Breve fenomenologia dell'Eurovision Song Contest

foto via sorrisi.com - Francesco Gabbanifoto via sorrisi.com - Francesco Gabbani
11/05/2017 di

C'è molta attesa per la finale dell'Eurovision Song Contest che si svolgerà sabato 13 e vede tra i favoriti alla vittoria l'italiano Francesco Gabbani con “Occidentali's karma”.
Se questa notizia a qualcuno suona curiosa o anacronistica, ci sono dei validi motivi: i più giovani fra noi è plausibile che abbiano sentito parlare per la prima volta della manifestazione quattro o cinque anni fa, mentre chi è più avanti negli anni si ricorderà delle vecchie edizioni, fino alla fine degli anni '90, quando gli artisti italiani smettono di partecipare per una buona decina d'anni, la Rai non trasmette l'evento, e tutti ce ne dimentichiamo, arrivando anche a pensare che non esista proprio più.

Ebbene non è così, la kermesse continua a essere un grande Sanremo, una parata di stelle del pop polacco, spagnolo, svedese, una pacifica e luccicante eurozona in cassa dritta e neomelodia, e a un certo punto – nel 2011 per la precisione – finalmente l'Italia seppellisce l'ascia di guerra e torna a gareggiare. Cos'era successo, in realtà, non è chiarissimo, ma fonti accreditate parlano di scarsa audience ma anche di boicottaggi interni: pare infatti che nelle alte sfere della Rai qualcuno si adoperasse per non far vincere gli italiani, onde evitare di dover organizzare l'edizione successiva. 

In ogni caso, a partire dall'anno del ritorno, dove a rappresentarci viene scelto il vincitore di Sanremo Giovani Raphael Gualazzi, l'interesse inizialmente timido è andato crescendo e il festival è tornato ad essere un appuntamento da sabato sera nazional-popolar-trash pizza, birra, tifo e pronostici con gli amici. Più che mai quest'anno, quando i bookmaker danno appunto Gabbani come il primo tra i favoriti. Questo perché il vincitore di Sanremo si è fatto in breve tempo conoscere e apprezzare un po' in tutto il continente: "Occidentali's karma" è entrata in classifica, fra gli altri, in Danimarca, Svezia, Svizzera, Austria, Lussemburgo, Spagna, è arrivata al trentaseiesimo posto nella classifica europea dei singoli più scaricati su Itunes, e il video è il più visto sul canale Youtube dell'intera storia dell'Eurofestival.
Alla curiosità per le canzoni e i look improbabili si unisce allora la speranza di essere finalmente riconosciuti fuori dai patrii confini per qualcosa che non sia Il Volo.
Non è poco. Anche se “Occidentali's karma” dovesse farci schifo, tifare è praticamente un dovere morale.
E siccome non vorremmo mai arrivare impreparati alla grande serata, ecco qualche nozione, utile soprattutto per chi è ancora fuori dal tunnel (e non sa che si perde).

La storia dell'Eurovision, e perché partecipano anche Paesi non europei

L'Eurovision Song Contest, per gli amici Eurofestival, nasce nel 1956 dall'idea di creare una competizione canora che coinvolga vari paesi europei. Il modello è il nostro Festival di Sanremo, cioè una gara a eliminazione fra canzoni.
Alla prima edizione, che si svolge a Lugano, partecipano Italia, Francia, Lussemburgo, Svizzera, Belgio, Germania Ovest e Paesi Bassi, e a vincere è proprio la Svizzera con “Refrain” di Lys Assia.

L'anno seguente si aggiungono ai paesi in gara Regno Unito, Danimarca e Austria, nella terza edizione è la volta della Svezia, fino ad arrivare agli attuali 43 partecipanti. Fra questi figura anche l'Australia, europea “ad honorem” dal 2015, anche se inizialmente doveva trattarsi di una partecipazione una tantum, per il sessantesimo anniversario della manifestazione e come sorta di premio per il grosso successo che la gara riscuote da quelle parti ogni anno, fin dal 1983, quando è stata trasmessa in tv per la prima volta. Diverso il discorso per altri paesi non europei, come Israele e il Marocco, che possono partecipare in quanto aderenti all'EBU.
Nel 1963 entra in vigore la regola per cui il paese vincitore dovrà ospitare l'edizione successiva.
Fino al 2003 la gara si svolgeva in un'unica serata, poi viene introdotta una semifinale e dal 2008, visto il numero notevole di partecipanti, le due semifinali. A proposito di finali: le Big Five sono le cinque nazioni che accedono di diritto alla finale, essendo state le prime a supportare economicamente l'UER (Unione Europea di Radiodiffusione): sono il Regno Unito, la Spagna, la Francia, la Germania e l'Italia. Le ultime tre sono anche tra le nazioni fondatrici del contest.
Per quanto riguarda la scelta delle canzoni da presentare, ogni paese ha le proprie modalità: l'Italia, come sappiamo, si affida tradizionalmente al festival di Sanremo, così come fa ad esempio la Svezia con l'analogo Melodifestivalen, mentre altri organizzano dei “pre-eurovision” o altri metodi di selezione.

