Fosbury Festival - Galliera Veneta Live report, 02/09/2006

04/09/2006 di

(I Northpole al Fosbury Festival 2006 - Foto di Francesco Cignini)

La notizia, sebbene nell'aria, è certamente inaspettata. I Northpole si sciolgono. E lo annunciano nella maniera più naturale: da un palco, quello del Fosbury Festival, nel loro Veneto. Band decana della scena indie - con un solo disco alle spalle tra l'altro recentemente uscito ("s/t", 2005), l'attenzione di John Peel (RIP) nelle sue sessions sulla BBC - hanno saputo conquistarsi negli anni un seguito appassionato e solido. Fra questi, Renzo Stefanel. Che non nasconde il proprio amore per la band e, dopo aver tagliato la notte della provincia veneta, si perde per Galliera Veneta verso il Fosbury Festival. E ora racconta il suo sconforto e il loro ultimo concerto.



Taglio la notte della provincia veneta. Statale, comunali, e poi quasi mi perdo tra le poche vie di Galliera Veneta, all’incrocio tra Vicenza, Padova, Treviso. Terza serata del Fosbury Festival, il tempo di una fila per un gin lemon e becco Paolo Beraldo dei Northpole. Quasi un anno, o forse più, che non ci si vede. Ciao, come stai, e poi mi dice che questo è l’ultimo concerto dei Northpole. Rido, non ci credo e “dai, mi prendi per il culo”. Invece no. È proprio finita. Rimango male. “Ma la musica, la musica non finisce”, mi dice Paolo: “Qualcosa farò”. Ma è sempre un funerale, almeno per un fan. Mi chiedo il perché. Arriva Max Trisotto, storico fonico della band castellana (e non solo): “È una cosa. Non è detto che sia negativa”. Grazie per lo sforzo, Max. Paolo annuisce. Chissà, forse hanno ragione loro. Ma intanto io sono qui col magone. “Lo abbiamo detto solo ai nostri amici, e adesso ci sono tutti”, mi fa Paolo. Mi guardo intorno. E vedo Alessandro Grazian: parliamo un po’ della Francia. E c’è Federico Sparano, e ci sono Fabio De Min, Stefano Scariot e Fabio Tesser dei Non Voglio Che Clara, e Mario Pigozzo Favero dei Valentina Dorme, e Francesco Cignini dei Mu Project, e tanti, tanti altri che non conosco.

Ma è un festival, ed è giusto almeno accennare a chi suonava prima. Aprono i Wolf, nuova creatura di Matteo Strada di Hop Frog e Virna e di Abe Salvatori degli Estra. Lontane suggestioni di Nick Cave e Hugo Race, vicine di Cesare Basile. Bei suoni. In generale però la proposta mi pare acerba e ancora troppo derivativa. Il pezzo migliore della serata è una (inevitabile?) cover di Fabrizio De André, “Ballata dell’amore cieco”, con un arrangiamento un po’ sulla scia de “La canzone di Marinella” versione Afterhours. Quando il pezzo migliore è una cover, è segno che qualcosa non va. Ma magari si tratta solo di maturare. Giudizio sospeso.

Poi tocca a GoodMorningBoy. Confesso, in questa incarnazione non lo avevo mai sentito dal vivo: mi ero fermato agli Elle. Be’, solo sul palco, chitarra e voce, mi strega. E non solo me. Il pubblico si avvicina e applaude generoso, tra un pezzo alla Stephen Stills dei tempi d’oro e un altro stile migliore Elton John (quello di “Tiny dancer”, per capirsi). Stupefacendo, anche quando cita giri bluesy e tradizionali, per quanto è autentico e convincente. Al di là di quello che canta, GoodMorningBoy parla del sogno anni ‘70 Usa che può avere un ragazzo italiano di oggi. La sua abilità e il suo speciale talento stanno nel rendere credibile ed emozionante un genere che è morto e sepolto. A confermarlo, la gente sotto il palco, i grandi applausi, gli smarrimenti del cuore.

