“Indipendenza, coproduzione, amore per quel che facciamo”: dietro il fenomeno Tony Pitony

Parla per la prima volta Luca Di Trapani, dal giorno zero al fianco dell’amico (che conosce dall’asilo). Dai live sgangherati a Siracusa agli anni senza un euro, fino a Sanremo, le polemiche e gli I-Days. Il dietro le quinte di un exploit unico

Luca e Tony - foto per concessione di Luca Di Trapani
Luca e Tony - foto per concessione di Luca Di Trapani
25/03/2026 - 14:58 Scritto da Dario Falcini

Sul finire della scorsa estate ci arriva una proposta: “Dobbiamo assolutamente intervistare Tony Pitony”. Ne avevamo sentito parlare, certo. Avevamo ascoltato qualche pezzo del suo primo vero disco, omonimo, uscito a fine aprile 2025, e che proprio in queste ore è diventato Disco d’Oro per la FIMI (pazzesco, no?!). E poi avevamo ricevutovarie recensioni entusiastiche dei suoi live. Le più entusiastiche di tutti, però, erano quelle dei promoter di piccoli festival e club, che lo avevano visto fare un sold out immediato e inaspettato. 

Parliamo di numeriche basse o molto basse, ma quando la gente si muove senza la grancassa dei media o dei profili social da milioni di follower, è bene che le orecchie stiano su dritte. E così abbiamo risposto: “Certo, procedi pure con l’intervista”. Nel pezzo, la prima intervista – crediamo – di Tony a un media di rilevanza nazionale, veniva fuori un personaggio molto consapevole e molto interessante, con una visione chiarissima di chi fosse e dove volesse arrivare con quel progetto. Ancora oggi quel pezzo è citato e linkato quando si cerca – e ci hanno provato tutti (dai giornalisti musicali ai filosofie i linguisti) – di analizzare il “fenomeno Tony Pitony”.

La condivisione social di quel contenuto ci aveva reso ancora più evidente che fosse successo qualcosa di inedito. Sotto al post sono arrivati decine e poi centinaia di commenti, qualche sparuta critica (peccato per i testi), tanti fan sfegatati, qualcuno che ci accusava di essere arrivati tardi anche se eravamo – nel nostro campionato – i primi. Polarizzazione e creazione di una community coesa e molto motivativa: non serve aver fatto lo Iulm per capire che tutto era apparecchiato per il salto.

Solo che nessuno poteva immaginare sarebbe stato triplo, quadruplo, carpiato, pazzesco, mortale. Che il Bellezza andasse sold out in cinque minuti. Allora organizziamo un’altra data in Santeria, poi due. Tutte sold out. Raga, si va alFabrique (in una serata magica coprodotta con MI AMI Festival). Peccato per chi rimane fuori. E poi Sanremo, gli articoli di giornale, Fiorello, i podcast, tutto.

Al di là delle considerazioni artistiche, rimangono dei dati che rendono straordinariamente interessante, paradigmatica quest’ascesa. Il fatto che sia stata improvvisa, impetuosa, ma dopo una “gavetta” niente affatto breve. Il fatto che sia avvenuta realmente dal basso, che sia partita da una zona moolto periferica del Paese. L’industria qua non ha piantato un bel niente. E poi, su tutte le altre considerazioni, il fatto che Tony Pitony sia a oggi ancora indipendente, con un nucleo di lavoro che è lo stesso dal giorno uno, seppur il team non smetta come inevitabile di crescere. Possiamo solo immaginare quanti no, e a quali cifre, abbia detto in questi mesi. Enulla fa pensare per il momento che non abbia ragione lui.

Di tutto questo vogliamo parlare con la persona che gli sta a fianco da sempre, e che lo stesso Tony cita in un sacco di interviste. Si chiama Luca Di Trapani, è il “general manager di Tony Pitony”. Non aveva mai parlato in un’intervista finora. Eppure aveva un sacco di cose da dire. 

Luca Di Trapani
Luca Di Trapani

Dove ti trovi in questo momento?

In questo momento sono a Roma. La base è qui al momento. Ma gli ultimi cinque anni della mia vita li avevo passati ad Anversa, in Belgio. Lavoravo in ambito industriale. Ho fatto un percorso che mi ha portato a diventare responsabile europeo degli appalti relativi a coibentazione e ponteggi di un grosso gruppo in ambito metalmeccanico. Gestivo diversi cantieri in Europa e avevo sotto di me settanta, ottanta operai. Ero sempre in giro, come d’altronde lo sono adesso, ma per altri motivi.

Quando sei tornato in Italia?