Vittorie, batoste e tifoserie

Il paese che ha vinto più volte è l'Irlanda, sette volte (con tanto di tripletta): nel 1979, 1980, 1987, 1992, 1993, 1994, 1996. Segue la Svezia con sei “ori”: 1974, 1984, 1991, 1999, 2012, 2015. Spetta invece alla Norvegia il mesto primato del maggior numero di piazzamenti all'ultimo posto: undici volte.
L'Italia conta due vittorie: nel 1964 con “Non ho l'età” di Gigliola Cinquetti e nel 1990 con la paraculissima “Insieme: 1992” di Toto Cutugno.

Due volte anche al secondo posto in classifica, nel 1974 con “Sì”, ancora di Gigliola Cinquetti, e nel 2011 con Raphael Gualazzi e la sua “Follia d'amore”, mentre il terzo posto è nostro per cinque volte: 1958 Modugno e “Nel blu dipinto di blu”, 1963, Emilio Pericoli con “Uno per tutte”, 1975 Wess e Dori Ghezzi con Era, 1987 “Gente di mare” di Raf e Umberto Tozzi, 2015 il “Grande amore” del Volo. C'è anche un ultimo posto, per Domenico Modugno nel 1966 con “Dio come ti amo”.

Com'è l'edizione 2017 e chi sono i concorrenti di Gabbani

Martedì 9 è andata in onda da Kiev la prima delle due semifinali. Si sono esibiti gli artisti di Montenegro, Finlandia, Georgia, Portogallo, Belgio, Svezia, Albania, Azerbaigian, Australia, Cipro, Slovenia, Armenia, Moldavia, Repubblica Ceca, Lettonia, Islanda, Grecia e Polonia. Non rivedremo in finale i rappresentanti dell'Albania, della Lettonia, della Finlandia, della Georgia, dell'Islanda, della Repubblica Ceca, della Slovenia e del Montenegro. E il lutto è tutto per quest'ultima eliminazione: il montenegrino Slavko Kalezić è già entrato nella leggenda, non tanto (anzi per niente) grazie alla dimenticabile canzone “Space”, e nemmeno per l'immagine borderline da classico eurovision-freak dalla sessualità fluida che sconvolge lo spettatore medio-catto-sanremese che vive in un mondo dove non è mai esistito David Bowie, bensì per la treccia rotante da raperonzolo spaziale.

Esattamente il genere di cose per cui si guarda uno spettacolo come questo: della musica, parliamoci chiaro, importa davvero poco, e trovare pezzi degni di nota, e contemporanei, nel tripudio di eurodance, eurotrash e vocalizzi ginnici è impresa non da poco – per la cronaca, terremmo d'occhio la belga Blanche, diciassettenne un po' Lorde un po' Lana Del Rey, e il portoghese, dato anche lui per favorito, Salvador Sobral, interessante presenza scenica e canzone con la giusta dose di saudade.
Doveroso invece concentrarsi su outfit, effetti speciali, frizzi e lazzi, e qui, oltre a ribadire l'ammirazione per la mossa della treccia, valgono almeno una menzione i Triana Park e il loro look giappo-Gaga-Katyperry, e l'albanese Lindita, vestita da addio al nubilato sul set della Sposa cadavere. Eliminati entrambi, speriamo che la semifinale di giovedì ci dia più soddisfazione da questo punto di vista: confidiamo molto in Ilinca Ft Alex Florea, romeni, rapper e vocalist che presentano una canzone intitolata “Yodel it”, e... fanno lo yodel.
Per la musica invece, aspettiamo un altro favorito, il bulgaro Kristian Kostov, e speriamo che eserciti meno appeal del nostro scimmione sui giurati.

Buona finale a tutti, e che il karma positivo sia con Gabbani.

Tag: festival eurovision Sanremo

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