Live Report: Marlene Kuntz alla Fortezza da Basso - Firenze Live report, 18/07/2008

24/07/2008 di

(I Marlene Kuntz a Firenze - Foto di Francesco Fadda)

I Marlene Kuntz, dopo aver affrontato una lunga tournée nei teatri italiani, ritornano dal vivo in formazione tradizionale. Alternano brani dell'ultimo "Uno" - l'album pubblicato da Virgin lo scorso settembre - vecchie canzoni fondamentali e ineliminabili dalla scaletta e alcune cover. Una notte importante. Il pubblico applaude forte. Monia Baldacci Balsamello racconta.



In sfregola d'arte. Ecco Marlene alla Fortezza, nella sua versione sfaccettata e solida, elegante e rock. Marlene ondivaga, da prima a poi, passato e presente. Marlene generosa che suonerà per oltre due ore ed un quarto. Un lungo abbraccio estivo.

Me l'ero goduta un bel po' anche quattro mesi fa. Fu la Marlene teatrale dell'”Uno: Live in Love Tour”, signora impetuosa e ben vestita, fiabesca e non leziosa, per alcuni annegata nell'autocompiacimento che al Teatro Saschall cantava la sua opera rock dal palco come fosse un golfo mistico, salutando un pubblico di poltroncine rosse occupate, sognanti e ammirate. Io tra quelle, stranita dalla postura seduta, costretta all'obbligo di quiete fisica, vagavo in quel mistero acustico evocato dai cinque là sopra. Una bella serata bohemien.

Alla Fortezza è di nuovo penta-Marlene corale, Cristiano Godano, Riccardo Tesio, Luca Bergia, Davide Arneodo e Luca Saporiti in postazione, è di nuovo stare in piedi a cantare, alzando le braccia e la voce. Sì, alle spalle del palco alcune gradinate richiamano qualcuno a sedere. Ma stavolta è diverso. Perché non si può ascoltare “Sonica” live ancorati a una panca di ferro. E Marlene saluta Firenze proprio così, con orso che si sposta goffamente, con fare irregolare nel flusso irregolare della gente che ascolta.

Il pubblico è vario per approccio ed età. Non numerosissimo. Così le facce me le guardo un po' tutte. Ventenni sotto il palco. Gli -enta e -anta adeguatamente rappresentati più dietro. Più in là un padre con la figlia in rosa sulle spalle. E la figlia batte le mani e gli grida “Papà, sono tanto secchi”. Lui non commenta. Io le auguro di non cambiare mai. Poi sul palco appare Mister John Lennon, evocato al suono di “Here come old flattop, he come grooving up slowly...”, la prima delle cover della serata. La versione parte marlenica e sfocia kuntzica esplodendo nell'assolo fragoroso di Godano, mentre con consueta precisione matematica, Car-Tesio disegna il resto di questa “Come together” che non ti aspetti. Dal passato al presente, come onde di rimando, come un filo che passando per “Uno”, col suo anatema solenne e accattivante, torna a “Nuotando nell'aria” col violino di Arneodo che cuce il finale.

Si resta nel tempo di prima con “Ineluttabile” e la possente parte strumentale dell'assolo di Godano, un'apertura aerea che ci solleva, con onde di teste su e giù a dire che sì, lo sappiamo come girano i colori ed i sapori nella vita vera.

Seconda cover, ovvero per dirla alla Godano “le canzoni che non sono nostre”. “Impressioni di settembre della PFM ci piace un bel po'” e la bimba scende dalle spalle del padre, corre via, lui la segue e la danza stavolta è lei che gioca a ad un “saltarello” immaginario a lato del palco. Lo fa al ritmo che ascolta, aspetta il tempo che deve e sembra sapere.

Le chitarre ora riposano dentro gli assoli tribali di batteria di Luca Bergia e tamburo di Arneodo e poi ecco “Sacrosanta verità”, ecco le remote sponde del soliloquio di “In delirio”, senza linea di basso come sempre, resa cupa da tastiere e tocco graffiante di Tesio. Quiete poi con Godano solo voce in “Canzone ecologica” e ancora “La canzone che scrivo per te” ed “Esangue Deborah”. Si torna a crescere con “Fantasmi” e “Ci siamo amati”. Chiude la prima parte di questa long-night-version “Musa”, senza variazioni rispetto alla versione in studio.

La penta-Marlene recita il rituale della finta “Buonanotte”, ma sosta a lungo, più a lungo del solito sul palco. Non parla, non dice, guarda. Marlene ci guarda fissi negli occhi.

Al rientro, la terza cover è un pezzo che “avevamo scritto quarant'anni fa e che i Beatles poi ci hanno rubato”. E ti accorgi che stasera, oltre a tutto il resto, c'è di bello che l'ironia semplice dello star bene dilaga ovunque, anche dal palco. E ci ascoltiamo una morbida e dolce “Here comes the sun” in versione italiana come fossimo ad una scampagnata, prima di una tiratissima “Sapore di miele” e di un'altrettanto sentita “Lieve”. Nel mentre Godano caldeggia anche il loro gruppo spalla, i Fuh, quattro piemontesi di Canale d'Alba dai nomi meravigliosi quali Akem la Biscia, Julio Amores, Los Grembos e Sadas. Poi accade. Quell'accenno palesato alla fine della prima parte. Quella sosta lunga. Quel guardarci fissi diventa duende, l'alchimia che ogni tanto si crea tra palco e persone. Come disse una volta Benigni “uno dei più bei pubblichi che mi sia capitato” trattiene i cinque con un applauso che non finisce. Davvero. Non finisce. E loro stanno lì, immobili, a mani alzate. A lungo. Poi escono.

Dopo un flusso così, pensi che la favola sia propria finita. Tant'è che vado a prendermi una birra. Ma dovevo saperlo che lo spiritello dell'arte riservava ancora qualcosa. Tornano. E pensi che forse stasera l'unico modo perché tutto finisca è staccare la corrente. E dopo “Narciso”, “Poeti” e “Mondo cattivo” (in cui le linee di chitarra si confondono in un noise meno definito rispetto all'originale), dopo aver lasciato le chitarre poggiate agli amplificatori, dopo che anche Saporiti e Arneodo sono usciti di scena, resta lui. Lui che non ti aspetti. Luca Bergia, nel suo momento di gloria, regala un lungo assolo tirato e potente.

Notte che dura più a lungo delle ore che dovrebbero contenerla. Notte di bambine che imparano Marlene e nostalgie adulte che la insegnano. Notte di cuscini meritati.



Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati