La Homesleep si racconta

10/06/2003 di



Partiamo innanzitutto da “Everything is ending here”, il titolo. Perché tutto sta finendo qui? A che cosa è dovuta la scelta di questo titolo, se non, appunto, il fatto di citare una delle più belle canzoni dei Pavement?
Effettivamente “Here” è stato per me - e per molte delle persone con cui ho condiviso la mia adolescenza - un vero e proprio inno… mi ricordo che nel momento in cui mi dissero che i Pavement si erano sciolti ho proprio sussurrato tra me e me proprio quel verso… quando ho iniziato a lavorare alla compilation mi è sembrato quindi naturale usare proprio quella frase come titolo… e la cosa buffa è che “Here” è stato anche l’ultimo brano che i Pavement hanno suonato dal vivo.

Che cosa vi ha spinto a voler dedicare una compilation al gruppo di Stephen Malkmus e qual è l’idea fondante dell’intera operazione?
L’idea fondante dell’operazione è stata certamente l’amore per una band che ha influenzato la mia vita in maniera devastante. Da quando per la prima volta ho ascoltato i Pavement la mia vita è cambiata... sono diventato uno dei tanti indie-kidz sparsi per il mondo e la musica ha iniziato a ricoprire un ruolo sempre più importante.

Molto probabilmente senza i Pavement non sarei così, non mi sarei mai interessato di musica in questo modo, non avrei mai fondato una etichetta discografica. Inoltre Pavement e Homesleep, la nostra vita e la loro storia, sono in qualche modo legati: ho conosciuto i Pavement perché Matteo - oggi mio socio - era un loro fan. Ho conosciuto Giacomo - oggi mio socio - il giorno dopo che li ho visti dal vivo per l’ultima volta. Ho saputo del loro scioglimento da Sean - oggi mio socio ma allora praticamente sconosciuto. Non può essere un caso e non credo sia un caso che il primo tributo ai Pavement esca proprio per la Homesleep...

Siete riusciti a riunire attorno a questa compilation tantissime band, unendo in un solo disco italiani come Yuppie Flu, Perturbazione, Julie’s Haircut, Micevice e importanti nomi stranieri quali Bardo Pond, Tindersticks, Fuck (solo per citarne alcuni). È stato difficile?
Il fatto di mettere insieme band italiane e straniere non mi sembra una cosa straordinaria. Per me, per noi di Homesleep, la musica non ha nazionalità, la musica non è italiana o inglese… se una cosa ci piace, ci piace e basta al di là della nazionalità. Da questo punto di vista credo che la nostra storia parli chiaro: lavoriamo da sempre sia con gruppi stranieri che italiani, quindi sono molto felice di avere il contributo di formazioni italiani come Perturbazione, Yuppie Flu, Tiger Wood, Micevice e Julies
Per quanto riguarda il lavoro in sé, è stato davvero molto faticoso. Alla fine ci sono 36 gruppi, ma in realtà quelli con cui siamo stati in contatto sono più di 70: da quelli che molto gentilmente hanno declinato l’invito, a quelli che prima ci hanno detto di sì in maniera entusiastica ma che poi sono scomparsi, da chi non si è nemmeno degnato di risponderci a quelli che si sono proposti... coordinare il tutto è stato davvero difficilissimo. Band che mi confermavano un pezzo, mai poi ne hanno mandato un’altro, pacchi postali persi, le tre versioni di “Here”, l’incontro con Spiral a Milano, gruppi che si sono sciolti mentre registravano. Il 31 maggio, giorno della prima dead-line, avevo non più di 5 pezzi... addirittura quello dei Quickspace è arrivato il giorno della masterizzazione e via e-mail! Un delirio!

L’unico pezzo originale della compilation, “This is a Souvenir” degli Spearmint, risulta quasi un manifesto di apertura, una danza di inizio di una compilation che - si può intendere - vorrebbe risultare come una sorta di cartolina, un souvenir appunto, di una delle realtà più belle degli anni novanta. Avete chiesto voi al gruppo di dedicare loro una canzone o è stata una scelta ‘casuale’?
Gli Spearmint non sono nuovi a pezzi del genere: in passato hanno dedicato brani ai Flaming Lips ed alla scena musicale scozzese… sono stati uno dei primi gruppi che abbiamo contattato e subito ci hanno proposto un brano inedito per i Pavement. La loro canzone mi piace un casino e il testo credo sia straordinario perché rappresenta alla perfezione, nella sua semplicità, il sentimento che molti di noi hanno per i Pavement. Anche il titolo mi pare molto azzeccato, al punto che sono stato anche tentato di metterlo come titolo del tributo, perché secondo me è vero che questo album può essere in qualche modo considerato un souvenir di un periodo che, purtroppo, non c’è più…

