Intervista Federico Guglielmi

01/07/1999 di Andrea "Rui" Scanzi



Allora, perché questa intervista?

Mi rendo conto del fatto che la cosa potrebbe essere considerata altamente autocelebrativa, ma spero che almeno qualcuno vorrà coglierne anche lo spirito ludico. Lo spunto, comunque, è il ventennale della pubblicazione del mio primo articolo: un'occasione propizia, mi sembra, per abbandonarsi all'amarcord, e se possibile per togliersi anche qualche sassolino dalle scarpe...

Domanda banale, allora, ma doverosa. Come hai iniziato?

Nel 1976 iniziavano a prender piede le prime radio private. Un mio compagno di classe mi coinvolse a fare un programma radiofonico. Avevo parecchi dischi, ma la mia timidezza mi tratteneva un po'. Alla fine mi sono fatto convincere, ed la cosa è partita. Negli anni ho lavorato per quattro radio di Roma; la prima, Radio Five, chiuse dopo tre mesi perché una notte i ladri rubarono tutte le attrezzature, le successive erano tre radio storiche del rock romano: prima Onda Radio, poi K55 e infine Punto Radio, con cui ho collaborato fino al 1981. Dopo sono arrivate le prime cose con la RAI.

E il giornalismo?

Era, appunto, il 1979. Da un paio d'anni mi interessavo soprattutto di punk e new wave, due generi malvisti da gran parte dei classici appassionati di rock. C'erano grandi difficoltà a reperire i dischi, che io compravo da Carù, a Gallarate, che aveva il negozio più fornito d'Italia. Paolo Carù, al tempo, era uno dei proprietari del Mucchio Selvaggio. A me pareva impossibile che quella musica fosse così snobbata - sul Mucchio usciva poco, per lo più a firma Claudio Sorge - e così chiesi a Paolo come potevo collaborare con il giornale. Lui mi disse di portare qualche articolo di prova a Massimo Stèfani, e così feci.

Fu la prima volta che incontrasti Max?

Sì. Avvenne a giugno 1979, naturalmente in un negozio di dischi. Le due prove vennero pubblicate nel numero 21 del Mucchio. Erano le recensioni degli album di Bizarros e Tin Huey, due band new wave di Akron - la città dei Devo, il mio gruppo preferito dell'epoca. Ho cominciato a scrivere così, senza altra pretesa se non quella di propagandare musica che mi sembrava valida.

Sei subito entrato in pianta stabile, nel Mucchio?

Sì, ma fino al settembre del 1980 non ho scritto moltissimo: qualche recensione, un paio di articolini, le interviste che rilette oggi sono davvero imbarazzanti a Lene Lovich, Devo, Joe Jackson....Quindi, ci fu la prima grande scissione del Mucchio: all'inizio se ne andò Sorge, che giustamente preferì dedicarsi a Rockerilla, e poi Carù e quasi tutto lo staff milanese se ne andarono e diedero vita al Buscadero. Fu allora che Max capì che i tempi erano maturi per parlare seriamente della "nuova ondata": era già da un po' del resto, che pensavamo a creare una rivista concorrenziale a Rockerilla che si occupasse solo di quella musica.

Il progetto Shock.

Esattamente. La brusca separazione con Carù, però, complicò tutto: non si sapeva neppure se il Mucchio avrebbe sopportato il colpo. Allora, Shock divenne un inserto interno prima di 8 e infine di 16 pagine, che gestivo in maniera autonoma dal resto del giornale. Andò avanti, con molti consensi, dall'ottobre del 1980 a tutto il 1982: era divenuto un punto di riferimento di molti lettori, anche se c'erano polemiche con la "vecchia guardia" che riteneva quella musica "una merda": in quella "merda", non so se mi spiego, c'erano i Fleshtones, i Dream Syndicate, i R.E.M., i Teardrop Explodes di Julian Cope, il miglior punk californiano..... Il paradosso, poi, era che tutti pensavano che io ascoltassi solo punk. Non era vero, tutt'altro. Anche a me piacevano Ry Cooder, Tom Waits o Joni Mitchell, per farti esempi cari ai "mucchiofili", solo che c'erano anche i Bad Brains e i Dead Kennedys, e non parlarne sarebbe stata una solenne cazzata. A me pareva chiaro che i R.E.M. fossero una versione aggiornata dei Byrds, ma non tutti erano d'accordo.

