Afterhours - La Gabbia - Pove del Grappa, Vicenza Live report, 29/04/2005

21/05/2005 di



Fa sempre un po’ strano entrare alla Gabbia di Pove del Grappa, incassata com’è in un centro commerciale su una statale dalle dimensioni di un’autostrada, con quel soffitto basso che ti fa pensare alla probabile prevista destinazione d’uso del locale, supermarket o magazzino, finito fortunatamente ad ospitare un bel po’ di bei concerti rock. Gabbia piena, stracolma, baciata in fronte dal ritorno sulle scene degli Afterhours freschi freschi di secondo posto nelle charts. Chiudono qui, in due serate, il tour primaverile che han diviso con Greg Dulli, vecchia gloria dell’indie rock Usa anni 90. E questa è la prima delle due date, che affronto digiuno del nuovo controverso “Ballate per piccole iene”: ottima occasione per conoscere questo nuovo disco e testare insieme resa live dei capofila dell’indie italico.

Fa un caldo bestia, occorre dirlo, e davvero non invidio i temerari piazzati nel parterre a ridosso del palco, data l’impressionante variazione di microclimi che accompagna ogni passetto che faccio. Ma vista la loro età media – tantissimi sono i giovanissimi – penso che reggeranno benissimo. E con gli amici si rievocano eroiche trasferte in locali anni 80 con condizioni meteo interne da far la gioia di un colonnello dell’aviazione. Alla fine mi strategizzo al fianco del mixer, attorniato dalla solita squadra di giocatori di basket che, non so perché, pare seguirmi a ogni concerto. Si va di punta di piedi ma va bene lo stesso.

La prima cosa che fa impressione all’entrata del gruppo, a noi disinformati, è che Greg Dulli c’è fin dall’inizio, mentre si pensava a un’ospitata. Si comincia subito dal singolo apripista, “Ballata per la mia piccola iena” (finito anche su Dee Jay, a dimostrazione che a volte le polemiche fanno bene) seguito, come nel cd, da “È la fine la più importante”. Greg Dulli pesta e si affanna come si deve, fa il coro in “Male di miele”, “Dea” e “Rapace”, dimostrando di essersi imparato l’italiano apposta; va al rhodes su “La sottile linea bianca”. Convince a pieno, nonostante i chiletti in più lo abbiamo trasformato in un parente indistinto di Ricky Memphis e Jimmy il Fenomeno.

E convince a pieno anche la resa sonora, che spesso ha funestato la band: perfetta, sto giro, con una band che gira a mille, martella colpo su colpo e interpreta con grande passione nuovi e vecchi pezzi. Manuellone ci mette tutta la sofferenza del mondo nell’interpretazione di quello che, checché ne dicano i detrattori, è disco bellissimo. E nella dimensione live non si perde, ma anzi si esalta, la dialettica tra cupezza estrema dei nuovi testi e atmosfera umbratile delle musiche, tanto che a tratti provo al stessa sensazione di quando d’estate si cammina, tardo pomeriggio, in un bel viale alberato, con la luce che intesse trame fra le chiome degli alberi e tutto è un riverbero tra giallo e verde. Personalmente apprezzo moltissimo anche la versione di “Pelle”, meno rabbiosa ma più epica, ricca di nuances. Mi stupisce, Manuel, quando in “Carne fresca” gli esce una voce fioca apposta che lo fa somigliare a Moltheni, noto finora come miglior imitatore italiano di Agnelli in quanto a modo di cantare. Insomma, band stellare, concerto mitico, emozioni a iosa, Afterhours più grande rock band italiana, senza storie.

Però però. Mentre me and my friend ci spelliamo le mani, imitati dagli over 30 presenti in sala, la maggioranza degli astanti, tra i 17 e i 25 anni approssimativamente, è freddina. Strano, cazzo. E la sensazione che c’è qualcosa che non va aumenta quando prima di “Veleno” Greg Dulli mette insieme un “ciao, come stai?” indirizzato al pubblico, che risponde con il terribile coro “Sei bellissimo” sull’aria della quasi omonima canzone di Loredana Bertè. Manuel risponde con un “Ma è bellissimo, un bell’omo!”, ma io rabbrividisco. Perché, pischelli miei, questo coro io l’ho sentito sempre e soltanto ai concerti mainstream stile Mango o Antonacci cui devo presenziare come inviato de “Il gazzettino”. Non l’ho mai sentito a un concerto indie. E qua ci sono due cose strane, già.

La terza cosa strana arriva quando la band esce solo dopo il tredicesimo brano, troppo tardi per una pausa, troppo presto per i bis. Parte subito una selezione di brani a volume altissimo (scoprirò poi curata dal bassista Andrea Viti in persona), davvero bella ma assordante. Fa un caldo boia. Il tempo di prendere qualcosa da bere e cerchiamo di chiedere i bis, urlando il canonico “Fuori, fuori”. Beh, oh, credeteci o no, siamo in quattro gatti a farlo, tutti veci. Tentativi di applausi, fischi, urletti. Nulla. Tutto il repertorio fallisce. Cazzo succede? Un concerto della Madonna e nessuno chiede il bis?

