FIB2004 (terza parte)

24/08/2004 di



Aspettando Godot
Sul treno dormi. Non senti nessuno. Non vedi nessuno. Dormi. A Benicàssim arrivi alle due del pomeriggio. Fuori dalla stazione ci sono le telecamere di Tv España e una navetta del Festival International de Benicàssim che porta dritti all’area campeggio. Sali e in cinque minuti approdi alla zona camping. Qui chiedi per la Zona Accrediti. Il volontario dell’organizzazione dice che è dall’altra parte della città, vicino alla gasolinera. Incominci a scarpinare sul tragitto che farai – mediamente – sei volte al giorno. Due chilometri sotto il sole cocente, senza valigia, con il cellulare scarico e con solo uno zaino con il sacco a pelo sulle spalle.

Arrivi e tutto ti sembra come la Sardegna di tua mamma. La terra bruciata dal sole. Le piante che crescono sporadiche. Il sole che batte perennemente, perpendicolare alla terra. Soffia un vento che ti bacia la pelle e ti permette di respirare. Respiri. Il tuo corpo si coniuga alla voce “commozione totale”. Un pianto globale. Sudore. Chiedi per l’Oficina Centrale des Acreditaciones. Ti indicano là in fondo. Sono ancora 600 metri. Cammini. Ormai sei un bagno all’aperto, e ti senti abbastanza schifoso.

Arrivo. Cerco il mio numero di identificazione su un tabellone che riporta tutti gli accreditati. C’è il mio e anche quello di Stefano Rocco, aka Acty, che a questo giro è stato a casa, preferendo i baci allo stress. Lo capisci, ma questa è una cosa che s’ha da fare. Quindi non mormorare. Vieni a Benicàssim a sudare.

Entro grondante. Do la carta d’identità. Sono sudato come Zinedine Zidane dopo una partita di calcio. Goccioloni. La prima cosa che mi fanno è una foto. A cosa serve?, chiedo. Andrà sul tuo pass. Benissimo. Una foto di merda sul mio pass. Well Done. Esco con il mio professionalissimo pass su cui troneggia la P di Prensa. Ed un po’ me ne vanto.

Ora c’è da incontrare Daniele e Diego, quest’ultimo il nostro tesserato ROCKIT che ha avuto la fortuna di vincere il pass e la lungimiranza di associarsi. “Perché io credo nel vostro progetto”, dice. Bravo Diego. Voi tutti, imparate da Diego, così potete vincere dei pass come quelli di Benicàssim.

Prendo il cellulare e con l’ultimo sputo di vita della batteria scrivo ai due dove sono.

Arrivano, e li attendo davanti ad un pista di go-kart. Scopro che Daniele ha avuto dei problemi con la (burocraticissima) macchina organizzativa per il suo biglietto, mentre Diego non è stato ancora inserito nelle liste dei biglietti omaggio Italia. Loro stanno andando alla Zona Accreditazioni per attendere. Io ho una valigia da aspettare, perciò li seguo. Una volta arrivati, le nostre storie destano simpatia, e fra tutti si scatena una simpatica sinergia nei nostri confronti. Tutti Simpatici, tutti Gentili.

Il mio corriere non si sa bene né dove né quando arriverà, dunque decido di andare all’incrocio che divide il percorso per i giornalisti e gli accreditati da quello per gli spettatori. Altri seicento metri a petto nudo sotto il sole cocente. Una pietra. Mi ci siedo. E attendo.

Aspettare sulla strada sterrata una valigia può divenire una attività interessante, un po’ come quel lavoro che ti obbligano a fare e alla fine ti piace. Tipo la naja: ad alcuni piace.

Passano ragazze. Ragazze Bellissime. Coperte da vestiti succinti. A volte solo bikini. Passano e non riesco a capire se sia Benicàssim che fa questo magico effetto sulle ragazze o se siano le ragazze belle a scegliere Benicàssim come una meta inevitabile della loro estate. Incredibile. Passano indie rocker sempre attenti al loro look. Uno veste una maglia di “Pulp. This is Hardcore”. Geniale. Poi passa una macchina accreditata con un ragazzo nero che, guardandosi allo specchio del parabrezza, con un Pennellino da Signora si mette del phard. Curioso. Certamente curioso.

Decido di andare a telefonare dalla cabina per sapere della mia valigia. Inglese. Spagnolo. Bestemmie. Ormai parlo come Trapattoni alla prima conferenza stampa del Benefica (che, vabbè, è portoghese, ma il concetto è lo stesso): italianizzo. Yo doy andar aqui, est que tu sabes donde stas la strada por andar a la Caseta des Acreditaciones ? Gracias... Roba così.

Intanto ormai incomincio a pensare alla mia valigia come Godot. Quello stronzo di Godot che non arriva mai. Quello stronzo di Godot che con il solo pretesto di esistere permette alle altre cose di succedere. Ma che ci fai qui, Carlo? Aspetto la mia valigia. Aspetto la mia valigia Godot. Poi passano due ragazze. Vedono il mio pass. Si avvicinano e mi chiedono informazioni su dove si prenda il braccialetto (al FIB ci si entra solo con il braccialetto: i Fibers sono braccialettati). So dove si trova il posto, ma non so spiegarglielo. Yo soy italiano, dico, ma intanto penso a come ti chiami, occhi blu. Sorridono. Sorrido. Aspettando Godot si sono fatte le sette: meglio tornare al campeggio: alle otto iniziano i concerti.