Perché Shock fu eliminato?

Si era creata una situazione bizzarra: quando uscivano certi dischi, dai Clash agli X, non si sapeva bene dove collocarli ed alle volte si arrivava a recensirli sia dentro che fuori Shock. Dato che, nonostante le resistenze delle frange più integraliste, le divisioni tra vecchia e nuova musica stavano di fatto sparendo, si optò non senza fatica per unificare il tutto.

Una volta Stefano Isidoro Bianchi, il direttore di Blow Up nonché ex collaboratore del Mucchio, mi disse che "era cresciuto con Shock".

Mi fa piacere. All'epoca a Rockerilla tendevano a pontificare e ad atteggiarsi a "fighi alternativi", cosa che in altro campo faceva, e a volte fa tuttora, anche il Buscadero. Mi ricordo che sul Buscadero uscivano degli editoriali incazzatissimi perché altri - cioé noi del Mucchio - scrivevano articoli su "artisti di loro appannaggio". Erano pazzi: come si fa a scrivere che un artista è di "appannaggio" di un giornale? Shock era meno tronfio. anche se di editorialini pepati ne ho scritti anch'io. Peccato solo che il numero ridotto di pagine ci impedisse di competere fino in fondo con Rockerilla, con il quale - almeno per quanto mi riguarda - c'era un rapporto di amore-odio. Compro Rockerilla da sempre, fin dal numero uno, quando usciva solo nelle stazioni e in formato pseudo-tabloid.

Come giudicavi le riviste del tempo? Ciao 2001, Gong, Muzak...

La prima rivista che ho comprato, alle scuole medie, fu ovviamente Ciao 2001: era molto eclettica, un po' come il Mucchio di oggi, e anche se prediligeva il rock inglese che all'epoca andava per la maggiore, e gli articoli erano spesso superficiali, ci si poteva trovare anche rock americano, sperimentazione tedesca, avanguardia pura, un po' di folk. Poi, se non erro nel 1973/74, arrivarono le riviste cosiddette alternative, che mi cambiarono la vita: Muzak e Gong. Hanno avuto entrambe lo stesso percorso: prima si occupavano quasi esclusivamente Distinti saluti musica, e poi hanno dato spazio a tutti discorsi di attualità e controcultura che francamente mi scoglionavano un bel po'. Gong mi ha fatto scoprire Tim Buckley, la scuola di Canterbury, i Magma, David Peel, Battiato: era competentissima, e a differenza di 2001 non dedicava ai gruppi "alieni" un misero trafiletto; a livello estetico, poi, era molto accattivante: il numero 1, con in copertina un fotomontaggio di Frank Zappa con il corpo di una tettona, era irresistibilmente punk. Io sposai, inizialmente senza rendermene conto, quella causa di ribellione ed innovazione.

Prima hai citato Tim Buckley, artista che Bertoncelli si vanta di aver scoperto in Italia. Avevi qualche firma di riferimento?

No, non mi pare. Forse solo Bertoncelli, che era già un grande - possedevo i due o tre libri che aveva pubblicato per la Arcana - e che di lì a poco sarebbe stato citato ne L'avvelenata di Guccini, e Marco Fumagalli, che gestiva una rubrica splendida chiamata Sotterranea. Fumagalli morì giovanissimo dopo un paio d'anni di Gong: leggere il suo necrologio in prima pagina mi diede un grande senso di amarezza... Comunque, per rispondere alla tua domanda, allora si sposava la rivista più che la firma.

Dì la verità: essere citato da un grande artista in un suo brano è un tuo grande sogno...

