Vent'anni di musica chiusi con un ultimo concerto a Cavriago, registrato a loro insaputa e diventato live album. Corrado Nuccini e Jukka Reverberi ripercorrono la loro storia - con un sacco di foto - da "scappati di casa" che fondano una band, diventano grandi e tornano dove tutto era cominciato
“Non si può mica crepare di post-rock” “No, non si crepa più per quello, dai”
Il tono è quello che ricordavo, le personalità invariate sebbene risolte. Al cinismo sferzante di Corrado Nuccini fa eco la prosa razionalista di Jukka Reverberi, o viceversa. C’è in loro tutto il bilanciamento imperfetto delle squadre in cui le differenze sono solo la premessa necessaria di un completamento.
Fuori ci sono quaranta gradi celsius e abbiamo tutti superato i quaranta, eppure questo è un quadretto che mi riporta ai primi anni di questo infausto secolo. Io sbarbato. Anno 2001, per la precisione, quando Carlo Giuliani veniva ammazzato durante le manifestazioni del G8 di Genova — era luglio — e in cui le torri gemelle sarebbero state poi abbattute a settembre. Da New York giungeva, oltre al suono delle sirene, anche “Is This It” degli Strokes.
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In quello stesso anno però, in Italia, certe strade emiliane sapevano farci sentire viaggiatori su autobahn tedesche, mitizzare Glasgow in salsa reggiana. I Giardini di Mirò pubblicavano il loro esordio, “Rise and fall of academic drifting”, diventando un’esperienza musicale fondamentale di quel periodo, il suono dell’esordio del millennio nuovo con l’euro che sarebbe da lì a poco diventato moneta unica. La prima band italiana a sapere interpretare il post-rock per poi contaminarlo con esperienze elettroniche teutoniche, talvolta addirittura una sorniona forma canzone, e poi in territori più sperimentali.
Il loro ultimo disco - venticinque anni dopo - si intitola “Quasi Casa”. E’ la registrazione (a loro insaputa) dell’ultimo concerto di sempre: 19 marzo 2023 al Circolo Kessel (ex Calamita) di Cavriago, città natale di Jukka e ormai arcinota per ospitare in piazza il sempiterno busto del capo politico sovietico Lenin. “Nel 2001 il nostro primo disco si apriva con A New Start (For Swinging Shoes) e ci ritroviamo a chiudere con la stessa traccia, A New Start (live), in fondo a quella che non sapevamo fosse la nostra ultima esibizione”, dicono. Ne parliamo con loro. “C'è qualcosa che ha tenuto tutto insieme in questi anni, difficile da nominare ma facile da riconoscere: la musica come spazio condiviso, non solo come fatto artistico”.
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Chiudete gli occhi e riportateci a quella sera.
Corrado: Io so che ammazzo tutta la poesia, però mi ricordo che c’era Inter-Juve: abbiamo vinto noi, penso. Un’ultima volta da grande Juve. E quindi quella cosa lì, in karma, l’abbiamo pagata essendo quello l’ultimo show dei Giardini di Mirò in un posto con cui noi abbiamo sempre litigato. Dopo aver corso una vita intera ci troviamo a casa, davanti alla maestra delle elementari, Jukka che saluta il lattaio e suo cugino. Noi europeissimi che finiamo ultra-paesani. Autentici, però. La caratteristica che ci ha portato a essere un gradino sopra al resto.
Euro-paesani, è una bella definizione.
Jukka: Io non volevo manco suonare quella sera, gli altri mi hanno proprio forzato. Sono l’unico veramente di Cavriago. Era la terza data di un tour tutto emiliano, dopo Campogalliano e Ferrara. Mi sono trovato a pensare alle nostre ambizioni di gruppo: il mio primo concerto l’ho fatto in Germania, l’ultimo a Cavriago. Un percorso al contrario. Una bellissima storia da Beautiful Losers: perdenti di classe.
Mi chiedevo se questo disco, rompendo il vostro silenzio, vi abbia fatto reincontrare e riscoprire anche a livello umano.