Quando il progetto Tony Pitony è definitivamente esploso e non si poteva più gestire part time e da remoto. A quel punto ho fatto una scelta di vita, d’altra parte erano anni che lavoravamo per arrivare qua e non aveva senso non buttarsi in quest’impresa per cui abbiamo tanto faticato. 

Come vi siete strutturati?

Abbiamo creato un’azienda, la TOSC S.R.L. che gestisce tutta l’attività connessa con Tony Pitony. Dunque produce live e si occupa di produzione discografica – e magari in futuro anche produzione cinematografica, chissà – cura il management dell’artista e il booking, gestisce le ADV e i social, realizza videoclip musicali. Io sono amministratore e direttore generale. Siamo al momento arrivati ad avere 27 persone, e contiamo di crescere ancora. 

Anche nel numero degli artisti. 

L’obiettivo era costruire una struttura solida, delle basi che ci permettessero di crescere nel tempo e rimanere indipendenti. A questo punto possiamo pensare alle prossime fasi. Per questo ho creato una struttura interna con delle persone che stanno iniziando a fare scouting. Stiamo iniziando a pensare all’ingresso di nuovi artisti nella nostra etichetta. È un lavoro che procede in parallelo a quello, enorme, con Tony, su cui dobbiamo essere concentrati al 100%.

Come sceglierete il roster?

Secondo il nostro gusto e il fatto che rispettino la nostra visione, possiamo anche direi i nostri ideali. Ci deve piacere quello che fanno e gli deve piacere quello che facciamo noi. Se poi piace anche al pubblico, meglio. Di certo non puntiamo alla quantità, ma alla qualità. Penso che potremo inserire al massimo due o tre artisti all’anno, anche perché li vogliamo lavorare a 360 gradi come facciamo con Tony: management, produzione, tour, comunicazione, social, merch. Tutto.

Chi "comanderà"?

Io e Tony siamo alla direzione di tutto. Lui ha la direzione artistica, io quella generale, com’è sempre stato. Ciò che riguarda arte, palco e discografia, è gestito da lui. Quello che riguarda l’organizzazione sta in capo a me. I sì e i no li dò io, perché la responsabilità ultima è mia. Questo è sempre stato molto chiaro sin dall’inizio.

Luca Di Trapani
Luca Di Trapani

Voi due quando e come vi siete conosciuti?

Io e Tony siamo cresciuti insieme, siamo come fratelli. Ci conosciamo da prima dell’asilo. Abbiamo studiato insieme, fatto sport insieme, giocavamo a tennis (ero più forte io) assieme e abbiamo iniziato a studiare musica assieme. Io nasco trombettista. L’ho seguito passo passo, c’ero dall’inizio. 

Come nasce il progetto Tony Pitony?

Dopo il Covid, quindi tra il 2021 e il 2022, lui rientrò in Italia dopo un periodo di studio di musica e arti performative in Uk. Per mantenersi iniziò a fare il commerciante di canapa legale. Io in quel momento ero ad Anversa e sapevo della sua volontà di non mollare con la musica. La gente non capiva quello che lui voleva comunicare e questa cosa mi faceva arrabbiare. Io vedevo il valore della sua arte e vedevo che non gli veniva dato il giusto spazio. A quel punto mi sono detto che dovevamo fare di tutto per trovare quello spazio. Così abbiamo iniziato.

E cosa vi siete messi a fare?

Io ho iniziato a parlare con tutti quelli che potevano ospitarci. Stiamo parlando di Siracusa e dintorni. Stop. Andavo dai locali e dicevo: “Facciamo un live: organizzo io, produco io, vendo io i biglietti”. Non prendevamo cachet, ma spartivamo quello che rimaneva in cassa, quasi mai più di 300 euro. In realtà quei soldi non li ho mai presi io, né dati a Tony. Per tre o quattro anni non ha visto un euro. Li abbiamo sempre reinvestiti nella band, nei tecnici, nelle persone che ci davano una mano a vario titolo. 

E facevi avanti e indietro da Anversa?

Sì, tutt’ora quando tengo a una cosa devo esserci di persona. Tantissimo. I voli mi costavano 300 euro, 500 o 800 euro: non mi interessava. Perché credevo nel progetto e perché lui è mio fratello.

Ricordi il primo palco?

Il primo palco di Tony Pitony l’ho costruito io con assi, chiodi e martello. A Punta Milocca, a Siracusa. Non avevamo nulla. È un posto pubblico, quello. Lo gestisce Martina, tra le prime ad aver creduto in noi. 

Che ambizioni avevate allora?

So che sembrerà assurdo o presuntuoso, ma anche in quei momenti io ho sempre creduto che Tony potesse diventare qualcosa di grande. Dicevo cose che oggi sembrano folli, tipo che lo avrei portato all’Arena di Verona o che lo avrei fatto volare sul palco. Sono successe, o succederanno.