Beh, se l'artista fosse uno come Guccini me ne farei senz'altro un vanto. Mi sentirei molto gratificato, lo ammetto, se Ligabue o i Litfiba mettessero anche un "Guglielmi di merda" in una loro canzone, ma tanto non accadrà mai.

Come erano, all'inizio, Il Mucchio Selvaggio, Rockerilla e Buscadero?

Rockerilla era stranississima: un po' rock classico e folk, un po' punk e new wave. Era imprecisa e orribile a vedersi, ma di base c'era un enorme entusiasmo. Attorno al Mucchio si creò subito un alone mitico, mi ricordo che comprai i primi due numeri ad una mostra di alta fedeltà dopo averli cercati senza speranze nelle edicole. Circolava la voce della nascita di un giornale con un nome strano e Neil Young in copertina. Mi piacque, anche se era ancora in fase embrionale. Se ci ripenso, mi viene in mente un episodio stupidissimo di cui non si ricorderà nemmeno Max.

Quale?

Una sciocchezza: sul numero 9 c'è l'annuncio di un programma radio che conducevo con il mio inseparabile amico Giorgio Battaglia: si chiamava "Wings Over America", ma McCartney non c'entrava nulla: trasmettevamo "musica da Mucchio", da Patti Smith a Bruce Springsteen e Jackson Browne, ispirandoci senza vergogna agli splendidi programmi di Carlo Massarini. Ricordo che avevo mandato una lettera al giornale chiedendo la pubblicazione della notizia, e Max rispose con un'altra lettera, ovviamente di due righe (chi conosce Max sa che una delle sue caratteristiche è scrivere delle lettere di una brevità quasi mitica: tale abitudine si è accentuata con l'avvento della mail, NdA), dicendo che avrebbe segnalato il programma e chiedendoci un po' di pubblicità radiofonica. Io feci la mia parte, ma lui non pubblicò nulla, così gli riscrissi un po' incazzato e alla fine l'annuncio apparve. Quello è stato il mio primo contatto con Massimo.

Non mi hai ancora detto cosa ne pensi del Buscadero.

Mah, che vuoi che ti dica: è portato avanti da grandi appassionati e conoscitori della musica di cui trattano, ma il modo in cui se ne occupano è troppo dilettantesco. Da qualche anno c'è stato un notevole miglioramento, ma prima a leggere certi articoli sgrammaticatissimi e certe deliranti prese di posizione da fan c'era da schiantarsi dalle risate: pensa che una volta in una recensione di Ricky Gianco citarono come suo importante contributo la pubblicità della Robiola Osella... Comunque anche del Buscadero ho tutti i numeri: ma ne mancavano una trentina, ma di recente me li ha regalati Max che stava per buttarli via durante un trasloco.

Parlami del tuo approdo alla RAI.

Successe una cosa fichissima che oggi, credo, non accadrebbe mai. Avevo 21 o 22 anni, e qualcuno in RAI ebbe modo di ascoltare un mio programma. Cercavano un giovane esperto di punk e new wave e mi presero. Forse mi aveva segnalato un altro conduttore che mi conosceva, non l'ho mai saputo, comunque mi ritrovai ad avere un mio spazio pomeridiano all'interno di un programma-contenitore sulla musica giovane. La cosa mi piovve dal cielo, era bello sapere di essere ascoltato in tutta Italia. Grazie alla RAI ho definitivamente stroncato la mia iniziale timidezza.

È vero che qualcuno credeva che fossi entrato per via di parentele con Angelo Guglielmi, l'ex-direttore di Rai 3?

Sì, era un classico. Se fossi stato davvero suo parente, avrei fatto molta più strada.

Dopo le gioie iniziali, arrivò una delusione cocente.