FibStart, h. 20
La tribuna stampa a lato del palco domina tutto lo Escenario Verde. Ancora c’è poca gente, ma l’atmosfera vibra già. Mi sento un piccolo resistente in un oceano enorme e profondissimo. Noi, abituati al piccolo fare, alle piccole situazioni, alla passione e al buonalì. Noi del vero puro e duro do it yourself, sempre e comunque. Noi di fronte a questa perfetta macchina organizzativa ne usciamo ridimensionati. Non peggiori ma ridimensionati. Credo si debba imparare.

Mentre faccio queste riflessioni, sul palco sta suonando Aldo Linares, un dj che le note stampa in francese dicono “d’un costance créative imparable”. Mah. Mette su Morrisey e un remix di “Love Will Tear Us Apart” dei Joy Division e poco altro d’interessante. La gente addirittura non si accorge che stia suonando qualcuno, credendo si tratti d’un disco. Poco adatto al contesto, ecco.

Intanto, mentre incominciano a suonare gli spagnoli The Sunday Drivers, dalla tribuna vedo un fiume interminabile e continuo di persone convergere in direzione Escenario Verdeovvero l’area concerti più grossa di tutto il festival. Sembra un Esodo. La Migrazione. L’effetto visivo dell’asfalto sotto il sole cocente. Una colonna di Anime. In più, continuano a passare belle ragazze. Il rock tradizionale dei The Sunday Drivers, pieno di melodie anni 70, va benissimo per un escenario così.

FibStart, h. 22
Qui al FIB, un po’ come in tutti i festival importanti, le telecamere dominano. Si filmano i concerti, e c’è una regia che li monta in presa diretta e li proietta sui megaschermi in modo tale che tutti - anche tu laggiù in fondo seduto sul prato – possano vedere. Come – tanto per fare un esempio – al Coca Cola Mtv Day (ma anche al Primo Maggio), le telecamere convergono sul pubblico in panoramiche e carrellate dall’alto. Mi chiedo come mai qui a Benicàssim i giovani lì sotto il palco a muovere il culetto non si prodighino per mettere la loro mano più in alto delle altre con urla deliranti ed assassine. Mi chiedo perché non ci sia bagarre per farsi inquadrare dalla telecamera. Perché? Perché cazzo? Non è giusto.

Intanto, a fianco a me, una (molto) attraente giornalista televisiva spagnola sta provando il servizio per la sua tivù. Sembra mia sorella davanti allo specchio quando ripeteva la lezione per l’indomani a scuola. Si ferma, si mangia le unghie, e riparte daccapo. Quando le chiedono se è pronta, con la faccia tesa dice di si. Poi fa il suo dovere, e alla fine tira un enorme sospiro di sollievo. Sembra di nuovo mia sorella, il giorno dopo, quando il professore sfoglia il registro, e alla fine non chiama il suo nome.

Diversa, invece, la situazione di MtvEspaña. Poco dopo il servizio della (molto) attraente giornalista televisiva spagnola, è infatti Mtv a preparare il pezzo. Partiamo dal soggetto. Il VJ è nero, ha dei capelli bellissimi e curatissimi ed è vestito in maniera trendy. È ovviamente figo. La sua troupe è composta da 5 persone, tutte ovviamente fighe e vestite in maniera trendy. Il nostro amico non prova il servizio nemmeno una volta. Davanti alla telecamere gesticola come un pazzo, fisso in telecamera, e prima che la luce si spenga, molla nell’obiettivo un sorriso lungo 30 secondi, che sicuramente farà sbrodolare le sbrodoline. Buona la prima. É in questi momenti che vorrei essere un VJ di MTV.

Mentre accade tutto questo sul palco si stanno esibendo i Maga, ovvero una importante indie band spagnola. Un po’ di wave anni 80 (con forti reminescenze Litfiba) e indie rock dei ’90. Testi in spagnolo. Un suono di flanger che mia nonna quando suonava la scimitarra sott’acido forse avrebbe settato meglio. Qualche pezzo carino e nulla più. In questo momento, invece, lo smaronamento è prolungato, così – quasi al termine del set – decido di andarmi a bere una birra. Tanto per fare paragoni, al contrario del nostro principesco Jammin’ Festival, in questo Heineken Festival la birra per i giornalisti non è gratuita. È scontata, ma non è gratuita. Tanto per fare paragoni, ecco.