Qual è stato il criterio, se criterio c’è stato, nell’affidamento dei pezzi alle band?
Ogni band ha deciso autonomamente il brano da registrare. Abbiamo cercato in ogni modo di evitare doppioni chiedendo di scartare tracce già scelte da altri, ma purtroppo non ci siamo riusciti del tutto.

L’occasione di questo colloquio virtuale è buona per parlare anche di voi, del microcosmo Homesleep in espansione e dei vostri progetti. Per chi ancora non vi conoscesse, ti andrebbe di spiegare in qualche riga che cos’è Homesleep?
Homesleep è un’etichetta discografica indipendente che nasce nel 1999, quando decidiamo di mettere insieme Homeaudioworks e Sleepin’ Corporate. L’idea era quella di unire le forze e le poche esperienze che avevamo per cercare di creare una etichetta capace di proporsi come punto di riferimento della scena indie in Italia. Inoltre, avevamo l’ambizione di lavorare il più possibile all’estero. Il processo di creazione di Homesleep si è poi concluso lo scorso maggio, quando ci siamo uniti con un’altra etichetta, la Kittykitty records. Il risultato sono quattro soci (io, Matteo, Giacomo e Sean) e due uffici, uno a Bologna ed uno a Londra. Lavoriamo con una decina di gruppi e, al momento, siamo distribuiti in 16 paesi.

Un processo evolutivo certamente invidiabile, e perciò mi viene da chiedere se questa varietà di ambientazione musicale dei gruppi presenti nella compilation rispecchia in un certo senso la varietà del roster Homesleep (che passa dai Giardini di Mirò ai Micevice, senza dimenticare i Julie’s Haircut). In base a che cosa scegliete le vostre band?
Fondamentalmente scegliamo un gruppo se: ci piace, abbiamo la possibilità di lavorarci al meglio, niente di più e niente di meno.

Quanta importanza ha la lingua del cantato nella vostra scelta? È un dato di fatto che prediligiate l’inglese... come mai?
La lingua ha meno importanza di quanto possa sembrare... tanto è vero che tra qualche mese uscirà il primo disco di Homesleep in italiano, ovvero quello degli El Muniria di Emidio Clementi. Comunque è vero che il 99% dei nostri gruppi canta in inglese, e la cosa non è del tutto casuale, perché tutti noi di Homesleep siamo cresciuti ascoltando molta più musica americana ed inglese che italiana; quindi è davvero molto più facile per noi entrare in sintonia con formazioni che cantano in inglese piuttosto che in italiano, ma non escludo a priori la possibilità di fare uscire in futuro altri progetti cantati in italiano... ma anche in francese, tedesco, spagnolo, svedese... perché come dicevo prima, per noi se una cosa è bella è bella, al di là della nazionalità, al di là della lingua...

Siete forse l’etichetta italiana più europea. Quali sono stati secondo te i fattori che più vi hanno permesso di acquistare una buona visibilità anche all’estero?
Come ti dicevo poco fa abbiamo sempre pensato ad Homesleep come ad una etichetta che doveva esportare band italiane e lavorare con gruppi stranieri. Quindi fin dall’inizio abbiamo lavorato molto sodo per acquistare una certa visibilità anche al di fuori dei nostri confini. Di certo abbiamo avuto anche la fortuna di avere nel nostro roster un gruppo italiano (gli Yuppie Flu) che nel suo piccolo aveva già un certo seguito all’estero, Inoltre, molto importante è stato il fatto di lavorare con gruppi stranieri, attraverso compilation ed album. Così come, ultimamente, ci ha aiutati il fatto di avere Sean dentro Homesleep, e quindi un importante una base operativa a Londra. Stranamente ci ha aiutato anche il fatto di essere italiani, perché in qualche modo siamo visti come ‘esotici’, e per questo affascinanti, nel magico mondo dell’indie-rock europeo.

