Un giorno di ordinaria follia in sala prove con gli I Hate My Village

Siamo stati all'Angelo Mai di Roma, per assistere alla "rifinitura" del tour post "Gibbone", al via in questa fine di estate. In esclusiva un video di "Yellowblack" e quattro chiacchiere con Rondanini e soci sulla libertà, la psichedelia e la necessità di guardarsi in faccia

I HATE MY VILLAGE!
I HATE MY VILLAGE!

Suonare insieme, ascoltarsi e ascoltare. Delle indicazioni semplici ma non di certo scontate, soprattutto in un momento storico nel quale lavorare a distanza, separati da uno schermo è sempre più inevitabile. È ciò che gli I Hate My Village portano avanti con fermezza sin dal loro omonimo esordio di due anni fa. La band, composta da Adriano Viterbini, Fabio Rondanini, Marco Fasolo e Alberto Ferrari, è legata indissolubilmente all'essenza primigenia della creazione musicale, facendo della contaminazione reciproca il proprio punto di forza, elemento che domina l'intera durata di Gibbone, nuovo EP che dilata ed espande la pasta sonora del quartetto, tingendola di psichedelia.

In occasione delle nuove date del gruppo siamo andati a trovare gli I Hate My Village all'Angelo Mai, accanto alle Terme di Caracalla a Roma dove si sono svolte le prove del tour, che ha inizio in questa fine di agosto. Qua le date, comprese quelle del 27 al Todays Festival di Torino e del giorno successivo al Circolo Magnolia di Milano. 

Mentre in giardino gironzola un cane, all'interno del locale troviamo allestito il set-up che la band adotterà in tour. Cavi, casse, microfoni e pedali si diramano nella sala, habitat naturale dei quattro, intenti insieme a dare forma a ciò che ascolteremo nei prossimi giorni in giro per l'Italia. Sulle casse spia sono attaccati fogli con i testi di alcune canzoni, ai lati della stanza su dei tavolini restano dei pezzi di pizza avanzati dal pranzo e qualche bicchiere di birra, qualcuno pieno, qualcuno vuoto.

Fabio Rondanini inizia a mettere mano ai loop azionando il pad accanto alla batteria e sistemati alcuni problemi tecnici prende vita Yellowblack, traccia di apertura di Gibbone, che verrà provata diverse volte nel corso del pomeriggio. Qua sotto la potete vedere in una versione particolarmente allucinata, in esclusiva per Rockit. All'istante l'elettricità abbraccia la sala, l'andamento ipnotico del brano avvolge le sue spire intorno all'intero edificio, stringendolo sempre di più. Proprio come un serpente l'ostinato ritmico che fa da colonna portante al brano scorre incessantemente e si insinua dappertutto, scuotendo la calma di un pomeriggio di fine agosto.

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Le prove continuano tra sigarette, improvvisazioni e divertissement, come quando Ferrari e Fasolo iniziano ad intonare California Girls dei Beach Boys o Astronomy Domine dei Pink Floyd. C'è voglia di giocare e l'umore sembra ottimo, dopotutto la vigilia di una tournée non può che fare questo effetto. La band passa in rassegna materiale preso dall'omonimo album (Presentiment, Aquaragia, Tramp, Fare un Fuoco) e dall'EP I Hate My Bonus Tracks facendo lo slalom tra sferzate elettriche e incastri ritmici che ricordano i gamelan indonesiani, per poi tornare a Gibbone eseguendo la title track, già mutata dalla versione incisa, più vivace e raminga, con l'aggiunta di cori tribali e di un Alberto Ferrari incitatore di folle invisibili.

I ritmi scheletrici della batteria si mescolano al basso e al guitar-synth di Viterbini dando vita a un'atmosfera carica di tensione che ricorda i Pink Floyd più cosmici tanto quanto le ricerche etnomusicali di Roberto Musci e Giovanni Venosta. 

Durante una pausa da questa tempesta di suoni abbiamo intervistato Adriano Viterbini, Fabio Rondanini e Marco Fasolo, che ci hanno fornito una mappa per orientarci nel loro mondo, nel quale spontaneità e sperimentazione sono la bussola da seguire, senza temere di andare fuori rotta. 

Come è nato Gibbone?

Adriano Viterbini: Questo EP è stato registrato prima della pandemia, in un momento della nostra vita totalmente diverso da ora. Penso di parlare per tutti dicendo che è un po' il frutto del caso. Siamo persone che amano suonare, non c'era una volontà di far uscire qualcosa, ma soltanto quella di vederci, suonare insieme, sperimentare e divertirci. Quel giorno eravamo tutti a Roma tranne Alberto, che abita a Bergamo. Noi non siamo uno di quei gruppi che va in sala prove con una finalità ben precisa. Ci facciamo suggestionare da ciò che accade e ciò che abbiamo con noi. Il caso ha voluto che per registrare quella volta avessimo un registratore a cassette di fine anni '90, elemento che ci ha suggerito qualcosa, in termini di suono. Noi abbiamo cavalcato quella suggestione. Ricordo perfettamente che appena finita la jam, e di conseguenza il primo lato della cassetta, Marco e Fabio avevano già capito il potenziale di quell'interazione tra noi. Durante la pandemia lo abbiamo riascoltato ed è maturata l'idea di pubblicarlo. Essendo così interessante per noi, forse poteva esserlo anche per qualcun altro.

