FIB2004 (seconda parte)

24/08/2004 di



MPN – BCN
Malpensa. C’è il sole. Alle 17 si parte da soli per Barcellona, poi altri trecento chilometri e sei a Benicàssim, dove ci sono Diego e Daniele che ti hanno gentilmente offerto un posto in tenda. Un last minute da poco meno di 160 € andata e ritorno, su un volo di linea.

Il volo è perfetto. Le hostess spagnole qui portano i pantaloni, e non quegli orribili tubetti blu. Ho una strana sensazione addosso, non penso a niente. Cinque minuti d’anticipo e tocco il suolo di Barcellona, la bellissima Barcellona. Aspetto la valigia. Che non arriva. “Era meglio se non fosse capitato”. Si bestemmia il giusto perché c’è sempre bisogno di un dio da bestemmiare quando non hai un capro espiatorio in fronte da mandare per direttissima a fare in culo. Dio in questo caso è il tramite: tu lo mandi a fare in culo sperando che, come un satellite, giri il messaggio a chi di dovere. Diciamo che la bestemmia è un SMS ad ignoti. Un impulso ad infinitum.

Mi accendo una sigaretta sotto i cartelli di divieto. Qui tutti lo fanno indignitosamente senza alcun problema, ma mi sento comunque trasgressivo. Infatti mi guardo attorno circospetto. Mi sento un trasgressivo, dunque circospetto, che ha aspetta il bagaglio. Bella storia. Denuncio il fatto all’ufficio Lost Baggage. Nel mentre ho perso il treno per Benicàssim, il cellulare mi si è scaricato e il ricaricatore è in valigia.

Notte di ferro e fuoco, notte di solitudine nel ventre, questa che mi aspetta a Barcellona. La bellissima Barcellona.

Todo sobre Marcelo
Decido di andare in stazione a passare la nottata, visto anche che tutti gli alberghi sono completi. Arrivo a Barcellona Sants. Movimento da vacanze, movimento da città. Mi siedo e incomincio a guardare i volti. Nessuna vibrazione. Passano tre ragazze italiane e fanno commenti su di me pensando che sia spagnolo. Io apprezzo, anche se mia nonna avrebbe detto che certe cose non devono dimorare nella bocca di una signorina. (Dimorare. Come un ospite in un ostello. O magari come la padrona di casa. La bocca è la dimora delle parole. L’albergo del verbo. Bah. Riflessioni che si fanno quando il silenzio ha occupato il cervello, e i minuti sono lunghi attimi di immobilità.)
Dopo una misera cena al McDonald’s in cerca di certezze, vado nella hall e accendo una sigaretta. Passa un ragazzo che sembra sudamericano, che me ne chiede una. Pacchetto. Sigaretta. No problem, tieni.

Mi si siede vicino. Fuma senza aspirare, un po’ come i bambini che non sanno come si fa.

Un ubriacone ci vede, ci chiede un cigarillo e glielo do; per ringraziarci ci stringe la mano facendo forza con il pollice. Gli guardo la mano sporca, piena di sangue. Mi vengono in mente le raccomandazioni della mamma, le mie paure, le mie suggestioni. Poi realizzo che non è niente.

Il sudamericano inizia a fare conversazione. Le cose solite. Da dove vieni, cosa fai, dove vai, dove non vai. Andiamo a bere un caffè, che la notte è lunga, e gli spiego la mia situazione. Gli racconto della valigia e di tutto il resto. Lui subito mi offre un divano a casa sua. Io per il momento glisso.

Beviamo una birra, e mi fa fare un giro del barrio. É gentile, mi fa come da cicerone. Scopro che è orfano di padre e madre, è immigrato qui qualche tempo fa. Ora lavora, fa il tecnico in un’industria di valvole. Saliamo delle scale: senza dirmi niente mi sta portando a casa sua.

Entriamo. E i deliri incominciano a prendere forma. Le paure tipiche del chissà che cazzo vuole farmi, questo. Le perplessità e la puzza sotto il naso. L’amor proprio. Le cose umane, insomma, di un Uomo Qualunque nel ventre di Barcellona (la bellissima Barcellona). Io però appaio tranquillo: diciamo che è il cinismo di chi oggi ne ha viste troppe, misto alla mia solita indifferenza per le cose del mondo.

Mi fa vedere un sacchetto pieno di lattine di birra. Mi fa capire che sono tutte da bere per noi due. E infatti così è. Ci sediamo su un divano, mi fa vedere le sue foto, e intanto sgoliamo birra. Accende la televisione, subito gira su un canale porno, e intanto sgoliamo birra. Mi dice che ce ne sono molti, e tutti gratuiti. Io dico che anche in Italia ce ne sono molti e anche molto interessanti. Incomincio a capire dove sono capitato.

Sgoliamo birra. Una, due, tre, quattro, cinque. Lui mette su un DVD, sempre porno. Guardiamo scene di fellatio, penetrazioni multiple, orge, perversioni. La cosa strana è che lui fa commenti sui cazzi dei pornostar, li chiama “tronchi”, e mi chiede quanto è lungo il mio. Io non rispondo, ma sgolo birra. Chiede se ho tatuaggi. Gli dico di no. Mi dice di averne uno vicino al pene, mi chiede se voglio vederlo. Gli dico di no. Vuole vedermi i peli pubici. Gli dico che non è il caso. Lui allora si placa, ma mi chiede se da piccolo mi sparavo le seghe assieme agli altri miei compagni di classe. Io gli dico che si, poteva essere capitato, ma che solitamente faccio altri sport di gruppo.

Intanto sgoliamo birra, di continuo, e il piano è ormai chiaro, e da sbronzi si attua meglio.

Le ore intanto passano, e lui accusa il sonno della sbronza. Io è come se fossi appena sveglio, nel pieno delle mie forze. Eretto. Andiamo a dormire, ma non riesco a chiudere occhio. Sto tre quarti d’ora con gli occhi aperti, sul divano a fianco al suo letto, quando vedo una figura dirigersi verso di me. Subito mi muovo, e lui si ferma. Cambia direzione, va verso il bagno.

Continua tutta notte in questa maniera. Si alza, si avvicina e lo fermo. Probabilmente vuole solo toccarmi. Mi sembra anche un poco impaurito. Credo sia più che altro curioso, con la morbosa voglia di chi vuole addentrarsi in un mondo non suo, a cercare certezze e scoprire cose nuove.

Fra una cosa e l’altra si fanno le sei. Io non ho dormito per nulla, lui deve andare a lavorare. Ci alziamo, mi offre la colazione. Tu es muy gentile, gli dico, sempre in azzardato spagnolo. Lui mi chiede scusa per la notte. Io non dico nulla. In fondo per me è stato un posto dove stare, che tanto non avrei chiuso occhio lo stesso.

Andiamo alla stazione. Lo saluto. Mi saluta. Perplesso, ora un po’ stanco ma comunque saldamente sveglio, aspetto il mio treno. Strange things happen.

=> Leggi la terza parte



FIBER era il giornale ufficiale del Festival de Benicàssim. Ogni giorno usciva con un numero ricco di interviste, articoli, anticipazioni, aneddoti e altre cose meno interessanti. FIBER era gratuito e tutti lo prendevano, magari non lo leggevano, e poi lo lasciavano lì. Io, così come tanti altri, che invece lo leggevano, ho conservato tutti i numeri.

Questa è la copertina del cinque agosto, con un ragazzo che posa di fronte alla scritta "2manyfibers", stampata sulla parete esterna dei cessi del FIBcampeggio.

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