Sì, Stereonotte. Io mi ero già costruito un piccolo curriculum anche in RAI, e nel frattempo era nata questa bellissima trasmissione notturna, con più conduttori che si alternavano a rotazione. Feci richiesta al funzionario responsabile, visto che era un programma perfetto per me: trasmetteva musica alternativa, andava in onda di notte - e questo lo rendeva ancora più affascinante - e sceglieva i conduttori tra i giornalisti. L'essere che gestiva Stereonotte, il potentissimo e ammanicatissimo Pierluigi Tabasso, mi disse che andava bene, e che al turno successivo - i conduttori cambiavano ogni quattro mesi - sarebbe toccato a me; il mio momento, però, non arrivava mai. Non riuscivo proprio a capacitarmene, visto che nel frattempo, mischiati ad eccellenti professionisti come Giancarlo Susanna, Paolo De Bernardin, Beppe Videtti e Massimo Cotto, sono stati assunti cani ignobili che il microfono lo avrebbero dovuto vedere al massimo in cartolina. E l'assurdo è che molti di loro non erano neppure raccomandati!

Quando ti rendesti conto che Tabasso non ti avrebbe mai fatto fare Stereonotte?

Abbandonai ogni speranza dopo circa tre anni, durante i quali in RAI fui completamente fermo. Dopo, raccontavo la cosa a chiunque conoscesse Tabasso, perché volevo che gli riferissero che lo odiavo ferocemente. Credo sia stata l'unica persona che ho odiato per motivi professionali. Non c'entrava il lavoro, non c'entrava la gloria e non c'entravano neppure i soldi: Stereonotte era il programma per me, e lui non solo non me lo ha fatto condurre ma mi ha preso anche beatamente per il culo. Non aver condotto Stereonotte negli anni '80 è il più grande rimpianto della mia carriera.

Alla fine, però, hai coronato il tuo sogno.

Sì, grazie a Eodele Bellisario, che non finirò mai di ringraziare. Sono stati solo quattro mesi, tra il novembre '97 e il febbraio '98, per cinque notti ogni settimana dalle 3 alle 5, ma è stato meraviglioso. Ora Stereonotte non esiste più, ma sono felice di averlo condotto almeno una volta. Però, quando penso a Tabasso, ancora mi incazzo. Bellisario, invece, è uno che ha sempre creduto in me e di questo gli sono riconoscente, anche se adesso - ma non per colpa sua - non riesce a farmi fare un programma; a lui devo tutte le trasmissioni che ho condotto, da Stereodrome (che sarebe diventato prima Planet Rock e poi Suoni e ultrasuoni) a Jimi e Johnny, un divertentissimo programma sulla musica e il costume degli anni '70 che ho fatto due anni fa assieme a Sergio Mancinelli.

Intanto, alla collaborazione con il Mucchio se ne erano affiancate altre. Mi viene in mente Audio Review, la rivista con la quale ti ho conosciuto.

Anche se al Mucchio fui pagato quasi da subito, non pensavo proprio che il giornalismo musicale sarebbe diventato il mio lavoro. Era solo un hobby, scrivere su un giornale serviva a conoscere i musicisti, a guadagnare soldi da investire in dischi, ad andare gratis ai concerti, e a instaurare contatti con le piccole etichette indipendenti americane e inglesi. Se scrivere su un giornale andava bene, scrivere su più giornali era meglio. Coprivo un settore musicale in ascesa di cui ben pochi sapevano qualcosa: ricordo che vari giornalisti dei quotidiani mi telefonavano spesso per chiedermi notizie su questo o quell'artista che veniva in tour in Italia... Ero molto giovane, ma abbastanza richiesto. Ho scritto anche per Rockstar grazie a Red Ronnie, che con Sorge era all'epoca uno dei pochissimi con cui si poteva parlare a fondo di questa musica. Con Audio ho iniziato a collaborare qualche anno dopo: me lo chiese Ernesto Assante, oggi a Repubblica e Musica!, che coordinava il settore recensioni della rivista (oggi, il coordinatore del settore recensioni è proprio Guglielmi, NdA).

Si suole dire che non si vive di sola critica musicale. Tu, però, sembri costituire l'eccezione alla regola.

