FIB2004 (sesta parte)

24/08/2004 di



Di domenica mattina non hai idee strabilianti… dev’essere il vuoto domenicale che ti circonda
Svegliarsi la mattina con un senso di insoddisfazione subacqueo, nascosto da mille bollicine, significa avere la sensazione che non appena dovessero scomparire le bollicine, e dunque l’aria, ciò che rimarrebbe sarebbe una triste scoperta.

Apnea Totale.

Eppure qui hai tutto. Eppure tutto, a volte, non basta.

More and More, and Then no More
Prendo in mano il Pocket Programme, questa volta in inglese, e mi metto a leggere. Sgombrare il campo da oggetti indesiderati. Guardo innanzitutto il programma della giornata: ci sono Brian Wilson, Franz Ferdinand, Dandy Warhols, Wire, Pleasure, Girls in Hawaii, Lambchop, Love With Arthur Lee, Lcd Soundsystem, Colder… insomma, come al solito un programma denso e disciplinato nei luoghi (indisciplinati siamo noi a sceglierci che vedere, senza un minimo di filo logico, affidandoci al Gusto). Poi sfoglio e alla fine mi fermo sulla pagina dei partner del FIB, tutta piena di loghi di Mtv, NME, Motorola, Coca Cola, Dazed & Confused… guardi bene in fondo a destra e c’è un logo che conosci a menadito, perché è il tuo. ROCKIT. Pollice su.

Ma ora lascia che ti presenti un pochino i miei compagni di viaggio. Daniele l’ho conosciuto qui. É di Torino ed un ragazzo pacato ma non per questo addormentato (a volte l’equazione è una identità: in questo caso, no), europeista in quanto a festival e rock ‘n’ roll lover. Se c’è una cosa che non è, quella è cattolico. Non fatevi dire la sua password: qualche divinità potrebbe abbattersi contro di voi. Diego è invece colui che sul forum di ROCKIT si firma “die”. Quindi d’ora in poi siete avvisati. Diciamo che è semplicemente un personaggio. È uno di quelli che quando va a chiedere se hanno del fumo da vendere, non glielo vendono, ma gli regalano una canna. È di quelli che con gli stranieri parla solo italiano, e riesce a farsi capire. Noi gioiamo per entrambe le peculiarità, sia chiaro, ma ci chiediamo perché. Saranno i dreadlocks? O forse l’italiano fascino di uno che parla a “bella”, “figo” e altre milanesità del genere ma in fondo ha sangue terrone nel cuore? Chissà. Intanto gli regalano le canne, a ‘sto bastardo.

Con questi due figuri si va al mare e si torna a mangiare nel solito posto. Pennica, e via per un’altra notte di concerti ed emozioni e noia e stelle e (speriamo) baci.

Dopo la puntatina rock ‘n’ roll da Girls in Hawaii e la tragica vergogna di un Arthur Lee (con i Love) incapace di stare in piedi e sommerso dagli indegnosi fischi del pubblico (a mia conoscenza, l’unico concerto ad essere stato bocciato e schernito in questa edizione), l’Escenario Verde porta con sé un altro pezzo di Storia. Questa volta tocca a Mr. Brian Wilson salire sul palco, directly from the Beach Boys.

