Banco del Mutuo Soccorso - Fiesta! - Ippodromo delle Capannelle - Roma Live report, 16/06/2005

03/07/2005 di



C’è di tutto, una vera “comédie humaine” all’Ippodromo delle Capannelle per la serata di inaugurazione dell’impiastrato ed incasinato villaggio estivo “Fiesta!” che quest’anno – con un allestimento da grande evento – metterà in scena diverse serate di musica dal vivo raccolte sotto il cappello “Romarock”. Certo, di tempo dall’omonimo album d’esordio per il Banco ne è passato (esattamente trentatre anni spaccati, era il 1972 per il disco meglio noto come il salvadanaio). E della line-up degli inizi sono rimasti sono l’allegro e pseudo-filosofico Francesco Di Giacomo, il bravo Rodolfo Maltese e l’ideologo Vittorio Nocenzi. Ed è anche chiaro un concetto fondamentale: il genere del Banco ormai non ha più nulla da dire – a chi li ha seguiti nella loro golden age (dal salvadanaio, 1972, al live “Capolinea”,1979) - in termini di originalità e nuove sonorità. Non ha più nulla da dire da tanto tempo, nonostante una certa ed azzeccata opera di maquillage sonoro anni ’80 (leggi “Moby dick” e simili). Però, insomma, il prog-rock è rinchiuso in uno steccato entro il quale è giusto che resti. Perché ha segnato un’epoca florida e felice per la musica nostrana, che recuperava un’identità smarrita dai tempi della tradizione melodica: PFM, Le Orme, Area, Balletto di bronzo e via elencando, ovviamente ciascuno con le proprie cartucce caratteristiche, chi più jazz-rock, chi più psichedelico. Ed infatti, per chi quell’epoca l’ha vissuta, l’approccio ad una serata del sestetto romano avviene secondo una prospettiva diametralmente opposta: rivivere una musica ormai persa, andata, sfumata eppure ancora nel cuore e – per fortuna loro – ancora nelle corde vocali e strumentali di gruppi come il Banco. L’elemento su cui riflettere, viceversa, è l’entusiasmo dei giovani – molti erano lì per l’ottima apertura dei Cappello a Cilindro, col loro folk-rock dal sapore swingato decisamente accattivanti oltre che rodatissimi – che rimangono quasi estasiati dai virtuosismi della chitarra (e della tromba, pure) di Maltese, delle linee degli effetti tastieristici di Nocenzi, di un cantato – quello di Di Giacomo – così corposo e sfacciato che ormai farebbe ridere i dodicenni su Mtv. E invece dal vivo il discorso cambia: young people ascolta, ride, balla, salta, segue con attenzione, si infiamma per “Canto di primavera” così come per “R.I.P” o per le suite – perché questa è la forma del prog-rock – tratte direttamente da “Darwin” (sostanzialmente il primo concept italiano) fino ai pezzi più recenti tipo “Emiliano”. E soprattutto, impara: impara un modo – preciso, impeccabile, professionalmente severo – di far musica. Un’attitudine costruttiva alla creazione artistica oltre che un divertimento ogni volta nuovo a salire su un palco, dopo trent’anni di carriera. Forse perché in gente come Nocenzi, Di Giacomo, Maltese (ed anche in quelli che ormai da anni, come il bassista Tiziano Ricci, sono parte del clan) i giovani cercano più che nuove idee – che, giustamente, scarseggiano – nuova linfa e voglia di suonare, di imparare, di “studiare” il passato musicale, di tornare a scrivere testi che non siano “sole, cuore, amore”, di mettere in rete energie artistiche e progetti diversi. E lo fanno guardando ad un gruppo che va in giro da più di un quarto di secolo, e che ha iniziato a suonare in un panorama anni luce da quello attuale. Nella “stalla” di Marino. Alla speranza non c’è mai fine…



Essere nella mischia ad un concerto del Banco è un’esperienza quantomeno bizzarra. Perché, davvero, capisci che significhi per una band “essere trasversali”. Fighettini post-punk, aitanti quarantenni palestrati, accaldate e frementi giovani donne con moccioso al seguito. Ma anche folli appassionati e nostalgici con tanto di t-shirt nera e sigla del gruppo ivi stampata, semplici appassionati di musica e giovani in cerca di qualcosa di più genuino che non le solite plastic-band del nuovo millennio.

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