Live Report: Almamegretta in concerto a Grottammare (AP) - Live report, 05/07/2008

22/08/2008 di

(Lucariello dal vivo - Foto da internet)

Gli Almamegretta dal vivo a Grottammare. Il gruppo si fa attendere. Il pubblico inizia a infastidirsi. Salgono sul palco, basta una canzone e l'atmosfera diventa completamente rilassata. Il collettivo migrante propone molti dei brani dell'ultimo "Vulgus" (Sanacore Records) e qualche classico come "Figli di Annibale" o "O bbuono e 'o malamente". Alex Urso racconta.



Sulla spiaggia. Piedi scalzi. I granelli di sabbia, sopravvalutati, infiltrati in ogni piega della pelle come la Digos. Vestiti pochi. Vino molto.

L’inizio è un’attesa più che piacevole. Seduti sulla spiaggia fresca notturna. Cielo stellato. Lumini accesi tra il pubblico che si scalda, e scalda. Tutti a terra, ambiente da salotto socialista. Pezzi di rasta e gonnelline estive.

Qualcuno fischia perché li vorrebbe subito sul palco. In effetti sono in ritardo, ma di gente ce n’è ancora poca, troppo poca, e mi chiedo com’è che funzioni la musica in questo paese, e se è normale che un gruppo per così dire ‘gemellato’ con i Massive Attack debba rosicare sul pubblico ed aspettare un’ora guardando dalle fessure sperando che l’affluenza aumenti un po’. Non è normale, ma amen, quindici anni di attività li avranno allenati abbastanza a comprendere le questioni irrisolte della nostra cultura.

Lucariello apre: “Ma addo’ sta’ ‘a felicità”. Si piazzano e partono. La gente ancora resta tutta seduta sulla sabbia. Penso che a loro piaccia questa situazione, anonimi sul palco e senza folla che sbraita. Tutti a terra, le spalle che si muovono, le braccia che si alzano ogni tanto, e il gruppo che suona perfettamente a suo agio, senza pesi né responsabilità, con in fondo il mare silenzioso.

Qualcuno muove le labbra seguendo le parole delle canzoni. In verità penso che pochi le conoscano. Ma sanno ballare, e il linguaggio universale del reggae in fondo è solo questo e va bene così. E i napoletani dove sono? Grottammare è una colonia napoletana, eppure io di napoletano non ne sento uno, e se è vero che “Napule nun sona chiù comme ’na vota” mi domando se ormai gli Almamegretta non facciano più pubblico a Torino che in terra partenopea. Gli Almamegretta sono italiani e basta. Senza confini, e vaglielo a dire tu a quei coglioni che non vengono al concerto perchè non si capisce un cazzo di quello che dicono.

I pezzi di “Vulgus” hanno la meglio sulla scaletta. E se solo il mercato-musicale-italiano lo permettesse, a concerto finito di corsa metà del pubblico andrebbe a comprare il disco. E invece il mio amico mi dice che se lo scaricherà di corsa, il disco. E lo dice contento. E chi cazzo ha il coraggio di dirgli qualcosa contro?

Il suono è sempre quello. Gli Almamegretta da quindici anni si portano sulle spalle una scena propria, ed i live esplodono in versioni dub storpiate da rumorismi continui e turbamenti psichedelici. La gente ormai è tutta in piedi. Le luci si alternano sulle basi techno. La scenografia non da vita a niente di speciale, ma ad un modesto teatro elettronico, quanto basta per scaldare e far ballare la gente.

Zaira ha una voce metallica e suadente. E si muove come se cantasse a casa sua dopo due birre in compagnia di amici. Disinibita e bella. Come fa anche Marina. Scherzano. Lucariello ride. L’atmosfera è davvero leggera. Niente inibizioni, niente paura. Da cinque anni gli Almamegretta affrontano sfide di vita e di musica, e non è certo un live estivo a mettergli soggezione.

Così tutto si gioca sulla spiaggia, e sul mare, con tutte le metafore che un posto così anonimo può portarsi dentro. Loro lo sanno, i napoletani il mare probabilmente lo conoscono meglio dei pesci, ed accolgono in musica la leggerezza di questo salotto naturale. I joint smorzati. Le bottiglie vuotate capovolte a testa in giù nella sabbia. Loro che entrano ed escono lasciando lo spazio vuoto durante gli strumentali, lunghi respiri elettro-dub continuamente contaminati da interferenze sonore e distorsioni psichedeliche.

Gli ultimi pezzi sono tutti da ballo. “Figli di Annibale” richiama l’atmosfera mediterranea che si portano in corpo. I quartieri spagnoli, le sonorità afroamericane. E poi “O bbuono e 'o malamente” e le rievocazioni dei pezzi passati, giusto per non dimenticare che il collettivo migrante da anni cambia nomi e personalità ma resta sempre tutt’uno con la storia che ha avuto.



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