Corrado: Personalmente, con Jukka, da quando abbiamo messo in pausa il gruppo, il rapporto si è consolidato. Siamo sempre stati gente da stupidate, prese in giro, gag — è un po’ il nostro modo di relazionarci, di esorcizzare. Per sei mesi non ci siamo visti, anche perché viviamo vite un po’ complicate e distanti, ma sentiti sì.
Perché avete messo in pausa il gruppo?
Corrado: Nei Giardini sono quello che ha tirato un po’ più le somme: si era completata una fase. Per continuare in una maniera coerente, competitiva pure con il mondo musicale contemporaneo, avremmo dovuto fare un po’ di scelte che al momento io personalmente non mi sono sentito di fare. E quindi abbiamo pensato che fosse più opportuno, in una maniera più coerente con il nostro percorso, metterci in stand-by.
L’impressione è che il ritorno verso casa sia stato anche una reciproca riscoperta.
Jukka: Veniamo da una fase di pausa — lunga, breve. Soprattutto per noi stessi. È l’amore attorno al gruppo che ha portato alla nascita di questo disco, che non avevamo progettato minimamente. Markus Matis, che ha registrato tanti nostri live compreso quello che casualmente è l’ultimo — era venuto a vedere l’ultimo tour, registrando tutto. E Johannes Schardt, che era Friction Friction prima e 2nd Rec dopo — è nostra storia: un’etichetta tedesca che ci ha molto aiutato, soprattutto in quello che era il nostro sogno: essere un gruppo europeo.
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Quanto è importante sapere di importare a qualcuno?
Corrado: Molto, soprattutto sapere che altri abbiano riconosciuto alcune delle nostre capacità. A volte non ci abbiamo creduto abbastanza, ma abbiamo sempre avuto persone che, anche tangenzialmente, ci hanno incontrato e poi ci hanno spronato a fare, dandoci conferma. Io vedo tutto questo come un ritorno a casa.
Che cosa vuol dire essere un gruppo europeo?
Jukka: Noi stavamo dentro il sogno europeo della nostra generazione: allargare i confini, non guardare soltanto all’Italia. Molti dei gruppi che in una prima fase ci piacquero tantissimo, come i Marlene Kuntz o i Massimo Volume non hanno mai avuto volontà di andare all’estero. I Dischi del Mulo (etichetta operativa negli anni Novanta da cui poi nacque il Consorzio Produttori Indipendenti, NdR) non hanno mai avuto un respiro internazionale: guardavano alla Mongolia, però parlavano soltanto agli italiani. Noi ci siamo sempre sentiti a tutti gli effetti un gruppo europeo. E il fatto che un’etichetta tedesca pubblichi il nostro — al momento probabilmente ultimo — disco in assoluto è, quello sì, un tornare a casa.
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In questi ultimi anni, ho visto tantissimi progetti iper-locali riuscire a diventare mainstream. Citare fenomeni come Bad Bunny mi fa pensare che ci fosse una naïveté importante in quest’idea degli anni Novanta che bisognasse cantare per forza in inglese per essere internazionali.
Jukka: Capisco quello che vuoi dire, che è interessante. In Italia in qualche modo era già successo: pensa al punk-hardcore italiano degli anni Ottanta, o alla musica elettronica italiana. Però io penso ai gruppi che ascoltavamo noi quando eravamo ragazzetti negli anni Novanta: i Deus cantavano in inglese, ed erano un gruppo belga, non madrelingua. I Phoenix sono stati il gruppo rock francese più internazionale.
In Italia solo i Maneskin, anni luce dopo.
Jukka: I Giardini di Mirò — probabilmente per il tipo di proposta musicale, e forse anche per capacità di scrittura e physique du rôle — non le avevano. Ed è andata così. La partenza però era diversa: noi siamo molto più indietro degli altri. Senza il supporto di strutture e istituzioni, cosa che le band tedesche o belghe avevano, dando opportunità di seminare. Per noi italiani è sempre stato molto difficile.