Mi ritengo un privilegiato assoluto. Non avrei mai potuto fare quello che ho fatto se non avessi avuto alle spalle una famiglia abbastanza agiata, che mi ha sostenuto economicamente nonostante abbia loro dato la delusione di avere interrotto gli studi di Giurisprudenza - mio padre è avvocato - a pochi esami dalla laurea. Il più grande merito - o la più grande colpa, a seconda dei punti di vista - è però di mio zio Elio, il fratello di mio padre, che quando ero ragazzino stanziava i fondi per l'acquisto di dischi: senza di lui non mi sarei probabilmente mai appassionato di musica a questi livelli.

Perché non hai mai provato ad entrare in pianta stabile in un quotidiano?

Da un lato, perché nei quotidiani il critico musicale è l'ultima ruota del carro. Dall'altro perché, per diventare giornalista professionista, avrei dovuto fare due anni di tirocinio senza quasi vedere un soldo, e visto che c'erano già il Mucchio e la RAI...

Nella sua intervista del 1997 sul Mucchio, Max Stèfani dichiarava che Mario Luzzatto Fegiz del Corriere della Sera rappresentava l'emblema della crisi cronica della critica musicale in Italia.

Sono perfettamente d'accordo. Non vorrei mai diventare arrogante, saccente e antipatico come lui, che tra l'altro è anche uno dei più odiati nell'ambiente e a quanto ho potuto leggere non è neppure un campione di scrittura. Chissà perché gode di tanto credito: avrà pure fatto delle cose buone, in passato, ma adesso è uno che a livello di conoscenza della musica vive su un mondo tutto suo, anche se crede di sapere tutto.

Non hai mai provato ad entrare in Musica! di Repubblica, considerando anche il fatto che conosci personalmente e da tempo Ernesto Assante e Gino Castaldo?

All'inizio, l'ho fatto. Telefonai ad Ernesto dopo aver visto i primi due numeri, e lui mi disse che il giornale era aperto a tutti e non c'erano problemi: bastava proporre qualcosa. Capii subito, però, che la realtà era ben diversa: la redazione di Musica! diventò una zattera circondata da squali in attesa di possibili pezzi da scrivere, o - se preferisci un'altra immagine - un castello dal quale i Signori gettano qualche osso per i mendicanti che sono fuori dalla mura ad attenderlo. Ammetto di peccare di presunzione, ma io mi rifiuto di genuflettermi di fronte a chicchessia per ottenere spazi. Mi proposi a Musica! con quella telefonata: non mi hanno mai chiesto nulla, io non ho mai più rinnovato l'offerta. Visto cosa è diventato il giornale, mi è andata bene, anche se devo ammettere che mi sta sulle palle il fatto che Musica! sia così conosciuto e omaggiato.

Dalle tue parole, emerge la figura di un uomo che ha sempre fatto ciò che ha voluto.

Più o meno, e a parte Stereonotte, è così, e per questo mi ritengo enormemente fortunato. Non nego l'eventualità che, se un giorno sarò con le pezze al culo ed avrò bisogno di soldi, andrò a questuare per scrivere, ma finora non ce n'è stato bisogno. Però, ripensando a Musica!, feci male a propormi: tempo prima Repubblica aveva fatto un libro a fascicoli, L'Italia del Rock, dedicata al rock italiano, pieno di interventi da parte di chiunque. Dissi ad Ernesto che, in uno dei due numeri conclusivi dedicati alla scena degli anni '80 e '90, mi sarebbe piaciuto scrivere una cosina minima: mi sembrava giusto, sono convinto che nessuno conosca il rock italiano degli ultimi vent'anni meglio di me. Non sono stato cagato minimamente.

Scusami se mi permetto, ma non mi sembra che tra te ed Assante ci sia poi questo grande feeling...