In attesa del set di Tim Booth, allora, esco e cerco delle sigarette. Chiedo – più per follia che per convinzione – dove se ne possa comprare un pacchetto, e un tecnico mi indica il chiosco laggiù in fondo. Incredibile. Si possono comprare le sigarette dentro il festival. Scopro che le Marlboro – una delle poche marche in vendita - costano soli tre euro (25 centesimi in più rispetto alle tabaccheria fuori, ma ben 50 cents in meno rispetto all’Italia). Benissimo. Un pacchetto per me. Scarto e ne accendo una mentre torno verso la sala stampa, incontrando decine di sguardi bellissimi. Questo posto sta assumendo sempre più i contorni di un diabolico paradiso.

Mi siedo in tribuna e parte Tim Booth, l’ex cantante dei James, che non era in programma ma invece c’è (non chiedermi perché). Pop-rock discreto. Una gran voce ed una enorme presenza scenica (debitrice a Stipe dei REM), la sua, ed una gran voce e presenza scenica della sua corista. Una canzone splendida, da lacrime. E il resto è ordinaria amministrazione. Quello che mi chiedo, invece, è se ai giornalisti abbiano impedito – magari attraverso qualche decreto - di applaudire o di muoversi. Sembrano tutti dei Bradipi. Mah. Meglio che mi infili tra il pubblico, che dopo ci sono gli Ash.

Prima, però, passo dalla sala stampa, ed incontro per caso Matteo di Radio Torino Popolare, che sicuramente i più conosceranno come quello-che-ha-ospistato-Fiz-a-casa-sua (?). Veste una maglia di Peaches, perciò respect. Mi presenta Diego e Pier di Radio Torino Popolare, che suonano anche nei nostri Egokid, perciò respect. Dopo una puntatina allo shop, torniamo verso l’area concerti e incontriamo Jukka Reverberi dei Giardini di Mirò (respect). Sono le 00:33 del 6 agosto 2004: l’Epifania. Jeans, polo Lacoste bianca, capello lungo e cappellino da muratore Dickies. Perfettamente indie. La solita simpatia. È come un ritorno a casa.

Dall’Escenario Verde si sente un boato di pubblico e chitarre. Probabilmente gli Ash avranno iniziato. Ci rechiamo a seguire il concerto. Che palle! Ma dov’è finito il pop puro brit dei primi tempi? Qui ci siamo ridotti a del loffio punkettino misto a recalcitrante heavy metal (dei poveri, aggiunge qualcuno). I pezzi eseguiti sono per lo più appartenenti all’ultimo album, e il piatto (il piatto in tutti i sensi) è servito. Il set termina con “Burn, Baby Burn”, che è una bella canzone e una hit che tutti conosciamo. Piace, e va bene così, ma gli Ash sono la dimostrazione di come si possa peggiorare crescendo.

Per fortuna tocca ai Fangoria, che sono invece la dimostrazione di come invecchiandoci ci si possa mantenere belli ed in salute. Il pubblico spagnolo è in delirio. Ovazioni da stadio e canzoni cantate a squarciagola. Entra lui, Dinarama, ed è boato. Entra lei, Alaska (quella di Almodovar), ed è l’ovazione totale. Look glam anni ottanta, molto nero. C’è anche qualche cresta. Sembra un video proiettato in differita di qualche anno, eppure è tutto molto attuale. Fangoria, duo alternativo dalla Spagna, tanto per capire l’elettroclash. Si balla, e si guarda l’estetismo strabordante di una band che ha fatto dello stile la propria marcia in più. Il concerto corre fra beat scarni e melodie da anthem. Qui Fangoria è un po’ come Dio. Anzi, è la Trinità.

Tocca poi agli Zoot Woman, trio pop in bilico fra Pet Shop Boys e Hall & Oates, ma molto più club oriented. Infatti si continua a ballare. Nasce la definizione definitiva: questa è la serata in battere. Non a caso, dopo Zoot Woman, tocca a Mr. Felix Da Housecat.

Il suo ultimo album - "Devin Dazzle and the neon fever" - è bello. Chi adora la house (io), l’electro (io) e i club (io, ma un po’ meno) adora anche Felix Da Housecat. Ma anche chi non. È uno di quelli che mette d’accordo un po’ tutti. Il suo set a Benicàssim inizia alle 4:.05. Il pubblico è in delirio: l’Escenario Verde diventa un enorme dancefloor e lui, da solo con un console assolutamente normale, una rockstar da delirio. Non dice una parola. Mette solamente i dischi. E la gente balla, balla, balla. Sfatto, soddisfatto e contento, alle 7 – dopo il mio solito lungo percorso a piedi – rientro nella tenda, dove vedo già addormentati Diego e Daniele.

Sono ad un indie rock festival, e ho ballato come un leone corre nella savana ininterrottamente per ore. Qui s’ha da dormire, o domani si muore.

=> Leggi la quarta parte



FIBER era il giornale ufficiale del Festival de Benicàssim. Ogni giorno usciva con un numero ricco di interviste, articoli, anticipazioni, aneddoti e altre cose meno interessanti. FIBER era gratuito e tutti lo prendevano, magari non lo leggevano, e poi lo lasciavano lì. Io, così come tanti altri, che invece lo leggevano, ho conservato tutti i numeri.

Questa è la copertina del sei agosto, su cui troneggia Alaska, simbolo musicale e generazionale spagnolo, voce dei Fangoria.

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