Quando e come cambiano le cose?

Per un lungo periodo siamo rimasti confinati alla nostra provincia. La gente che ci vedeva dal vivo era entusiasta, ma non arrivavano chiamate da fuori né sui social la situazione dava segnali di una crescita sensibile. A un certo punto ho avuto un’intuizione: cercare di unire questi due aspetti in maniera organica. Fare venire la gente a sentirci e fare tirare fuori loro il telefono. Serviva qualcosa di inaspettato. Allora ho detto: “A ogni live Tony deve fare un ingresso diverso”. E così abbiamo iniziato a inventare storie, a cercare di stupire. 

E cosa vi siete inventati?

Abbiamo inscenato Harry Potter, i Ghostbusters, il wrestling, Maradona a Napoli. Funzionava. E man mano il passaparola si è fatto più intenso, sono arrivati i primi contatti fuori dalla provincia e poi dalla Sicilia. Con qualche piccolo accorgimento, ma senza stravolgere la nostra impostazione. Tony ha sempre performato così e ha sempre comunicato così. Non ha mai cambiato nulla. Ha sempre detto: “Io sono questo: se ti piace bene, se no fa nulla”. Questa cosa mi ha sempre fatto impazzire di lui.

Il team
Il team

Tutto cambia nell’estate 2025. Le date aumentano. Arrivano i primi media (anzi, no, arriva Rockit e poi tutti gli altri), sui social c’è un fanbase magari non gigantesca, ma compattissima.

La crescita c’era stata anche prima, ma lenta. Finalmente subisce un’accelerata, grazie soprattutto al passaparola costante e a un paio di date che alzano l’asticella. Grazie al consiglio del nostro carissimo amico Marco Castello – ha preso il telefono in mano e ha detto “questo è un fenomeno, dovete chiamarlo” –, suoniamo in due festival siciliani, il Light Blue Festival e il Mosaico Festival. All’inizio erano tutti un po’ scettici, poi tutti entusiasti. 

Le date cominciano ad aumentare. E i cachet?

Quelli rimangono bassissimi, quando ci sono. All’Entroterraneo a Genova e in un sacco di altre date siamo partiti solo io e Tony, senza band, perché non c’era budget. Suoniamo a Ul Caminett, alle porte di Milano, in full band e con Favij sul palco. Ed è bellissimo. In quel momento io e Tony prendevamo ancora i soldi di tasca nostra per pagare la band, gente che per seguirci perdeva una giornata di lavoro, una serata, un pub, un piano bar. È andata così per quattro anni. 

Siamo all’autunno.

La grande svolta è Bari, 1300 persone solo per noi. Tony infatti non ha mai voluto aperture: per noi è fondamentale sapere che la gente è lì per noi. Arriva il Bellezza, a Milano. A quel punto in tanti si accorgono che sta succedendo qualcosa, e il progetto subisce un boost clamoroso dai media e sui social.

Voi avete capito cosa ha attecchito nella gente?

In un primo momento, come normale, la gente vede e sente semplicemente ciò che vede e sente. Poi a volte scatta qualcosa, spesso scaturita da una risata. Il personaggio non viene solo visto e sentito per quel che appare, ma viene ascoltato davvero. Allora capita che la gente si riveda nel personaggio. Che pensi “in fondo tutti siamo Tony”. Quando la gente ha iniziato ad assorbire questo, con il passaparola, uno spettatore portava l’altro. E chi c’era restava, e resta tuttora. Anche se diciamo le parolacce. 

Ecco, appunto le critiche tipo “peccato per i testi” come le avete vissute?

Cinque anni fa succedeva solo quello. Tutti i pochi che ci ascoltavano dicevano: “canta bene, ma perché le parolacce”? Col tempo ci siamo abituati, e si è abituato pure il pubblico. Ho detto a Tony: “Quelle critiche torneranno quando saremo cresciuti”. Quel momento è arrivato, ed è un’ottima notizia. È il momento in cui dimostrare chi sei. A Sanremo, e non solo lì, lo abbiamo fatto. 

Per settimane Tony Pitony è stato ovunque, trending topic assoluto. Non accuso nessuno, lo abbiamo fatto anche noi. Non vi ha mai dato fastidio?

No, a patto che non si dicano cose non vere e che non diventi overdose.

L’idea di partecipare a X Factor come nasce?

Eravamo a Siracusa, c’era un amico che continuava a insistere che uno come lui a X Factor avrebbe fatto un figurone. Tony non voleva assolutamente. Non l’avesse mai detto: il nostro amico lo iscrive, io gli pago il biglietto per Milano. A quel punto non può più tirarsi indietro: va e fa quello che fa.

Siamo arrivati a Sanremo. 