E poi, e poi, e poi. Il pubblico che aumenta. Tutti sotto, da subito. Ed escono i Northpole, e suonano, ispirati e decisi, dal primo momento, e sono furori e racconti, e il senso di qualcosa che non sarà più. È un funerale, e lo sanno: suonano come fosse l’ultima cosa che faranno nella loro vita, chi sputando lacrime e sangue, chi gioia e rivoluzione. Paolo mette tutto se stesso nelle parole che sussurra al microfono, Erika è commovente, lì che pesta su rullante e piatti cantando i testi, lei, che non ha neanche un microfono, Ale-Banderas è preciso e tagliente come un killer sulle sei corde della sua Fender, Fede è tesa e spaurita come uno scricciolo, ma possente o delicata quando serve. Sfilano le canzoni, e questo ultimo giro di valzer ha l’epica di un bacio sotto il tiro dei cecchini. “Tu riesci a dire / tutto quello che voglio sentire / tutto quello che mi fa morire / tu mi fai tremare come in bilico / su di un filo statico / tu sai sentire i miei mille respiri / anche se siamo a chilometri” : stai cantando “La distanza” o stai parlando di noi fans, Paolo, e di quello che ci avete regalato in tredici anni, tredici densi anni in cui siete stati IL gruppo indie per eccellenza in questo Veneto, di cui forse più di tutti avete saputo cantare l’altrafaccia, quella nascosta, quella che nessuno vede, quella schiacciata dai capannoni di Eternit e dalle piccole e medie imprese che finiscono nei dibattiti tv, quella meravigliosa e melanconica che non si riconosce nello stereotipo leghista e soffre il doppio quando esci fuori e ti bollano come camicia verde solo perché abiti qui? Lo so, lo so che forse il resto d’Italia e del mondo ancora non hanno capito, non hanno avuto il tempo per intendere la bellezza di queste nebbie dei sentimenti e sguardi timidi e sfuggenti e parole gentili e cantilena dolce e corse notturne su statali fra colli e campagne, e vin rosso e neve d’inverno e afa d’estate. Ma stasera, solo stasera, possono andare a fare in culo, se non hanno capito.

Ma stasera, stasera è una festa, come certi favolosi funerali di New Orleans. E se Fabio Tesser appoggia i gomiti sul palco per tutto il concerto, se io canto le canzoni mentre mi struggo, voi festeggiate, a sorrisi aperti con il pubblico, che batte le mani festante fin quasi a spellarsi: “Grazie, è una buona serata”, fa Paolo prima di “Laura”: “Abbiamo la grappa, abbiamo la birra. Abbiamo la musica!” E regalano due inediti, “Panorama orizzontale” e “Rosa” (“Questa è nuova. Ma vogliamo assolutamente suonarla”), più “Valona”, strepitosa outtake che avrebbe dovuto trovar posto nel disco, ma ben nota ai fans, con quella storia di immigrato albanese tutto meno che banale, che si illumina di credibilità col suo crescendo di accordi dissonanti, e che quando arriva sul finale l’urlo “Valona” ti strazia l’anima. Appena il tempo di finire e arriva uno dei giri di basso più martellanti e di chitarra più grattugiata che l’indie pop abbia mai conosciuto: è “Luca Marc”, capolavoro assoluto, con la sua capacità di scendere al fondo tragico delle emozioni umane, superando di un balzo farsa plebea e dramma borghese della cronaca. Una delle più grandi canzoni italiane mai scritte, non ci sono santi. Si canta in coro. Ma poi - è una festa – le prime file urlano “Il Piave è secco!” e Paolo condivide la grappa con loro. Poi fa: “Non bisogna prendersi troppo sul serio. L’amore è un demonio ma non è vero: l’amore è bellissimo!”. E vai. E poi, la fine, e poi: “È un’emozione particolare. La prossima si chiama La musica si è fermata. E volevamo ringraziare tutti, tutti, tutti, tutti”. È una delle canzoni più tristi sull’amore che finisce, in cui il succedersi stesso dei nuovi amori è stanco e triste, privo di senso: “E dopo di te un’altra / e dopo un’altra ancora”. Mi mancherà, questo esprimere con parole semplici e quasi banali verità nascoste, così raro nel pop italiano, di solito o declamatorio o intellettuale. Finisce così, con la gente che urla “Fuori!” e Paolo che saluta: “Grazie a tutti, non c’è il tempo tecnico per altri brani. Grazie a tutti”. Gli organizzatori avvertono che ci sono i vigili e non si può andare avanti. Più che urlare “abbasso i vigili” non si può, anche se ne vorremmo ancora.

Finisce così, davvero, con gli amici che assediano i quattro sotto il palco, con Fede visibilmente commossa (“È successo tutto così all’improvviso, una settimana fa…”) e che regala poster quasi rabbiosa. Finisce la storia di una band che – perdonatemi il gioco di parole – forse era troppo inglese per essere italiana. E se c’è una cosa che mi fa impazzire è che se – come per altri, ma forse più di altri – fossimo stati in Uk invece che nella patria del po-po-pò, questo concerto sarebbe stato – pure per una band di culto – all’Hammersmith Odeon o giù di lì. E invece. E invece. Invece stasera siamo tutti un po’ più tristi e soli. E anche John Peel, lassù, lo è, mentre fa passare alla Bbc Heaven i pezzi della “best italian band”. Sipario.



Scaletta Northpole:
01. Campana moquette
02. Niente mi ricorda di te
03. Northpole
04. Laura
05. Panorama orizzontale
06. La distanza
07. Valona
08. Rosa
09. Luca Marc
10. L’amore è un demonio
11. La musica si è fermata

Pagine: Northpole GoodMorningBoy

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