Quello è stato il momento in cui ho capito che il mio weekend si era spinto oltre. Dopo l’ennesimo corpo a corpo vinto dalla difesa dei Seahawks, ebbro di violenza codificata e notifiche push, ho visto Andrea Pucci nudo appollaiato sulla traversa del Levi’s Stadium, un cilicio a straziarle le sue carni abbronzate. Qualche ora di sonno inquieto e avrei potuto finalmente archiviare una tre di giorni di grandi eventi e minuscole polemiche. Che dimostrano una volta di più come, una volta toccato il fondo, la nostra classe politica abbia tutta l’intenzione di andare avanti a scavare.
Sono successe un sacco di cose nelle ultime ore. Venerdì sera allo stadio San Siro il via alle Olimpiadi invernali, stanotte la “risposta” californiana con il SuperBowl, la finalissima numero 60 del campionato di football americano. Due momenti magici di grande show, una goduria per tutti. Ecco, non proprio. Potremmo criticare alcune scelte carnascialesche della coreografia italiana, ma poi ci torna in mente il bad trip dell’inaugurazione di Parigi 2024 e allora va benissimo così. Potremmo parlare degli anni ’90 che non finiscono mai, come testimoniano le esibizioni sulle due sponde dell’Atlantico di Ricky Martin e Mariah Carey. Invece parleremo della cosa più politica che c’è. Capace, a quanto pare, di fare incazzare ogni nazionalista che si rispetti: la lingua.
Già, la lingua. Un organismo vivo, come sostenevano Manzoni e soci sin dall’800. Che probabilmente non si stupirebbero affatto della piega tutt’altro che inattesa degli eventi, con la globalizzazione e le migrazioni di massa che hanno riscritto le norme sociolinguistiche persino in un Paese ombelicale come il nostro. Tutto questo non poteva che riflettersi sulla musica, da sempre specchio e avanguardia nello stesso tempo. Dopo “decenni anglofoni”, gli artisti di casa nostra si sono presi il proscenio. Solo che, alla bisogna, parlano dialetto napoletano oppure la lingua del Paese dei loro genitori. Bello, no? Col cazzo.

Non sappiamo se l’abbia pensato il glorioso direttore di Rai Sport Paolo Petrecca, star per una notte. Un tale mix di hybris e pressapochismo che Gennaro Sangiuliano pare Sartre. Dopo essersi autonominato “prima voce” della cerimonia pur non riconoscendo praticamente nessuno tra i 70mila presenti, ha compiuto una “bambinata” ancora più clamorosa. È accaduto quando Ghali ha portato in scena il suo pezzo, la riproposizione di un’opera pacifista di Gianni Rodari (non Renato Curcio), “Promemoria”. In cronaca la Rai si è rifiutata di pronunciare il suo nome, gesto che sarebbe veramente vile se non fosse così patetico (bellissimo, in tal senso, l'incipit della telecronaca, "ed è il momento in cui si parla di spirito olimpico e di pace"). Ma, soprattutto, a Ghali – ma perché lo chiamate sempre, se vi sta così sul cazzo?! – è stato impedito di portare a termine la sua esibizione come l’aveva pensata. La poesia di Rodari, infatti, è stata recitata in italiano e tradotta in inglese e francese, ma non in arabo come avrebbe voluto il cantante. Troppo divisivo. D’altronde è solo la lingua ufficiale di 26 Paesi, parlata da circa 400milioni di persone nel mondo.
Meglio, molto meglio, inventare una lingua apposta per Mariah Carey, che sul gobbo elettronico aveva scritto il testo di “Nel blu, dipinto di blu” come l’avrebbe letto Rocky Roberts. Mariah ha origini venezuelani da parte di padre da cui è bene diffidare, ma vista la Siae di “All i Want for Christmas is You” ci passeremo sopra. Stesso dicasi per il playback di Laura Pausini, orgoglio nazionale anche quando lascia a casa la voce.

E veniamo agli Stati Uniti. Inebriati come siamo, da qualche anno a questa parte, di non essere il Paese peggio governato del blocco occidentale. Ma quando ci ricapita? Lo show di Bad Bunny al Superbowl è stato meraviglioso, dall’inizio alla fine. Canzoni, show, messinscena, festa grande. Stilosissimo e popolare allo stesso tempo, perfettamente in linea con l’ultimo disco di mostruoso successo dell’artista di Porto Rico, che come nessun altro ha coniugato arte e capacità di colpire un pubblico larghissimo.
Donald Trump ha definito lo show “disgustoso”, “un affronto alla grandezza dell’America”, anche perché “nessuno capisce le parole”. Le polemiche – negli Stati Uniti dell’ICE, della nuova segregazione, di Obama dipinto come una scimmia – ancora una volta sono state sulla lingua. Tutto lo spettacolo – 13 minuti circa – di Bad Bunny è stato in spagnolo (tranne la breve parentesi inglese di Lady Gaga), ed è stato questo a mandare fuori di testa Trump e i suoi. Non tanto gli inni alla fratellanza dei popoli del continente, l’esatto opposto di quel che sta facendo il tycoon, o i riferimenti abbastanza espliciti ai fatti del Minnesota. No, la lingua. Per Donald Trump sentire un idioma “alieno” durante uno dei momenti clou dell’“americanismo” nel mondo, è stato “uno schiaffo al Paese”. Senza neanche un Petrecca a fingere che non stia accadendo nulla.
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L'articolo Da Ghali a Bad Bunny, dalle Olimpiadi al Super Bowl: i potenti hanno ancora paura delle canzoni di Dario Falcini è apparso su Rockit.it il 2026-02-09 12:21:00
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