardo ai The Cure dalla tribuna, posto ideale per godersi questi concertoni e per invidiare quei musicisti che suonano di fronte ad una distesa di pubblico incredibile, la quale sola, anche senza musica, è vera-veramente uno spettacolo, mio caro diario. Poi giro lo sguardo sul palco e vedo un grassone cinquantenne che porta il rossetto e i capelli cotonati che non si capisce bene come facciano a stare così gonfi, e lo guardo e sento quella sua voce che nessun altro come lui, sebbene oggi non arrivi più dove una volta l’età concedeva. Io non sono un loro grande amante, così reggo poco e vado a sedermi al fresco a riposare la mente a inventarmi storie a guardare persone e a fare finta di imparare qualcosa da un mondo che fa finta di insegnare. Poi colpo di reni e esco a godermi l’unico momento che mi spacca il cuore perchè certe canzoni sono un passpartout universale, e nessuno se non Roby Smith può permettersi “Friday I’m In Love” e “Boys Don’t Cry” per chiudere il concerto più lungo del Fib. Applausi scroscianti e qualche ragazza in lacrime, e ora giusto una mezz’ora di pausa perchè poi, anf anf, Ba-ba-basement Jaxx!

Beh, insomma, mio caro diario, lascia che ti racconti questo fantastico concerto dei Basement Jaxx, fra hip-hop, funk, r’n’b, dance, con queste due voci femminili incredibili ed istrioniche, di quelle che ti lasciano a bocca aperta con la lingua srotolata come un tappeto rosso e relativa passerella. Suonano come dei treni, dirigono le danze Simon Ratcliffe e Felix Burton, e questi musicisti ultra perfetti tecnicamente si lanciano in piroette coreografiche cinebrivido come se fosse un proiettile lanciato a mille all’ora dentro una love parade, tanti colori e vita ci son dentro. Il pubblico cioè noi assorbe la musica e la rigira in ballo ballo sballo e tutto si chiude con “Where’s Your Head At?” che è una potenza assurda di singolo ed anche un po’ un manifesto, non c’è che dire. Tutto finisce troppo presto e ce ne andiamo con in mano il ricordo dei nostri vicini d’audience, ossia Caparezza, Lindbergh e un centauro all’incontrario, cioè un uomo con la testa di cavallo (giuro!). Mio caro diario, il tuo umile compilatore ride ancora adesso pensando a quella testa finto-crinita che faceva unz-unz!

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Festival International de Benicàssim, Spagna - 4-9 agosto 2005
Il diario personalissimo di Carlo Pastore

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