Grazie per sempre Marco Mathieu, lo spirito dei Negazione continua

Musicista, giornalista, giocatore di calcetto. Sempre con la stessa attitudine. Ecco perché, e come, con poco più di 40 canzoni (e 9 batteristi cambiati) una band hardcore torinese e il suo meraviglioso bassista hanno cambiato la vita a un ragazzo di Ostia. E un po' a tutti noi

Ho da sempre avuto una sorta di attrazione per gli emarginati, i diversi, quelli che di solito vengono considerati poco e nulla, quelli che nella società nessuno degna uno sguardo, se non di dileggio e di disprezzo. È una cosa che mi porto dietro dalle scuole medie. Da quando ho iniziato a contribuire alla mia sordità sentendo a nastro Noi, dei Negazione. Ma andiamo per gradi.

Mi ricordo ancora di quando una prof mi redarguì e cercò per un intero anno di dissuadermi dal vedere un compagno di classe, piuttosto irrequieto, domiciliato con una pittoresca famiglia a pochi passi dalla malfamata piazza Gasparri a Ostia e a un tiro di schioppo dall'ancora più evocativa Coccia di Morto. Additato da mezzo corpo insegnanti come quello che “se continua così finisce male”, la docente in questione alzava l'asticella dell'infausto presagio invitandomi a valutare la credenza secondo cui chi va con lo zoppo impara a zoppicare e che basta una mela marcia per guastare tutto il cesto. Rimasi in silenzio per quasi un quadrimestre, ringraziandola anche per i preziosi consigli, finché un bel giorno, nel bel mezzo dei ricevimenti, le dissi che gli zoppi se mai vanno aiutati e che, a differenza delle mele, io avevo una testa.

Tanto più che Federico non fumava, non beveva ne si drogava ma la sua colpa era quella di condividere la mia passione per la musica e di “spacciarmi” le riviste che i suoi genitori, a differenza dei miei, gli permettevano di comprare nonostante i nostri 12/13 anni. Nel mio agire non c'era traccia di spirito crocerossino, sia perché quello messo peggio a mio parere ero io, sia perché ho imparato fino dalla tenera età che ci si salva da soli ma non c'era nemmeno la voglia di sentirmi superiore o più grande, sia perché ho sempre avuto l'autostima di un paio di Converse - usate - sia perché agli occhi del mondo esterno scambiarsi cassette e leggere Rockerilla era tutto fuorché cool o swag. Tutti termini che nei '90 non si sarebbero nemmeno usati.

Marco Mathieu, primi anni 90 - memorabilia dell'autore del pezzo
Marco Mathieu, primi anni 90 - memorabilia dell'autore del pezzo

La mia era probabilmente sete di conoscenza mista ad amore per la scoperta; volevo, come è giusto a quell'età, conoscere personaggi lontani e mondi diversi ma, in attesa di poter diventare il Bruce Chatwin del litorale, sedavo i miei istinti “etnologici” o meglio “antropologici” con ciò che era a me più vicino. Federico, al massimo, mi dava una mano. Ecco, tra i primi affascinanti animali che conobbi nel mio esplorare, ci furono i Negazione. Ora non starò a raccontarvi fandonie da duro e puro, spacciandomi per ciò che non sono e dicendovi ciò che non è successo perché semplicemente non sarebbe mai potuto succedere. Non aspettatevi gesta di chi, magari a otto anni, li ha visti sul palco de El Paso di Torino nel '87 o, visto che siamo nel periodo giusto, al celebre e strafattissimo concerto del 25 dicembre '89 a Deventer, in Olanda.

Tutto ciò per me è arrivato a posteriori, prima in forma di bootleg su musicassetta e ancora dopo condiviso in rete - oggi esiste un profilo su Bandcamp e lì potete ascoltare tanti live della loro carriera. Il primo incontro con il gruppo hardcore torinese in cui militò anche Neffa come batterista fu a gennaio del 1991, con un'intervista al bassista Marco Mathieu segnalatami dal fido Federico su una rivista in prevalenza metal. Il che, tra esploratori, ce li rese, a fiuto, istintivamente, più simpatici di tutti gli altri gruppi contenuti su quel numero. Non solo. Nelle parole di Marco, allora venticinquenne o giù di lì ma già con una decina d'anni di carriera alle spalle, prima negli Antistato e poi con i Negazione appunto, c'era quello spirito d'osservazione critico a cui non si poteva restare immuni e che lui stesso ormai faticava a tenere a bada (“Forse siamo arrivati a questo punto perché in tutto questo tempo siamo sia cresciuti che maturati o forse perché, al contrario, siamo gli stessi coglioni di una volta”).

Cimelio da Negazione Official Facebook Page
Cimelio da Negazione Official Facebook Page

A seguito di anni vissuti nel piccolo sognando in grande (non vuol dire il grande, capiamoci), con la “positive mental attitude” del “get in the van” e “do it yourself” imparata nei primi anni '80 dai Bad Brains, Black Flag e Minor Threat, Marco parlava con incantato trasporto, raccontando l'America da cui erano di ritorno da un tour di trentacinque date come di “un universo estremamente frammentario e settoriale, con un continuo ricambio generazionale nel pubblico, grande attenzione per gli aspetti economici della musica, come forma di rispetto nei confronti dei sogni di chi la fa, tantissimi gruppi in tour contemporaneamente e, da parte della gente che va ai concerti, un entusiasmo molto più schietto e spontaneo di quello che si può registrare in Europa”.