Vi sentite più italiani o più europei? Non valgono le risposte della serie “ci sentiamo italianamente europei”…
Mah, dipende dai punti di vista… anche perché non credo che un discorso escluda l’altro. In teoria dovrei dire europei, se non altro perché non tutti i miei soci sono italiani (uno è appunto inglese) e perché cerchiamo di avere una visione del mercato della nostra etichetta quantomeno europea. Ma la componente italiana è davvero troppo forte per poterla snobbare; infatti, siamo appena tornati da Londra dove abbiamo avuto una serata Homesleep all’ICA in occasione del festival "Labelled". La serata sul Times era presentata come “a night with the coolest italian indie label”… perché, sì, siamo italiani e come direbbe il Totocotugno nazionale, ne siamo fieri!

Hai fondato ‘Flirt’, un web magazine il cui motto è “the snob way to indie culture”. Che significato dai alle parole ‘snob’ e alla parola ‘indie’?
Lo snobismo di cui parliamo noi, ironicamente, è un sentimento sano, che hanno tutti quelli che come noi sono appassionatissimi di musica, passano ore nei negozi di dischi, comprano un sacco di 7” e di vinili in genere. Lo snobismo di cui ti parlo è un “io sono meglio di te perché ho anche il primo singolo di quel gruppo strasconosciuto olandese di cui mi parlavi poco fa e posso anche dirti che è uno dei gruppi preferiti di Jason Lytle”. Cose del genere, follie divertenti.

Per indie intendo indipendenza nel senso più ampio del termine: fare ciò che si vuole, come si vuole, quando si vuole. Ma intendo anche una visione della vita: una sorta di sottocultura globale che si è sviluppata negli ultimi 15 anni e che unisce persone differenti per origini, nazionalità, istruzione. Persone che pur vivendo a migliaia e migliaia di chilometri di distanza ascoltano la stessa musica, leggono gli stessi libri, amano gli stessi registi o scrittori e via dicendo…

Il concetto è molto chiaro. Come ben saprai, però, più volte vi hanno accusato di snobismo e di esterofilia, ed in qualche caso, forse per ironia forse per disperazione, verrebbe da rispondere “sì, siamo snob ed esterofili”. Riesci a darti una spiegazione di tutto questo? Credi che ci sia qualche vostro atteggiamento che porti qualcuno a criticarvi in questa maniera o credi ci sia altro?
Mah… atteggiamento… non so, non credo che nessuno di noi si atteggi in modo particolare. E devo essere sincero nel dirti che non abbiamo mai ricevuto molte critiche in questo senso, almeno direttamente (ecco, appunto…, ndr). Noi siamo 4 persone - con una età media che supera i 30, nonostante i miei 26 - che gestiscono un’azienda privata, che hanno scelto di provare a campare facendo quello che più gli piace - in questo caso produrre musica. Tutti i giorni combattiamo con distributori e fornitori, facciamo le capriole per far quadrare i conti e arriviamo con moltissime difficoltà alla fine del mese (tranne me, tutti gli altri homesleeperz fanno anche altri lavori). Cerchiamo di mantenere una coerenza di fondo, non siamo mai scesi a nessun compromesso artistico (pur avendone avuto la possibilità…) e facciamo di tutto per promuovere nel modo più efficace possibile i nostri gruppi (non sempre, ahimè, con risultati esaltanti). Non siamo mai stati degli ‘intrallazzoni’ né dei p.r., e ci siamo sempre mossi nella massima discrezione, rispettando il lavoro degli altri. Siamo sempre stati disponibili con tutti e questo è quello che facciamo dalla mattina alla sera. Se qualcuno ci vede qualche atteggiamento strano io, davvero, non so che farci…
Per quanto riguarda la presunta esterofilia: abbiamo sempre fatto uscire gruppi italiani, ed abbiamo lavorato e lavoriamo per far parlare dei nostri gruppi italiani in tutto il resto d’Europa… band come Midwest, Yuppie Flu o G.D.M. sono stati recensiti ovunque in Uk e nel resto del nostro continente, persino in alcuni quotidiani stranieri. Lo stesso, ne sono certo, accadrà per i Julie’s Haircut. A dire il vero mi sembra che Homesleep sia tutto il contrario che esterofila… anzi, credo che Homesleep, nel suo piccolo, sta rappresentando l’Italia all’estero…