Italia Music Export, l’ufficio che aveva finalmente colmato questo gap anche in Italia, è stato aperto nel 2017 ma recentemente chiuso da SIAE.
Corrado: Nella triste cornice del funerale di Matteo Agostinelli degli Yuppie Flu, Luca mi ha detto: “la nostra scena, all’inizio, è stata affossata dal fatto che nessuno di noi aveva proprio competenze in quello che faceva. Le booking erano i tuoi amici, i manager erano i tuoi amici, e tutto era una roba un po’ così”. Con un diverso livello di professionalizzazione forse sarebbe stato diverso.
Però c’è un tema. L’Italia è un paese del Sud Europa. Nella mia prefazione al vostro “Different Times” cito Pier Vittorio Tondelli, secondo il quale il Nord rappresenta la libertà di emancipare i giovani dalla provincia, non solo emiliana. Quindi l’idea dell’altrove. A me sembra che in questo momento, negli ultimi anni — dalloslow living fino al paesismo, passando dal grande successo della musica napoletana e persino dal fenomeno social “italians ain’t white” — abbia vinto invece l’idea di Sud.
Jukka: Sì, sì, io credo che tu abbia ragione su questo. L’immagine da cartolina dell’Italia non è l’Italia del Nord. L’Italia del Nord non esiste. Forse Milano per qualcheduno, persino Venezia è una categoria a sé. Il resto è Roma e il sole, il mare, la costiera amalfitana e la Sicilia. Cioè, l’Italia che ti aspetti. Il grande export italiano è legato l’immaginario morriconiano, che è molto concettuale per certi versi, ma di cui più conosciuto lo spaghetti western: caldo, mediterraneo. E noi quella roba lì non ce l’avevamo. Provavamo a fare gli inglesi, o comunque gli europei — non potevamo avere quella credibilità che ci avevano altri. Noi quella roba lì — c’hai ragione, Carlo — la si paga.
Le vostre soddisfazioni, però, ve le siete tolte.
Corrado: Rifuggo molto quest’idea di dire se abbiamo funzionato o non abbiamo funzionato, non mi sembra neanche il momento. Per me abbiamo funzionato: sennò non saremmo neanche a parlarne. L’essere naïf, secondo me, fa parte del nostro modello, ed è proprio anche uno stile che abbiamo condiviso come band. Ricordiamoci che Giardini di Mirò è una band — a differenza di tanti altri progetti che ci sono oggi. Essere band ha significato anche dire “non riusciamo a riequilibrarci, ci fermiamo.” Un solista avrebbe cambiato magari qualche elemento con più facilità.
È però giusto dire che a fine anni Novanta c’erano ancora molte discussioni sulla “commercializzazione” di un gruppo, e gruppi di ricchi figli di papà che dettavano la linea su cosa fosse puro e cosa no. Le scelte passavano anche da questa micro-opinione pubblica.
Jukka: All’inizio, molto all’inizio, per noi è stato un momento in cui qualche scelta l’abbiamo dovuta fare. Appena qualcuno ci ha detto “pubblichiamo i dischi” abbiamo accettato, perché per i nostri EP famosi prima avevamo fatto da soli. Quando BMG ci ha chiesto se eravamo interessati a dare le edizioni, abbiamo messo un minuto a scegliere di darle, perché era un’opportunità che abbiamo accolto. Soprattutto io e Mirko(il bassista, NdR), pur non essendo puristi venivamo da background hardcore. Molti amici ci hanno detto: “eh, questo è il tradimento della scena.” Ma all’interno di un gruppo si fa in modo socialdemocratico, si decide, e si prende un percorso.
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Proposte da una major?
Jukka: Non ci hanno mai filato di striscio. A parte Roberto Trinci con le edizioni, nessuno ci ha mai interrogato. Non c’è mai stato quel problema di “vendere l’anima”, perché non ce l’ha chiesto nessuno.
"Quasi Casa" è stampato in vinile.