Praticamente è un barile al quale i movimenti concessi sono pochi e scarsi (mettersi per orizzontale, rotolare), ma la voce – grazie a dio – è ancora quella. Veste un camicione come lo si vede indosso agli americani obesi, di quelli enormi che coprono tutto, e a centro palco siede su uno sgabello in fronte ad una tastiera (che praticamente non suona mai) ed un computer. La band è composta da dieci musicisti: tutti abbastanza giovani, a parte il chitarrista, e tutti bee-bop. Il concerto parte in sordina, poca gente si assiepa sotto il palco (anche perché al FIBclub suonano i Wire, che sono sempre e comunque una bella alternativa) e l’impressione è quella che Wilson stia suonando perché è uno che da giovane ha capito che cosa dovesse fare, e che lo dovesse fare per sempre, e comunque. Un Monumento che performa la sua Storia. Poi Wilson si scioglie e anche l’atmosfera si scioglie e il pubblico cresce a dismisura. Arrivano i pezzi più belli, ossia quelli tratti dal seminale capolavoro “Pet Sounds” - “God Only Knows” e “Let’s Go For A While” su tutti - e infine le tremende hits: da “Surfer Girl” fino a “Good Vibrations” e “Surfin in the U.S.A.”, per concludere con la più ovvia delle conclusioni: “Barbara-Ann”, con tanto di ballerini sul palco a dettare il passo. Ancora una volta, alla fine, l’unica cosa che si può dire è “Io c’ero”. Anzi, “Io c’ero, di fronte a uno dei più grandi songwriters della Storia”.

Passato il Passato, è ora del Presente. Franz Ferdinand. Ed è delirio. Chi un anno fa pensava che uno dalla tribuna stampa potesse vedere in concerto un gruppo indie far saltare 30000 persone sulle note di un singolo sì di successo, ma non di Successo Globale, alzi la mano. Se sei tu, ti incorono. Se non sei tu, inchinati, e ascolta, perché la cosa è bellissima.

La cosa incredibile dei Franz Ferdinand è che, anche dal vivo, il sottile filo che nelle loro canzoni unisce i Pixies e i Joy Division non si spezza. Mai. Anzi è un filo dove gli equilibristi corrono come nervi impazziti e ti costringono a muoverti. E a saltare dopo i bridge.

Un tiro incredibile. Un set sofisticato tirato e nervoso, performato da una band che sul palco ci sa stare (senza se e senza ma). Ovvi deliri per “Take Me Out” e “Matinée”, ma anche i pezzi nuovi sono belli, sulla falsariga dei precedenti. Applausi a scena aperta. Ed ora si corre all’Hellomoto, per tentare l’assalto al finale dei Lambchop.

Sono la "Nashville's most fucked-up country band", secondo la loro etichetta. Ed è vero. Sul palco sono un numero praticamente indecifrabile di musicisti, molti dei quali mi paiono piacevolmente sbronzi. Mi addentro per capire/sentire qualcosa, ma il caldo e un brusio di sottofondo praticamente perenne mi spezzano la voglia di stare ad ascoltare quello che so essere un alt-country-pop-rock desertico e – più spesso – orchestrale. Comunque di ottima e pregevole fattura. Così desisto. E mestamente mi mescolo alla folla, meritandomi – questo sì – un litrozzo di birra a tre euro e cinquanta.

Si torna poi nell’Escenario Verde, dove dopo gli Spiritualized arrivano i Dandy Warhols, che in conferenza stampa erano stati molto simpatici con lei che è incinta, poi tutti belli stilosi, un po’ a metà fra il freak e la fashion victim, e poi comunque molto a modo. Ecco. Ma a parte qualche pezzo del primo album, compresa la straordinaria hit “Bohemian Like You” (eseguita a metà concerto collegata direttamente alla canzone prima; come dire: è una mia canzone ma ho fatto anche altro!; capisco la loro schiavitù), la sostanza, nelle nuove canzoni, dov’è? No perché a parte molte schitarrate io di belle canzoni non ne ho sentite molte, anche se il pubblico si mostrava abbastanza adorante. Mah.

Nel mentre conosco alcuni degli organizzatori di Les Eurockeennès de Belfort, festival francese a cui Daniele – guarda caso – ha partecipato proprio quest’anno, trovandosi benissimo, infatti me ne parla egregiamente. Discutiamo in inglese del più e del meno, mi spiegano che fanno e chi sono. Mi dicono che hanno partner da tutt’Europa tranne che in Italia (...: non mi indigno né m’incazzo, sentire queste cose è divenuta ormai la normalità) e dunque vorrebbero aprire anche alla nostra nazione. Quindi mi invitano e mi danno il biglietto da visita: fatti sentire che sei nostro ospite. Perfetto. Ci beviamo due birre, parliamo di quanto sia piena di figa Milano e siamo tutti felici e contenti, pronti per la fine di questo (palloso) set dei Warhols e pronti per la dance all night long con i Chemical Brothers che – meglio - faccio che vederli subito alla conferenza stampa.