Cosa pensi dell’Italia ‘indie’? Parlo dell’Italia che dice di esser provinciale, quella che si rinfaccia l’una all’altra termini quali ‘campanilista’, ‘snob’ o ‘commerciale’ oppure quell’Italia che quando vede un artista sotterraneo in televisione grida allo scandalo e al complotto... ma anche l’Italia che organizza i festival, che fonda le etichette, che scrive di musica e tutto ciò senza nemmeno prendere uno spicciolo di euro. L’Italia ‘indie’ delle contraddizioni, insomma. Ecco, che cosa pensi del nostro paese? Siamo migliorati rispetto al passato? E che cosa ci manca per diventare veramente ‘grandi’?
Le riflessioni da fare per una domanda come questa sono così tante da scriverci un libro… Credo che il problema di fondo sia legato al fatto che davvero non gira nemmeno una lira. E questo alla lunga è fonte di frustrazione, perché con la passione e la fama non si paga il pane dal fornaio. Questo però dovrebbe comportare una specie di solidarietà, del tipo: “In fondo siamo tutti nella stessa merda, magari se ne viene fuori uno ne veniamo fuori tutti”. Invece no, noi italiani non siamo così e la cosa mi è stata spiegata benissimo qualche anno fa da un mio professore di università che, per spiegarmi la differenza tra italiani e spagnoli, mi disse una cosa tipo: “In Italia noi diciamo: ‘Mal comune mezzo gaudio’, mentre in Spagna dicono ‘Mal comune mezzo gaudio è la gioia degli stolti’”. Ecco, da noi molte persone preferiscono che si affondi tutti insieme, che non ce la faccia nessuno, che si resti tutti nella merda…
Non so cosa ci manca per diventare grandi, ma so che questa situazione piena di invidie, rivalità, una guerra tra poveri un po’ mi spaventa. Comunque la situazione è di certo migliorata, soprattutto se penso alla situazione di 4-5 anni fa,. Per lo meno oggi ci sono valide etichette con sempre maggiore visibilità, ci sono un sacco di promoter che lavorano con passione, ci sono sempre più festival che danno spazio ai gruppi indie… ma a mio avviso la strada da fare è ancora lunga…

Quanto è difficile gestire Homesleep? Ma, soprattutto, ci si pareggia o ci si perde?
Al momento ci si pareggia… personalmente arrivo con moltissime difficoltà alla fine del mese e diventa sempre più difficile constatare che a tanto lavoro non corrisponde uno stipendio per lo meno dignitoso. Ma allo stesso tempo con il passare del tempo aumentano le soddisfazioni perché giornali importanti in tutto il mondo parlano di te, perché dj radiofonici di tutto il mondo passano i tuoi pezzi, perché i tuoi gruppi vengono invitati in festival all’estero, etc… Quindi non mi lamento, anche perché so perfettamente che comunque vada a finire questo periodo, allo stesso momento difficile ed esaltante, rimarrà il più significativo della mia vita.

Quante persone lavorano assieme a te?
In tutto siamo in quattro: Daniele, Matteo, Giacomo e Sean.

Lavorando a contatto con l’estero, potrai probabilmente fare un paragone fra la nostra realtà e quella degli altri. Quali sono le differenze, se ci sono, a livello di spazi, stampa e fermento discografico?
Non è facile rispondere a questa domanda, perché le differenze sono tantissime. Come ti dicevo prima… noi abbiamo avuto recensioni di nostri dischi su quotidiani stranieri. La BBC, John Peel in testa, ha trasmesso più di una volta i nostri dischi. In questi casi si dice che da noi manca la cultura, mentre credo che invece da noi manchi il coraggio. Il coraggio di puntare - e parlo di tutti gli addetti ai lavori, stampa e radio in testa - in maniera decisa su questa nuova scena italiana. Prima, giustamente, parlavi dell’Italia delle contraddizioni, e il nostro è un paese molto strano. Penso davvero che in Italia ci siano alcune band di altissimo livello, tipo almeno 6-7 gruppi in grado di fare un figurone ovunque. Ma per fare una scena ci vuole una stampa compatta che decida di puntare su quella scena, così come hanno fatto in Francia o Germania… i gruppi prima di esplodere ‘fuori’ se li sono coltivati in casa (i Notwist sono andati in classifica con "Chemicals"!). Da noi decidono di parlare di te solo dopo che se ne sono accorti all’estero… c’è qualcosa che non va…

Ora ti chiederei una carrellata di risposte veloci a domande brevissime, a cominciare dall’indicarmi tre etichette straniere
DRAG CITY perché per me rappresenta l’etichetta indie per definizione; THRILL JOCKEY, forse la migliore etichetta americana del momento; K RECORDS: bastano due parole per capire questa mia scelta: la prima è Calvin, la seconda è Johnson.