Qual è la differenza principale tra questo EP e il vostro album di esordio?

Fabio Rondanini: In questo caso abbiamo dilatato spazio e tempo, come mai prima d'ora. Il primo album era un disco molto conciso, un simil-afrobeat in pillole, quando per definizione nell'afrobeat i brani superano molto facilmente i venti minuti. Gibbone è più psichedelico, anche se Yellowblack mantiene l'incisività e l'immediatezza di altri nostri brani.

Qual è il vostro approccio alla scrittura dei brani?

F.R.: Vederci e suonare, semplicemente. Con Marco si crea sempre un meccanismo che ci porta a scegliere un set-up che abbia le sue limitazioni, come il nastro o lo stesso registratore a cassette. Imporsi dei limiti è un grande trampolino per la creatività.

Da sinistra Viterbini, Rondanini, Ferrari, Fasolo - foto promo
Da sinistra Viterbini, Rondanini, Ferrari, Fasolo - foto promo

Come band, che direzione seguite?

F.R.: Non abbiamo fretta, questo è certo. La psichedelia di Gibbone sarà di certo un ingrediente che utilizzeremo nel nostro prossimo disco, ma noi vogliamo anche scrivere canzoni, divertenti e dirette. Non sappiamo bene dove arriveremo, siamo più concentrati sul momento presente.

Marco Fasolo: A noi piace suonare, io credo sia sempre stato così, perciò pensiamo di voler arrivare dove già siamo. Continuare a fare musica non in remoto, vedendoci, sporcandoci le mani e andando contro a questa forma mentis che oggi sta pericolosamente traboccando dal vaso. Con varie scuse si tende sempre di più a suonare separati, ognuno a casa sua. Noi cerchiamo sempre di fare come vogliamo che sia. Fare musica insieme, quando ci vediamo.

Lo stesso Gibbone comunica esattamente questo sentimento. Più che una dichiarazione di dove siete arrivati appare come la fotografia di una tappa del vostro viaggio.

M.F.: È lo stesso discorso di prima, quando facciamo una cosa non ci poniamo un obiettivo, un punto di arrivo, quello che senti rappresenta esattamente dove eravamo in quel momento.

F.R.: Tra noi c'è sempre tensione, urgenza di fare, è giusto accendere la luce sul momento, in questo caso sulla musica che avevamo in testa durante la registrazione di Gibbone.

A.V.: Negli anni '70 Robert Fripp lasciò i King Crimson e anziché suonare per duemila persone cominciò a suonare per duecento, cinquanta persone. Tutto questo per svincolarsi da tutto ciò che il sistema del rock stava creando, i rapporti tra pubblico, artisti, promoter; ma soprattutto l'idea stessa di dover fare qualcosa che debba per forza piacere e avere successo. Perché non prendersi la libertà di poter deludere? Le modalità della classica forma canzone a lungo andare possono creare una gabbia. Invece spesso la musica strumentale dà la possibilità di essere totalmente liberi. Noi siamo tutti persone a cui piace sia la scrittura che la musica strumentale, quindi cerchiamo di unire quelle che sono le nostre personalità. Inoltre, cosa di cui sono molto orgoglioso, ci ispiriamo l'uno con l'altro e questo mi emoziona. 

Rocker d'acqua dolce
Rocker d'acqua dolce

Questo è un periodo in cui nel mainstream si stanno imponendo sempre più sonorità atipiche e non convenzionali. Basti pensare ai Black Midi o per fare un esempio più vicino a noi: IRA di IOSONOUNCANE. A cosa pensate sia dovuta questa nuova apertura?

M.F.: Secondo me la personalità paga sempre, a meno che non fai musica con squittii di topo e aspirapolveri, anche se mai dire mai. Tendenzialmente penso che se si fa quel che vuole e se nasce un'esigenza ineluttabile è naturale che tutto ciò a un certo punto emerga. 

In un momento storico molto particolare, come saranno i vostri nuovi live?

M.F.: Lo stiamo capendo adesso, cosa aggiungere e cosa modificare. Come sarà effettivamente lo capiremo solo là fuori. In passato i nostri concerti erano una festa, durante la quale il pubblico saliva sul palco con noi. Adesso non sarà possibile ma la voglia di comunicare rimane la stessa. Troveremo sicuramente un'altra formula, che non sarà di certo quella di prima, ma cercheremo sempre un dialogo, questo è certo.

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L'articolo Un giorno di ordinaria follia in sala prove con gli I Hate My Village di Martino Petrella è apparso su Rockit.it il 2021-08-27 10:36:00

Tag: live roma rock

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