Consapevole e un po' rattristato dal fatto che la sua Torino non fosse Washington. Per dare l'idea dell'abisso esistente tra l'una e l'altra, del tipo di cooperazione, di reciproco aiuto, di apertura mentale che all'epoca potevi incontrare là ma non dalle nostre parti, ricordava dei concerti con gruppi come Fugazi e Trouble Funk davanti la stessa platea, rabbuiandosi pensando a quanto “cose del genere risulterebbero ancora oggi piuttosto complicate da noi”. Non a caso, sei mesi dopo arrivarono le psicotiche critiche per la partecipazione al Monsters Of Rock di Modena con gli AC/DC come headliner e i Metallica al seguito che, sommate alla stanchezza fisiologica e allo scoramento accumulato negli anni, portarono l'inevitabile fine con lo scioglimento della band.

Tutto mentre l'affezionato vostro era si e no riuscito a vederli in Tv su Video Music. Eppure, fuori da ogni ragionevole dubbio, si può affermare che il sogno di Marco si fosse avverato per almeno due valide ragioni, al netto di qualcosa rimasta nel cassetto (“L'idea di creare un'etichetta”) e delle note ristrettezze economiche e ambientali del underground italiano. La prima, i Negazione ce l'hanno di sicuro fatta, crescendo di disco in disco lungo i quasi dieci anni di attività (“sei album, più di mille concerti e nove batteristi”, come ironizzava Mathieu), dimostrando che un gruppo di casa nostra può permettersi il lusso di lavorare al progresso del genere rock e non solo alla conservazione ad libitum di questa o di quella matrice estera.

E ce l'hanno fatta allestendo in poco più di una quarantina di canzoni una discografia che, per usare uno dei loro titoli più noti e riusciti brucia di vita, di spessore, suonata col sangue e con i denti, sempre al 100%, citando il loro ultimo capitolo che ha saputo anche dire basta, senza mai tornare indietro sui propri passi, in seno a un revivalismo e relativismo “punk” che sapesse di marchetta o di patetica nostalgia.

La seconda, più personale, rimanendo coerente al proprio spirito nel “post”, come scrittore, giornalista sportivo, critico musicale mai autoreferenziale (anche quando scriveva laddove con la sua firma provavano a rifarsi una verginità editoriale), sceneggiatore, documentarista, buddista e (fa piacere ricordarlo con simpatia) appassionato difensore a calcetto e ragazzo copertina per Armando Curcio Editore. In un anno in cui l'Italia sembra stia spingendo sull'acceleratore delle chitarre elettriche, fa pensare come qualcuno senza internet, senza sponsor e senza major alle spalle, suonò in ogni dove al di qua e al di là dell'Atlantico, e ottenne rispetto, totale e imperituro, grazie ai propri meriti sul campo.

Che non vuol dire la lucida e tronfia consapevolezza di farsi selfie menosi da postar sui social, ma avere Lee Dorian dei Napalm Death con la tua maglia addosso in tempi insospettabili, o Dave Grohl (per dirne un altro) dei Nirvana che dice candido di possedere i tuoi dischi per via delle date con i D.O.A. di cui sentiva parlare un gran bene, o Mike Patton (che è comunque Mike Patton) che coverizza un tuo brano con gli ZU.

Ecco, io non ho mai potuto vedere i Negazione dal vivo per palesi limiti di età, e ho incontrato solo un paio di volte Marco e senza mai essere presentati; ma ricordo come fosse ieri quell'intervista di trent'anni fa piena di attitudine e di onestà, dove per la prima volta mi rapportai a un musicista che non mi raccontava tutto un mondo color arcobaleno dove l'ultimo disco e l'ultimo periodo è sempre il migliore nella carriera di chiunque e se ci si sbatte il momento d'oro arriva per tutti - anche se non sei Salmo - ma in compenso si può decidere di mettere autonomamente un punto prima di sputtanare tutto... e rinascere, in un altro modo, altrove (“Da quando ho deciso di smettere, non ho mai avuto rimpianti”, disse più avanti).

Ricordo che mi procurai con fatica una cassetta con dentro appena cinque canzoni a caso dei Negazione (Noi appunto, Tutti Pazzi, Niente, Il Giorno del Sole e Brucia di Vita) e quei pezzi sparati a mille sopra lo 05/ mi folgorarono e mi fecero capire che oltre le parole c'era intatta l'idea di fondo di vedere la musica come riscatto sociale nei quartieri più popolari lassù a Torino come nel mio, a Roma, diventando un po' il comune parco giochi, la scuola d'inglese e di musica (“Si imparava mettendo i foglietti sulle corde per ricordarci le note”, ricordava Marco dei suoi quindici anni), la nostra comunione di sfighe e il nostro motore per uscirne.

Ironia della sorte, Marco Mathieu era caduto in coma, a causa di un incidente stradale nel 2017 causato da un ictus, proprio nella mia Ostia. Creando un ulteriore legame che mi sarei (volentieri) evitato. Lo scorso 24 dicembre, il giorno della vigilia di Natale, se n'è andato definitivamente. C'è chi scrive da ore su Facebook che è stato un bene, perché finalmente ha trovato la pace, chi condivide Lo Spirito Continua, chi tace e basta. Io da tempo pensavo a Marco come solo un ricordo al passato, con la sua bandana, i suoi cappellini dei Corrosion of Conformity e la shirt dei Fishbone, con quell'aria, tenace e puntigliosa, che in certi scatti sembrava quella di tutti noi adolescenti anarchici e idealisti. Fosse anche solo per questo credo che si merita un ultimo grazie. Una prece.

Per dovere di cronaca: Federico si è laureato in ingegneria aerospaziale e attualmente lavora presso la Australian Space Agency di Adelaide.

 

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L'articolo Grazie per sempre Marco Mathieu, lo spirito dei Negazione continua di giorgiomoltisanti è apparso su Rockit.it il 2021-12-27 11:31:00

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