Corrado: Sì. C’è dentro una cura che — permettimi — è commovente. Perché ha fatto tutto Johannes, che ha la nostra età. Ci ha messo gli adesivini, ha scritto i testi, ci ha messo un po’ di sé. Io ho ritrovato anche una certa energia che nella vita — tra il disincanto e l’incanto — si perdeva.
Non è forse il senso di tutto questo?
Corrado: Sicuramente.
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Sul titolo, “Quasi Casa”, vorrei citarvi un passaggio di “Qualcosa di spirituale” di Vasco Brondi, al cui interno viene raccontato un aneddoto relativo a Massimo Zamboni. Durante una presentazione, una persona gli chiede come mai negli ultimi anni i suoi romanzi fossero tutti ambientati in Emilia, cioè vicino a casa sua. E la risposta è: “quella è la terra in cui finirò, e voglio conoscerla bene.” Vasco conclude: “vivere è anche conoscere la terra in cui finiremo. Sono arrivato a casa”. Che cos’è l’Emilia per voi?
Corrado: La frase di Zamboni è molto bella — ma lui vive in Appennino, ha tutta una visione sua. Noi viviamo nel centro di due città - io a Modena, Jukka a Reggio - che stanno cambiando molto velocemente. L’Emilia-Romagna è stata mitopoietica grazie a Ghirri e Tondelli, ad Andrea Pazienza e Lucio Dalla, gli anni Settanta e Ottanta. In concomitanza con la caduta del muro, con l’arrivo di una super-globalizzazione, quella spinta si è esaurita, e l’Emilia è tornata ad essere una periferia come tante altre, un po’ più logistica, senz’aura ma con un racconto migliore. In tutto questo, è importante riuscire a riorganizzare e raccontare anche il vuoto del “dopo-mito”, che secondo me è quello che viviamo noi.
Il famigerato modello Emilia.
Jukka: Per me è stata una terra di opportunità. Però, a differenza di altri, sono un po’ stanco di celebrarla. Abbiamo avuto amministrazioni locali che ci hanno dato la sala prove gratuita comunale, la fonoteca dove abbiamo iniziato ad ascoltare i dischi, dove li abbiamo presi in prestito, dove leggevamo i magazine di musica; le feste dell’Unità, dove c’era lo gnocco fritto ma anche gli Hüsker Dü in piazza a Novellara. Ma il superomismo emiliano non mi interessa. Non siamo una razza superiore.
Nel 2010, all’interno del mio documentario “L’animale che mi porto dentro vuole te”, Jukka disse una frase bellissima: “la musica è il mio luogo di autonomia, dove sono diventato me stesso”. Definizione fantastica per me. E oggi, quindici anni dopo?
Jukka: Io non posso rispondere — non sono più musicista. Da un anno e mezzo non tocco la chitarra e non attacco un amplificatore.
Corrado: Al netto di questa notizia di Jukka che ci ha spezzato il cuore (ghigno di Corrado, NdR), il mio rapporto con la musica è totale, è il linguaggio che mi sono scelto per provare a scrivere la mia mappa per il territorio. Io continuo a suonare. C’è una frase del cantante dei Notwist che dice: “fare musica ti insegna a conoscere te stesso, a conoscere gli altri in una maniera migliore, accendere una luce nell’oscurità”. La musica è un dispositivo sociale fondamentale, che ha preso lo sfigato diciottenne con la chitarra da metallaro, che suonava in parrocchia vergine, e mi ha portato oggi ad avere tre figli rompicoglioni.
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Vi manca essere in tour?
Corrado: Manchiamo noi alle band spalla. Ci amavano molto, perché eravamo talmente incapaci con le groupie, lasciandole a loro che quindi ci ringraziavano molto per questa nostra incapacità.
Ricordo l’aneddoto del primo tour in cui vi siete portati parmigiano e lambrusco da casa, a proposito di Emilia.