Ernesto è una persona molto simpatica, però evidentemente sul lavoro la vediamo in maniera diversa. Infatti, se ci incontriamo, non parliamo dei rispettivi giornali, ed è meglio così. D'altronde io sono un cane sciolto, non bacio il culo a nessuno... Te ne dico un'altra: lo sai che per la prima o la seconda edizione del PIM, il premio per gli artisti italiani sponsorizzato da Musica!, allestirono una giuria di 85 esperti e non mi chiamarono? Non potevo crederci: fossero stati tre, cinque o dieci avrei capito, è il prezzo che si paga per non baciare il culo, ma 85! In altri tempi, per un'offesa del genere, ci si sarebbe sfidati a duello.

Tocco un argomento decisamente spinoso: è la fine del 1987, sei diventato un giornalista affermato e sei caporedattore del Mucchio. Improvvisamente, lasci il giornale e mesi dopo fondi Velvet assieme ad una folta schiera di collaboratori del Mucchio. Dall'esterno, sembra più che altro una bastardata a Stèfani. Perché?

La nascita di Velvet e la mia uscita dal Mucchio sono due cose ben distinte: non ho abbandonato il Mucchio per fare Velvet, quello è successo quasi un anno dopo.

Perché te ne andasti dal Mucchio, allora?

Tra il 1986 ed il 1987, Max aveva più volte espresso l'idea di lasciarmi la direzione del giornale per limitarsi a fare l'editore. In seguito, non solo cambiò idea - cosa che, sia chiaro, era nel suo pieno diritto - ma mi affiancò come segretaria di redazione la sua fidanzata di allora (la "fidanzata" in questione è Bianca Spezzano, attuale curatrice della e-zine Vinile - www.caos.net - ed acerrima nemica di Max. Per correttezza, Federico non voleva pubblicare il nome di Bianca, ma io i "compromessi" li ho sempre amati poco. Così, ho preferito scrivere a chiare lettere il nome - notissimo agli aficionados del Mucchio - della Spezzano. NdA). In questa situazione mi sentivo un po' schiacciato, precario, e allora andai da Max e gli chiesi di essere regolarmente assunto - come tutti, ero un prestatore d'opera, anche se andavo in ufficio tutti i giorni - oppure di entrare a far parte della società. Max mi disse di stare tranquillo, che non c'erano problemi, ma io non mi fidavo più e me ne andai, con molto dispiacere e senza sbattere la porta. Non dimenticare che non ero ancora sicuro che quello sarebbe stato il mio lavoro... pensai pure di riprendere gli studi.

Che successe, nel 1988?

Inizialmente andai a scrivere su Rockerilla, l'unico giornale nel quale mi riconoscevo: loro ne furono contenti, mi diedero un ruolo di redattore e la libertà di scegliere ciò di cui occuparmi. Nel frattempo mantenevo rapporti con quasi tutti i collaboratori del Mucchio, che erano abbastanza insoddisfatti del nuovo andazzo e si dichiaravano disponibili a seguimi nel caso avessi avuto l'idea di creare una nuova rivista

Chi erano questi collaboratori?

Eddy Cilìa, Paolo Ferrari, Marco De Dominicis, Massimo Cotto, Pierluigi Bella, Vittorio Amodio... noi eravamo sempre stati una squadra, e in verità Max - con la sola eccezione di Cotto - non faceva granché per compiacerli. Io, comunque, non volevo affatto fondare un giornale, ero troppo amareggiato. Poi, un giorno, Cilìa e Maurizio Bianchini mi piombarono quasi a casa: volevano a tutti i costi fare questa benedetta rivista, ma senza di me non sarebbe stato possibile. Mi convinsero. Il solito zio mi diede quaranta milioni per il mio 40% di capitale sociale.

La società si chiamava Essediemme (SDM): Stèfani Deve Morire. Un po' forte, per chi fino al giorno prima era stato pagato proprio da Max.

Hai proprio ragione, anche se ovviamente il "deve morire" non andava interpretato in senso letterale ma ironico. La rivista fu battezzata Velvet, perché volevamo un nome semplice e che si leggesse allo stesso modo sia in italiano che in inglese, l'obiettivo primario era prenderci tutti i lettori del Mucchio. In fondo il Mucchio eravamo noi, credo che Max non avrebbe problemi ad ammettere che in quegli anni le sue principali occupazioni erano giocare a tennis e pensare alle donne. Lo sbaglio, vista con il senno di poi, è stato proprio quello di prendere troppo come modello il vecchio Mucchio invece di realizzare un progetto completamente diverso.