Ore 2:00. Entro in Zona Cesarini, agli sgoccioli del tempo stabilito. Riesco a sentire l’ultima domanda: “Voi siete i fratelli chimici, qual è la vostra opinione sulle droghe?”. Risponde quello con il cappellino: “Bella domanda. Credo che per alcuni funzionino, per altri no”. Geniale. Si ride. Tutti sono molto divertiti e contenti. La sala stampa è gremita di gente: giornalisti, artisti e curiosi. In confronto alla tristezza masiniana delle conferenza stampa dei Charlatans, qui voliamo altissimo. I due ringraziano, si lasciano alle foto di rito, firmano qualche autografo e si dirigono verso il box di Mtv.

Mentre tutti sfollano, io rimango seduto e faccio un po’ di riflessioni statistiche. Praticamente, prendo atto dei dati di fatto. Realizzo che i signori (anche se sono di più le squinzie, peraltro ovviamente fighe) con il braccialetto VIP possono accedere al backstage senza alcun problema. Quelli con il pass press, come me, possono accedere solamente all’area press. Peccato. Fossi stato una groupie bevevo gratis e me ne stavo fra gli artisti a fare pompini. Realizzo poi che gira veramente un sacco di droga, roba che addirittura – mi ha detto Emiliano Colasanti – ai Micecars la guardia del corpo del loro camerino (chè qui ogni artista ha una guardia del corpo al proprio camerino) ha detto che se volevano eroina di non farsi problemi, che ci pensava lui (roba che se non vedi non ci credi, e non succede solo in “Almoust Famous”). Realizzo di aver comprato il nuovo disco dei Broken Social Scene a 10 €, ed averlo subito perso (bestemmie). Realizzo che proprio i Micecars sono ovunque, e fanno bene, perché queste occasioni possono non capitare due volte, e bisogna succhiare tutto. Polpa, linfa e nettare. In un impeto di memoria, poi, realizzo che al campeggio dominano le mutande Calvin Klein, e per me va benissimo, visto che – come dice Labranca – “sono sempre meno calvinista e sempre più calvinklein”. Infine, realizzo che sono completamente impotente di fronte me stesso, e continuo ad alternare momenti di quiete ad altri di depressione che non capisco da dove viene e non capisco perché. Poi mi alzo, mi passano a fianco i Bros – che se non fosse che hanno inventato il big-beat potrebbero sembrare mediamente due tipici inglesotti con la pancia della birra – e il mio seggiolino viene immediatamente smontato insieme a gran parte della conferenza stampa. Segni di un festival che – evidentemente - sta finendo.

Il set dei Chemical Brothers inizia a cinque alle tre. Alla mia sinistra, in mezzo al pubblico, sei ragazzi pippano coca. Una ragazza alla mia destra, invece, è impasticcata. Io che mi sono fatto qualche canna soltanto mi sento fuoriluogo anche qui. Benissimo.

La consolle del duo è enorme, piena di aggeggi che, secondo me, fanno più coreografia che sostanza. Praticamente si tratta di una navicella spaziale, da cui partono raggi laser à la Pink Floyd che puntano sul pubblico e piroettano. Dietro i due, uno schermo gigante proietta belle immagini collegate alle canzoni. La partenza è un manifesto: “Hey girls, hey boys, Superstar DJ's, Here we go!”.

Infatti si va. Big beat come pane a merenda. Musica non stop. Dance all night long. I Bros praticamente sono rockstar, interagiscono con il pubblico, chiedono gli applausi, performano le canzoni. Il DJset pesca dal meglio del repertorio, propone tutti i singoli e molti pezzi dell’ultimo album. Diviso in due tranche, nella prima praticamente ti rende impossibile la quiete; nella seconda, invece, parte con la dilatazione dei tempi e chiude di nuovo con la nevrosi della dance. Un set veramente psichedelico, che trasforma una piazza in un dancefloor che sembra proprio ad un club. Con o senza pasticche.