Fatto sta che quando mezzora dopo – un’agonia, tra caldo, musica assordante e stupore per quello che non sta succedendo – gli After escono, Agnelli non le manda a dire a nessuno:
“Siamo qui per chi ha pagato il biglietto e i pochi (ben scandito) che hanno richiesto il bis. Perché è da buffoni fare il bis se non viene richiesto. E noi siamo dei buffoni in questo momento. E tu vai a fare in culo, troia.”
Minchia e stracazzo. Parte “Quello che non c’è”, sottotono e scazzata, fra gente che starà con il dito medio alzato per tutto il tempo residuo, gente che invece applaude con convinzione a ogni fine brano quasi con l’aria di chi vuole farsi perdonare, i fonici che mi dicono che non capiscono e che nonè mai successo in sta tournèe una cosa del genere. Greg Dulli eccita il clap del pubblico su “Vorrei la pelle splendida”, ubbidito prontamente, quindi arriva “Helter skelter”, cantata da Greg in persona. Quindi Agnelli bofonchia un “Ciao Bassano. Grazie mille” e la band se ne va. Stavolta i bis la gente li chiede, non sapendo che dalla scaletta sono state cancellate “Atmosphere”, “La vedova bianca” (dalla prima parte del concerto), “Musicista contabile”, “Chissà com’è”, “La canzone di Marinella”, “Bungee Jumping”, “Non sono immaginario”, “Sparkle” (dai bis). Greg Dulli esce subito a solidarizzare con la folla, mettendosi in posa per foto ricordo. Noi usciamo, con un’espressione un po’ così.

Decido che voglio conoscere la versione di Manuel Agnelli, perché è troppo facile sparare sul pianista,quando il pubblico mi è sembrato così strano. Lo scambio di mail con quelli, gentilissimi, della Mescal, nei giorni successivi, non approda ad alcunché perché Manuel – mi dicono – preferisce giustamente non caricare di significato un malinteso col pubblico.

Beh, capisco che Manuel voglia glissare. Ma io sono arrivato alla convinzione che sto pubblico aveva torto marcio e si meritava le parole. Andiamo, che scusanti c’erano? Il caldo? E che, ai concerti rock c’è l’aria condizionata? Ma da quando in qua? La band aveva suonato benissimo, e quindi non c’era da lamentarsi in questo senso. Allora forse si trattava di un pubblico di sbarbi che voleva i chitarroni ruggenti di “Hai paura del buio?” (chissà se l’hanno comprato, almeno) e pensavano – con una di quelle leggende adolescenziali – che le sonorità del nuovo disco non comparissero dal vivo, perché magari erano una mossa furba per arrivare in classifica? Ma quando mai? Colla crisi di mercato che c’è, col pubblico indie che è rimasto l’unico che compra i dischi, non credo che gli After abbiano venduto tante più copie di “Quello che non c’è”. Per lo meno chi ha comprato subito il disco facendolo schizzare in testa alle classifiche non credo proprio sia diverso da chi ha sempre seguito la band. E poi, fanculo, se vuoi i chitarroni vatti a vedere i Limp Bizkit, che sbregano senza fare male a nessuno. Qua invece c’è un discorso profondo sul male del mondo, come ha ben detto Maria Guzzon nella sua rece su Rockit. E sai che c’è? Che quel coro “sei bellissimo” e quella passività di fronte all’uscita prematura della band (se non ti piace il concerto, te ne vai, non resti lì) mi fa pensare a un pubblico che non sa neanche come comportarsi a un concerto rock, che magari ha visto qualcosa da bambino con mamma e papà, e riproduce quello che ha visto. Che è abituato a passare ore e ore davanti a Mtv, dove si mischiano in un unico gran calderone i Blue e i Green Day, l’ultima troietta r’n’b e i Kings of Convenience, il nuovo porco pappone hip hop e i Nirvana. Un pubblico che non reagisce di fronte a un buco di mezzora della band è un pubblico che è abituato a stare di fronte alla vita come si sta di fronte alla pubblicità in tv quando il telecomando è rotto: si pensa ad altro e si attende che passi. Un pubblico cui si attaglia benissimo il verso “l’alternativo è il tuo papà”, e che si merita le parole di Manuel. Svegliatevi, bambine!

Per cui, fino a prova contraria, do ragione ad Agnelli. Certo, non ho potuto sentire la campana del pubblico: come facevo? Formavo un picchetto, distribuivo un questionario a crocette ed elaboravo le risposte? Perciò questa recensione è anche un’occasione: nel forum, santo cazzo, sarebbe interessante sentire la voce di chi c’era, la sera di venerdì 29 aprile, in modo che possa esprimere il suo punto di vista. Che mi dica anche che sono un coglione a dare ragione ad Agnelli, ma che mi spieghi perché. E per favore, astenersi perditempo. Ovvero chi non c’era. Usiamola, sta possibilità di replica. Questa è una recensione aperta. Che la completi chi c’era.



1. Ballata per la mia piccola iena
2. È la fine la più importante
3. Male di miele
4. Sulle labbra
5. Dea
6. La sottile linea bianca
7. Rapace
8. Veleno
9. Ci sono molti modi
10. Sangue di Giuda
11. Carne fresca
12. Pelle
13. Il compleanno di Andrea

Bis:
14. Quello che non c’è
15. Vorrei la pelle splendida
16. Helter Skelter

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