Giardini di Miro' - Il fuoco vs. Giardini di Mirò - Cinema Mass - Torino Live report, 27/10/2007

16/11/2007 di

(Un'immagine del film - Per gentile concessione del Museo Nazionale del Cinema)

Da tempo il Museo Nazionale del Cinema di Torino propone a band rock italiane di musicare dal vivo grandi classici della storia del cinema. Dopo la sonorizzazione dei Marlene Kuntz di "Signorina Else" di Paul Czinner è toccato ai Giardini di Mirò. Si sono cimentati con "Il Fuoco", film del 1915, nato dalla collaborazione tra Giovanni Pastrone e Gabriele d’Annunzio. Sandro Giorello racconta.



Prima premessa: i film degli anni 10 mi trasmettono una certa tensione. La “semplicità” dei personaggi è disarmante. Sembra che siano capaci di provare solo sensazioni forti e ben definite. La completa euforia o la totale tristezza e nel mezzo: nulla. Sembrano assenti ma – e non ho ancora capito il perchè – continuo a trovarli romantici.

Seconda premessa: non ho mai ritenuto i brani dei Giardini di Mirò adatti a musicare un film. Per quanto siano un gruppo strumentale, ho sempre creduto che la loro musica non sia di quelle che accettano di farsi da parte per lasciare spazio ad altro. Le loro canzoni riempiono la scena da sole. Sono complesse. Sono il giusto equilibrio tra l’amore per il pop e l’alienazione post-rock.

Il gruppo entra nella sala 1 del Cinema Massimo. Sono impacciati, qualcuno accenna un inchino, altri si nascondono dietro agli strumenti. Buio in sala.

Da subito musica e immagini procedono separate. In effetti il titolo della serata - “ Il fuoco vs. Giardini di Mirò” – è azzeccato. Inizialmente è davvero uno scontro. Come se la band si sentisse spaventata dal film e cercasse di rispondere con una musica ancora più tagliente e cattiva. Un archetto sfrega su un piatto. La batteria è scarna - costruita da contenitori di metallo e altri oggetti comprati all’Ikea, ci diranno poi – e ripetitiva. Jukka Reverberi usa solo la voce, filtrata in effetti e pedali vari. L’unica ad essere chiara e definita è la chitarra di Nuccini, a lei il compito di guidare le scene con gli arpeggi tra le poche note di piano. La tensione, inizialmente, si accumula disordinatamente in un tutto e subito che convince poco.

Un pittore si innamora di una poetessa. Decide di scegliere la passione. Il fuoco. Lascia un biglietto alla madre con su scritto: “Mamma non cercarmi. Sono felice, volo verso il sogno”. E’ il primo momento romantico e non mi piace molto. Eccessivamente minimale. Manca il dovuto sentimento. Musica e immagini restano separate. Ma poi cambia. Parte una cassa sintentica, un battito cardiaco su cui si stendono grandi rumori roboanti. Cresce, si trasforma in un fiume compatto e melodico. Sa di kraut, di acid rock per robot e di noise post atomico. Il protagonista è del tutto innamorato. Sta vivendo il suo periodo più bello: acclamato dalla critica e amato dalla sua compagna. Finalmente si sente vivo. Vive per lei. Ma il momento è breve. La passione si esaurisce in fretta e lei decide di tornare dal marito. Il pittore viene narcotizzato. Quando si risveglia è solo, ha in tasca un assegno da trentamila lire e un biglietto che dice: “Non c’è sogno senza risveglio”. E’ la parte più triste del film, la musica diventa commovente. Riesce a rispecchiare il dolore del protagonista, come se i musicisti fossero ad un passo dalla pazzia. E poco dopo la pazzia arriva. La band continua a vivere insieme ai personaggi. Ormai i Giardini di Mirò sono "Il fuoco" e lo sanno rappresentare in tutta la sua cattiveria. Il protagonista è in manicomio. Fissa degli origami di carta a forma di uccelli. Lo sguado è spento mentre veloci linee di piano alla Henry Cowell scorrono fulminee e ci dicono che è davvero finita. Un nodo in gola.

Sarebbe esagerato affermare che "Il fuoco" sia un film post-rock, mi limito a scrivere che i Giardini di Mirò e la pellicola di Pastrone hanno tante cose in comune: entrambi sanno gestire le emozioni più diverse, sanno innamorarsi o manifestare atarassia, sanno essere romantici e al tempo stesso alieni. E poi ci conferma quanto già sapevamo: i GDM sono capaci ad accettare le sfide senza assecondarsi ad esse. Hanno capito quali erano i punti dove potevano incontrarsi con il film. Hanno capito quanto di loro c’era in quelle immagini. E alla fine è stato il film a piegarsi in loro favore. Se questo era uno scontro, solo così lo potevano vincere. Hanno vinto. Applausi.



Giovanni Pastrone
"Il fuoco"
Italia 1915, 50’, b/n e col.

(Copia restaurata dal Museo Nazionale del Cinema)

Ossessionato dall'incontro con un'aristocratica poetessa, il pittore Mario non riesce più a dipingere. Solo quando la donna gli si concede e passa con lui giorni di passione in un antico maniero, riesce a trovare l'ispirazione e un ritratto dell'amata, esposto, gli garantisce un grande successo. Per allontanarsi da lui e tornare dal marito, la poetessa gli somministra un potente sonnifero e, quando si sveglia, il disperato pittore ricade nell'assoluta impotenza creativa. Un giorno l’uomo incontra la sua amata in compagnia del marito, ma la donna finge di non riconoscerlo e Mario impazzisce. Interpretato da due divi del muto, la romana Pina Menichelli e il siciliano Febo Mari (anche autore del soggetto) questo film dannunziano è suddiviso in tre capitoli “La favilla”, “La vampa”, “La cenere” e diretto, l'anno dopo di Cabiria, da Pastrone, in arte Piero Fosco. La breve durata si spiega anche con i tagli imposti dalla censura, particolarmente accanita negli anni della guerra.

Commenti (4)

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  • Sandro Giorello 17/11/2007 ore 18:14 @sandro

    Mah, sono informazioni che mi ha dato il Museo del Cinema.



  • sliskovic 18/11/2007 ore 20:48 @sliskovic

    sticazzi!

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