tre etichette italiane
IRMA perché è l’etichetta italiana più amata, rispettata ed imitata nel mondo, perché ci lavorano persone davvero in gamba e perché sono sempre pieni di ottimi consigli per dei novellini come noi…; GAMMAPOP perché ha prodotto alcuni dei migliori dischi italiani usciti negli ultimi anni e perché è gestita da Filippo Perfido che è una delle persone migliori nell’ambito musicale italiano; SHADO perché è una etichetta che sa cosa significa la parola ‘stile’.

tre artisti stranieri che vorresti assolutamente nel vostro roster
SILVER JEWS perché per me David Barman è uno dei più grandi songwriter e poeti americani di tutti i tempi; YOLATENGO perché li adoro da sempre e perché il loro ultimo album, “Summer Sun”, è una delle cose migliori che io abbia mai ascoltato, un disco che mi ha davvero riconciliato con la musica in un periodo in cui pensavo di averne abbastanza…; GRANDADDY perché sono la più grande band indie di tutti i tempi.

tre dischi del vostro catalogo che assolutamente consigli
“Days before the day” (Yuppie Flu): con loro non riesco ad essere obiettivo, perché gli Yuppies sono 5 fratelli con cui sono cresciuto. Ma credo che raramente ho ascoltato dischi di questa bellezza. “Days...” è un disco perfetto, per me già un classico dell’indie-rock;
“Rise and fall of academic drifting” (Giardini Di Mirò): prima di tutto perché è un disco che non mi annoio mai di ascoltare - e ti assicuro che l’ho messo sullo stereo più di ogni altra persona al mondo. Poi, perché grazie a questo disco, ed ai risultati che ha ottenuto, abbiamo capito che lavorando in un certo modo, forse, ce la potevamo fare…
"Everything is ending here" (Autori Vari): perché non ho mai suonato nessuno strumento né ho mai pensato di cantare o cose del genere, ma questo è come se fosse il mio disco! Ci ho lavorato così tanto che non posso non essere legato in maniera profonda a questa compilation. E poi dentro ci sono 36 brani… qualcosa deve piacere per forza!

Siamo quasi giunti alla fine di questa spero interessante chiacchierata, e alla fine si parla sempre del futuro. Che cosa avete in mente per i tempi che verranno? Che acque si muovono e si muoveranno (ed in quale direzione) nel futuro Homesleep?
Ora sono appena usciti i nuovi dischi di G.D.M., Trumans Water e l’ep dei Julie’s Haircut, quindi fino alla fine dell’estate ci daremo una calmata, lavorando nel miglior modo possibile su queste release e facendo uscire solo un singolo degli Yuppie Flu, oltre che i singoli del nostro singles-club (Fuck, Black Heart Procession + Trumans Water + Soul Junk, Sodastream, Califone + oRSo…). In autunno usciranno i nuovi albums di Fuck, Julie’s Haircut e forse degli Oranger. Prima della fine dell’anno ci saranno un nuovo ep degli Yuppie Flu e, spero, l’album degli Empire Of Sponge, insieme al 4° volume di "Homesleephome". L’anno nuovo verrà aperto dal al primo disco in italiano di quegli esterofili di Homesleep, ovvero ggli El Muniria di Emidio Clementi; poi sarà il turno di Meets Guitar, ma non escludo altre uscite oltre a queste. Quello che abbiamo in mente è continuare la strada intrapresa fino ad ora, cioè continuare a lavorare con la musica che amiamo cercando di raggiungere il numero più ampio possibile di persone in tutto il mondo…

Direi che in quanto ad impegno ed idee, siate veramente una fucina instancabile! Ora, se vuoi lasciare un messaggio, se vuoi scrivere qualcosa, se vuoi fare una dichiarazione, se vuoi dire l’ora questo è uno spazio libero.
Dico solo che mi è sembrato di vedere TARANA. Chi vuole intendere intenda!



La pubblicazione di “Everything is ending here” - la prima compilation tributo ai Pavement della storia - è l’occasione giusta per porre qualche domanda a Daniele Rumori, uno degli storici fondatori di Homesleep, il quale, partendo dal disco in questione, ci parla dell’oggi, di ieri e del domani di quella che si può a tutti gli effetti definire una rara realtà italiana.

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