Come dovrebbe funzionare un servizio di streaming per far guadagnare tutti

Geoff Barrow dei Portishead - Geoff Barrow tweet spotify pechè non funziona streamingGeoff Barrow dei Portishead - Geoff Barrow tweet spotify pechè non funziona streaming
16/04/2015 di

Quello dello streaming musicale è un tema in continua discussione. In pratica potremmo proporvi più di un articolo al giorno, e rischieremmo sempre di ritornare sugli stessi punti: ovvero che gli artisti guadagnano troppo poco e che (secondo il parere di molti e volendo semplificare il problema fino a banalizzarlo) la colpa è delle major discografiche che si tengono per loro una fetta troppo grande della torta.

A pochi giorni dalla notizia dell'IFPI (International Federation of Phonographic Industry) secondo la quale, per la prima volta nella storia della discografia, le vendite digitali hanno superato quelle fisiche – e buona parte del merito è anche dei servizi come Spotify e simili - ora è bastato un tweet di Geoff Barrow dei Portishead per riaccendere immediatamente la polemica:

C'è chi ha appoggiato il musicista inglese sostenendo che è riuscito a riassumere tutta la crisi discografica in 140 caratteri ma, ovviamente, non sono mancate le risposte di musicisti infuriati, che invece si sognerebbero un guadagno simile.
Dal canto nostro, abbiamo già spiegato come la pensiamo in un articolo di qualche tempo fa, titolato "Spotify e royalties: ecco a chi vanno davvero i soldi": 

"mettiamo ci sia un ascoltatore molto appassionato di pizzica, il quale si iscrive a Spotify per ascoltare l'ultimo successo dei Tarantolati del Salento. Paga i suoi buoni 10 euro, ascolta due o tre volte l'album ma poi decide che Spotify non fa per lui, e abbandona la piattaforma. Quindi, chi ha guadagnato quei 10 euro?

Il 30% va a Spotify, quindi 3 euro. Gli altri 7 invece verranno ripartiti, come spiegato qualche riga fa, tra gli artisti presenti su Spotify in base alla loro percentuale di ascolti sul totale. Quindi Fedez, Calvin Harris e gli altri artisti che dominano le classifiche al momento prenderanno la percentuale più grande di quei 7 euro, anche se quei 7 euro sono stati guadagnati grazie ai soli streaming dei Tarantolati del Salento, ai quali toccherà invece qualche misero centesimo. Oltre a questo meccanismo c'è un'altra cosa da tenere in conto: gli artisti con la percentuale più alta di streaming riceveranno quasi sempre più di quello che hanno fatto guadagnare a Spotify tramite i loro fan che hanno acquistato un abbonamento.

A questo punto la domanda sorge spontanea: perché non ripartire le royalty sulla base degli ascolti veri che ogni band totalizza?
Quasi sicuramente per i "grandi" non cambierebbe nulla (e c'è già uno studio pronto a dimostrarlo), ma per gli artisti con una fanbase più modesta sarebbe tutta un'altra storia."

Tag: spotify mercato discografico streaming discografia

Commenti (6)

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  • Roberto Acquafredda 16/04/2015 ore 16:51 @quilibet

    Sottolineo quanto detto la La Nuit: è il meccanismo SIAE!

  • AmmoniaRec 17/04/2015 ore 16:01 @ammoniarec

    Invertendo l'ordine ci sarebbe il problema opposto, pensate a quanti album che non fanno ascolti sono stati caricati. Provate ad immaginarli. Ecco ora moltiplicate per 1000 quel numero. Lo stesso vale per la SIAE, pensate quanta gente s'è iscritta per depositare due canzoni. Ridistribuendo al contrario si darebbero soldi a chi non se li merita minimamente. L'unica maniera democratica è pagare gli ascolti veri. Stesso discorso per la SIAE, dovrebbero essere pagate le canzoni per come vengono sfruttate, senza calderoni.

  • Roberto Acquafredda 17/04/2015 ore 16:24 @quilibet

    Esatto, condivido in pieno! E soprattutto (mi riferisco alla SIAE), far si che non sia un pizzo: se, per esempio, si eseguono dal vivo brani non registrati in SIAE non si dovrebbe pagare nulla. E' intollerabile che la SIAE distribuisca permessi neanche fosse il Ministero! E se è la legge a consentirlo, allora va cambiata.

  • AmmoniaRec 17/04/2015 ore 17:00 @ammoniarec

    Si in mondo in cui funziona tutto sarebbe giusto. Peccato che si lascerebbe all'onestà delle persone comunicare se si sono fatti brani iscritti o meno. E si sa: l'occasione fa l'uomo ladro. Secondo me non è intollerabile, e cmq ci sono alternative che si stanno sviluppando per poter fare concerti senza coinvolgere la SIAE, come chiedere il permesso a Soundreef (non entro nel merito perchè non sono preparatissimo al riguardo, ma comunque online si trovano informazioni al riguardo)

  • Roberto Acquafredda 17/04/2015 ore 19:39 @quilibet

    Beh, in realtà non è tutto lasciato all'onesta delle persone (in parte si) perché la SIAE effettua controlli tramite i suoi ispettori. Il fatto che si stiano sviluppando alternative alla SIAE è indicativo del fatto che evidentemente questo sistema comincia a non andare più a genio a molte persone

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