Qualche mese fa arriva la chiamata di Andrea, il manager di Ditonellapiaga. Tony ancora una volta non voleva. Io gli ho detto: “invece vai e vinci”. Un secondo dopo ho pensato: “faremo Tony Bennett e Lady Gaga”.

Torniamo ai live, l’aspetto che ci interessa di più, per quel che siete stati in grado di creare e movimentare in questi mesi. A chi vi siete affidati?

Una delle date del club tour era al Cage di Livorno. Il proprietario, Toto (Barbato, ndr), non sapeva chi fosse Tony, ma in tanti gli hanno detto che doveva farlo assolutamente. Avevano ragione: due date sold out in pochi istanti. Abbiamo cominciato a parlare, senza esserci ancora beccati, e ci siamo trovati subito in sintonia. E così gli ho fatto una proposta: “ti voglio nel team, anche dopo la data a Livorno”. Lui ha detto che non faceva più tour da un sacco. E ha scelto di tornare in tour con noi! Inoltre mi ha affidato a Cecilia, sua collaboratrice, che è una figura chiave della nostra produzione. Senza di lei non mi muovo. 

Che formula usate?

La formula è semplice, noi siamo la casa madre. XLR, la società di Toto, ci affianca nella produzione. Molto spesso cerchiamo dei partner sul territorio per dividere costi e incassi, in regime di coproduzione. È una formula che ci sta a cuore, che ci fa conoscere tanta gente e fa lavorare i promoter di tutta Italia. 

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È quello che è successo al Fabrique, tra gli altri con MI AMI. Quella data è stata un punto di svolta importante per voi, la dimostrazione plastica che si poteva fare qualcosa di grande. 

Esatto, il Fabrique sold out in 14 ore. Ma ci rendiamo conto? E poi Tony ha anche volato… Quella data mi ha dato coscienza della nostra dimensione e della professionalità del mio team. Siamo coesi ma non chiusi in noi stessi: per noi è un piacere avere a che fare con persone e organizzazioni serie e appassionate, che conoscono bene il mercato del live e il territorio. Con la coproduzione tutti sono felici e tutti si divertono, tutti possono mettere a disposizione una conoscenza e, non da ultimo, tutti hanno un’entrata. In perdita non ci va nessuno. Noi lavoriamo sempre così, vale per i festival boutique e per i maxi eventi. Varia la capienza, ma formula è rodata e finora tutti sono rimasti soddisfatti. E poi così evitiamo i thread mail con 54 persone…

Siete i primi “italiani indipendenti” agli I-Days.

Dopo tutti questi mesi, che proseguiranno con un sacco di date estive, avevo intenzione di creare un evento finale, prima di regalare a Tony dei mesi di tregua, di sonno, di tranquillità. Live Nation ci ha contattato e ci ha proposto di lavorare assieme, rispettando la nostra indipendenza e le nostre modalità produttive. Nessuno compra nessuno, si collabora. Mi sono già venute in mente due o tre pazzie, ma non posso dirle ancora. 

Tony come vive tutto questo?

Gli interessa il giusto. Quando aveva quattro anni e si esibiva per la famiglia e gli amici sul divano, vi giuro che era la stessa cosa. Quando mette piede sul palco, qualunque sia il palco, ne è padrone. Si sente a casa. 

Immagino ci siano state settimane folli, in cui il telefono era impazzito...

A volte abbiamo detto no a cose che ci piacevano. E siamo felici di averlo fatto. Abbiamo costruito tutto questo con le nostre idee, la nostra visione. Siamo aperti a collaborare, ma non a snaturarci. Abbiamo creato la struttura per diventare una casa discografica importante. I tour ce li produciamo noi, conosciamo ormai quasi tutti i promoter, le location, le persone. Andiamo avanti così.

Alcune proposte erano così grandi da farvi vacillare?

A noi le cose enormi non sono mai piaciute, ci fanno paura. Io sono molto ambizioso, sogno tantissimo, ma voglio costruire qualcosa di nostro. Io vivo di sogni. Se penso all'anno scorso abbiamo fatto qualcosa che sembrava impossibile. E adesso sogno per domani qualcosa che oggi sembra impossibile oggi.

Cosa significa realmente essere indipendenti per voi?

Significa poter dire sì e no quando vogliamo, senza dipendere da nessuno. Non è una questione di ego. È poter portare avanti la nostra idea nel modo in cui vogliamo. È “badare a nostro figlio”.

Cosa conta davvero per voi?

I fan. Sono loro che restano sempre.

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L'articolo “Indipendenza, coproduzione, amore per quel che facciamo”: dietro il fenomeno Tony Pitony di Dario Falcini è apparso su Rockit.it il 2026-03-25 14:58:00

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