Ultimo pezzo. Ovazioni da stadio. Bis Bis Bis. E le luci si spengono.

The End Has No End
Mentre torno per l’ultima volta nella quasi smantellata sala stampa, giusto per dare un’ultima occhiata e riprendere lo zaino, penso che se ci fossero stati anche gli Strokes o i White Stripes (e se Morrisey non avesse dato forfait) questa edizione del FIB sarebbe stata un Evento Memorabile, da inserire negli annali dei Festival di tutti i tempi. Invece nessuno dei tre ha partecipato, e dunque possiamo parlare soltanto del Miglior Festival Europeo di quest’anno, già una palma che qualsiasi organizzatore con un poco di cervello bramerebbe.

Esco dalla sala stampa e – come al solito – il righello dei tecnici del FIB sta poco gentilmente invitando tutti gli astanti a levarsi dai coglioni dell’Escenario Verde. Vengo rastrellato anche io, ed esco alla ricerca di Diego e Daniele.

Cammino a testa bassa e sento una voce che mi chiama dal basso. Mi giro, e vedo la chioma lunga e liscia di Jukka Reverberi. Questa volta non è l’Epifania perché l’Epifania succede solo una volta all’anno. Mi siedo con loro e parliamo un po’ di quest’ultima giornata, di che ci è piaciuto oppure no. Dei Bros Jukka non ha visto praticamente niente, ma ha adorato gli Spiritualized. Dice che i Giardini di Mirò stanno andando molto bene in questo periodo, che hanno un sacco di date. Bravo guaglione. In fronte a lui siede una ragazza bellissima, con la coppola, una di quelle a cui Artaud direbbe che “quando alzo gli occhi su di voi, si direbbe che il mondo tremi”. Do un’occhiata, li saluto e mi alzo, chissà che prima o poi ci si riveda in Italia.

Torno dagli altri e – al solito – sono al meeting point tra loschi figuri e simpatiche macchiette. Tutti ci chiedono se abbiamo paste. La cosa strana è che qui c’è un sacco di gente abbastanza fuori, ma l’ordine è sempre e comunque rispettato. La strada infatti non è mai intasata di collassati e il vomito non è assolutamente equivalente in numero alle pozzanghere quando piove. Civiltà anche nella fattezza. Questo è Giusto e Probo.

Tiriamo le cinque e mezza sei, come al solito, fra birre e risate, poi decidiamo di tornare a casa a piedi, un po’ per onorare i nostri precedenti sforzi, un po’ perché vogliamo allontanarci il più lentamente possibile da questo posto bellissimo, che senza parlarti ti invita a ritornare, l’anno successivo. Così, come tutte le cose belle che finiscono, inizia a formarsi un buco nell’universo a forma di FIB2004. Un buco a forma di Carlo e un buco a forma di Diego, un buco a forma di Daniele e uno a forma di Jukka Reverberi, un buco a forma di Micecars e uno a forma di ragazza bellissima con la coppola. Si formano buchi a forma di Musica, e nasce la malinconia. Le cose che rimangono, ora, sono i ricordi. Quello che ti aspetta, però, è un invito. Un invito all’anno prossimo. Perché dentro Benicàssim c’è un mondo, dentro il FIB una galassia e, nella Musica, un Universo.



FIBER era il giornale ufficiale del Festival de Benicàssim. Ogni giorno usciva con un numero ricco di interviste, articoli, anticipazioni, aneddoti e altre cose meno interessanti. FIBER era gratuito e tutti lo prendevano, magari non lo leggevano, e poi lo lasciavano lì. Io, così come tanti altri, che invece lo leggevano, ho conservato tutti i numeri.

Questa è la copertina del nove agosto, su cui troneggia Alex Kapranos, leader dei Franz Ferdinand.

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