Jukka: Eravamo totalmente scappati di casa. Siamo andati davvero in giro con parmigiano, pasta e le bottiglie di Lambrusco. Perché sai, si diceva, la birra dopo un po’ ti stanca, il vino straniero non è mica niente di che. Poi alla fine il parmigiano l’abbiamo mangiato di notte da ubriachi, il vino l’abbiamo regalato e la pasta una sera siamo stati costretti a farla per Mirko, perché “no, il gulash fa schifo.” Eravamo dei lattonzoli, maialini piccolini che dovevano capire come girava il mondo. Il gruppo ci ha fatto diventare autonomi, ci ha fatto crescere. Poi dopo ne abbiamo fatta una serie di figure in giro — clamorose, sarebbero veramente troppe da dire adesso.
Raccontiamone una.
Jukka: Su Rumore vedemmo che i Mogwai avrebbero suonato a Bari, non c’era scritto il gruppo spalla ma c’era il numero di telefono. E allora ci diciamo: “beh dai, scusa, chiamiamo, sentiamo se possiamo suonare noi”. A un certo punto andiamo a casa di Corrado e telefoniamo. Parlo io. Risponde uno con questo accento super barese. Butto giù subito il telefono e ci diciamo: “Ma che cazzo, è uno di Bari, cosa c’entra con un gruppo scozzese?” Anni dopo scoprimmo che era il leggendario Dr. Kiko Loiacono.
Parliamo di un’altra epoca.
Corrado: Le micro-ere. Oggi Berlino è a un passo. Io mi ricordo all’inizio che facevo l’obiettore nella biblioteca del Comune di Cavriago — veniva Jukka e da lì mandavamo le mail per il gruppo. Si apriva davvero un mondo. Sembriamo davvero Heidi in questi racconti.
Jukka: Anche con questo nostro amore per l’Europa: non è che eravamo Schröder e Prodi — ci interessava davvero prendere una strada che fosse nostra. In quello secondo me c’era un’affermazione di identità, d’autonomia. Non abbiamo mai avuto il rapporto di interesse con gli altri con cui abbiamo costruito le cose. Abbiamo avuto i rapporti umani. Questa è una roba bella. E anche nei Giardini di Mirò, forse anche per questo non siamo arrivati dove forse potevamo arrivare con le nostre capacità.
Giardini di Mirò(c)Jukka Reverberi (22)Qual è stato il momento in cui avete iniziato a percepire che qualcosa stava cambiando?
Jukka: Quando siamo diventati cantanti. Io non mi sentivo pronto, non ricordavo i testi. Il tour di “Dividing Opinions” (disco del 2007 in cui per la prima volta Corrado e Jukka usano le loro voci, NdR) è stato per me una grande sofferenza. Io penso: non sono un grande chitarrista, ma quando suono, la mia chitarra qualcosa lo dice. Con la voce non ci sono riuscito, nonostante alcune canzoni abbiano avuto un discreto successo — penso a “Broken by” o “Cold Perfection”. In più nei primi anni Dieci è tornato l’italiano. E quindi cantare significava anche paradossalmente provare a cantare nella nostra lingua, perché quella è una sfida che ti chiedeva il mondo attorno.
Suona ogni concerto come fosse l’ultimo. Lezione hardcore. È davvero l’ultimo?
Jukka: Citiamo l’onorevole comunista Gian Carlo Pajetta, quando gli chiedono: “lei davvero non crede che dopo la vita ci sia qualche cosa?” E lui risponde: “Guardi, noi abbiamo mandato tantissimi valorosi compagni nell’aldilà, ma nessuno è mai tornato”. E quindi parafrasandola: per ora non c’è una risposta. L’ultimo concerto sappiamo qual è: è stato quello di Cavriago, che si trova in Quasi Casa. Per il futuro, vediamo cosa faranno le delegazioni che abbiamo mandato in avanscoperta.
--- L'articolo Giardini di Mirò: Quasi Casa, quasi a caso di Carlo Pastore è apparso su Rockit.it il 2026-06-29 15:06:00
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