Franco Battiato - Luce del Sud: il live report del concerto di Battiato al Napoli Teatro Festival Live report, 06/06/2017

Tutte le foto sono di Sergio SianoTutte le foto sono di Sergio Siano
08/06/2017 di

Quando arrivo in Piazza del Plebiscito alle sette è già tutto pronto: il palco con gli strumenti montati, quelli dei sei strumentisti dell’Electric Band di Battiato e quelli dell’Ensemble Symphony Orchestra, stretto nell’abbraccio del colonnato quasi vaticano della Basilica di San Francesco di Paola; lo speciale parterre con posti a sedere riservati ad associazioni che operano con ragazzini affetti da disabilità o ristretti in regime carcerario, che “in prima fila non ci stanno mai”.
Diverse decine di metri più indietro, il Palazzo Reale con la sua sfilata di statue regie a chiudere la scena. Quello che manca è la folla che ci si poteva aspettare, ma arriverà a ridosso dell’inizio del concerto e sarà, secondo le stime, di circa 30.000 unità. Del resto, Battiato non è proprio un giovanotto sempre in tour e avere l’occasione di un suo concerto gratuito è, soprattutto per chi non lo ha potuto seguire prima per ragioni anagrafiche, ghiottissima. La cornice, poi, è d’eccezione e non parlo solo di quella architettonica; il concerto è il primo della nuova edizione del Napoli Teatro Festival. Lo spiega il direttore Ruggero Cappuccio, applaudito mentre rivendica la trasversalità della programmazione e la sua natura popolare in termini di accessibilità economica. Minor fortuna avrà l’oratore successivo, il Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca, fischiatissimo fino a quando non gioca la carta della solidarietà agli attentati in UK.



In maniera consona al contesto, non si tratta di un concerto classico: lo spettacolo, battezzato “Luce del Sud”, consta anche di una parte grafica, con l’enorme schermo che fa da sfondo al palco affidato alle proiezioni in bianco e nero di Antonio Biasucci e una parte teatrale, con tre attori a leggere altrettanti testi legati da un filo conduttore, il Sud, che poi è quello, nelle forme più distinte e trasfigurate, di buona parte dell’immaginario di Battiato. I musicisti entrano a turno e poi quando lui, blazer rosso e cuffioni, entra e si adagia sulla modesta sedia a centro palco, tutti i "ma sarà un concerto intero? Ma ce la fa? Ma suonerà anche i classici?" svaniscono, spazzati via dall'iconico riff di archi e chitarra de “L’era del cinghiale bianco”.



Il suono è maestoso, ricco, si canta a squarciagola e non c’è tempo di riposarsi perché il Maestro ha deciso di stendere subito i presenti proseguendo in quarta con l’inno “Up Patriots To Arms”, anche questa prontamente riconsegnata in versione ultrà da un pubblico, almeno nella mia zona, particolarmente caloroso.
Si viaggia lontani con “No Time, No Space” e poi si scende sottoterra col classicone di fine anni ‘90 “Shock in my town”; arrangiamento elettro-sinfonico da brivido e atmosfera incredibilmente inquietante per quello che, in fin dei conti, è un concerto gratuito in piazza.
È più o meno a questo punto che sale sul palco Imma Villa per una lettura da un passo di «Canti lungo la fuga» di Ingeborg Bachman che dipinge Napoli con dettagli vividi e introspezioni liriche. Sarà seguita e metà concerto da Mimmo Borrelli, che padroneggia con maestria un passaggio tratto dalla “Scienza Nova” di Giambattista Vico che racconta la nascita degli dei e della religione, testo non facile ma potentissimo.
A chiudere, verso la fine, uno spiazzante confronto fra la cultura del nord Europa e quella del meridione italiano in «Addio al Mezzogiorno» di Wystan Hugh Auden, recitato da Fabrizio Gifuni. Non è facile proporre questo tipo di cose a una piazza del genere, affollata anche da curiosi e passanti; ma chi ha orecchie per intendere intende, e chi ha inteso non si scorderà facilmente la caratura culturale e artistica di uno spettacolo così denso di contenuti e forme espressive.



Al primo intermezzo teatrale segue una tranche più rilassata: scorrono pezzi come “Le Nostre Anime”, “Sui Giardini della Preesistenza”, con la band al riposo e l’orchestra e Franco padroni della situazione. Carlo Guaitioli, spalle al pubblico e nerovestito, alterna piano e direzione d’orchestra; Battiato, faccia al pubblico e rossovestito, gesticola con grazia a dirigere un coro di voci davanti a cui snocciola, con semplicità, i nomi di canzoni amatissime dalle tre generazioni di spettatori presenti. A volte la voce è incerta, ondeggia fuori tempo, ma sul momento la cosa appare particolarmente insignificante. Applausi a scena aperta, un po’ faciloni se vogliamo, per una sentita “Povera patria”.
Quando la Electric Band torna in posizione, è ancora la volta dei classici con i “I Treni di Tozeur”, una epica “Prospettiva Nevsky” e “La cura” che, lo dice candidamente, Franco “la salterebbe volentieri”. Però non lo fa e per la prima volta dall’inizio del concerto canta in piedi, ricevendo il giusto tributo a un pezzo che, nonostante tutto, è fra i più amati dal pubblico e cattura anche i meno appassionati.



Nonostante una stanchezza confessata (“sono distrutto”), nel bis ci sono ancora delle cartucce di grosso calibro da sparare: si parte con “Cuccurucucù”, che in zona transenna scatena un pogo tanto fuori luogo quanto gioioso; si prosegue con la doppietta “Centro di gravità permanente” e “Voglio vederti danzare”, con tutta la gioia di veder vivere, nel suono ricco di band e orchestra e nelle voci dei fan che mandano a memoria nomi esotici, due brani che nella musica italiana non hanno eguali.
Finito? Segue altra pausa e altro un bis che, si vede, a Battiato pesa fisicamente; ma “Era de maggio” da questo concerto non poteva mancare. I napoletani sono notoriamente gelosi della loro musica, ma dalla reazione del pubblico al grande classico portato al successo da Murolo sembra evidente che Battiato è uno dei pochi a cui è concesso mettere mano sul patrimonio partenopeo. “L’ultima e davvero me ne vado” è “E ti vengo a cercare” finale emozionante di un di cui ieri si è parlato molto: l’impianto debole, l’esecuzione altalenante, il pubblico non attento, la cultura che deve essere sì accessibile, ma non gratuita altrimenti non arriva al destinatario. Tutte posizioni legittime, ma il bello e il brutto dei concerti è che non sono mai uguali per due spettatori e, sarò stato fortunato con la posizione, al di là di tutto il ricordo più vivido che ho è quello di un coro continuo che si alza, in una piazza solenne e piena di storia, a celebrare uno dei patrimoni musicali più preziosi del nostro paese. E una promessa, lanciata con l’ultima frase sul palco, a cui voglio credere: “Ci rivediamo.”

Tag: live report

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