Quello che fatico a capire è perché gente come Cilìa o Bianchini sbatté la porta in faccia a Max così, all'improvviso.

Perché anche a loro stava sulle palle la fidanzata di Max che spadroneggiava in redazione pur non capendo nulla di musica, e soprattutto perchè Max non era molto affidabile: faceva fare articoli che poi non pubblicava, non diceva mai "bravo" a nessuno, non dava confidenza. Gli unici che frequentava, a parte Bianchini che in effetti è stato proprio un bastardo, erano Stefano Ronzani e Mauro Zambellini, ai quali non abbiamo forse neppure chiesto di venire con noi a Velvet. Potenzialmente, il nuovo giornale era imbattibile, ma non avevamo fatto i conti con l'attaccamento alla bandiera: è vero che molti lettori del Mucchio hanno iniziato a comprarci da subito, ma è anche vero che hanno continuato a comprare la vecchia testata per motivi affettivi. Credo che Max se la sia vista davvero brutta: chissà se Velvet esisterebbe ancora, se il Mucchio avesse chiuso i battenti.

Scusa il francesismo, ma lasciasti Max in un bel mare di merda!

Hai ragione, devo ammettere che le dimissioni di massa furono organizzate in modo assai sadico. Non mi pare fu una mia idea, ma certo ho delle responsabilità per averla comunque avallata, e di questo mi vergogno un po'. Tutto avvenne durante l'estate, mentre Max era in vacanza: al suo ritorno, invece degli articoli che attendeva per il numero di ottobre, si vide arrivare una ventina di lettere di dimissioni. Un colpo del genere avrebbe affossato chiunque, ma lui dimostrò grande sangue freddo riuscendo a incassarlo: se ricordo bene, il numero di Ottobre uscì solo con una settiamana di ritardo...

Alla fine, Velvet chiuse.

Sì. Le vendite non andavano malissimo, ma io dovevo occuparmi in prima persona quasi di tutto: Eddy faceva quel che poteva, da Torino si trasferiva ogni mese a casa mia per una settimana, mentre Bianchini divenne quasi subito uccel di bosco. Quando, dopo due anni, il capitale iniziale era quasi completamente eroso, non ho voluto rischiare il fallimento - io ero l'amministratore della società - e ho venduto a una cifra pressoché simbolica quasi tutte le mie quote.

È vero che dietro i nuovi azionisti c'erano i socialisti di Craxi?

Così venni a sapere. Il demiurgo dell'operazione fu Bianchini, il tramite era un suo amico. A giornale praticamente chiuso, visto che avevamo saltato un numero, i "salvatori della patria" si offrirono di rilevare la società senza dare nulla in cambio. La Essediemme non aveva debiti, e io risposi picche: regali non volevo farne, meno che mai a Bianchini che per diventare direttore del giornale non aveva detto nulla a nessuno di questa possibilità di cessione. Lo avesse detto prima, avremmo potuto trattare da una posizione più forte, mentre così... per farla breve, mantenni un 10% e cedetti il resto.

Quanto è durata la nuova gestione?

Otto numeri, più altri sette dopo un ulteriore metamorfosi: la rivista era stata ribattezzata Velvet - Il Recensore e conteneva solo recensioni. Io mi limitavo a collaborare. Nonostante una campagna pubblicitaria imponente, che la nuova proprietà aveva ottenuto gratis tramite i suoi agganci politici, nessun numero del nuovo Velvet arrivò alle 12.000 copie, più o meno la cifra massima raggiunta nella prima fase.

Sempre pochino, e mi risulta che anche oggi la situazione delle riviste specializzate non è certo più rosea. Secondo te, come mai la critica musicale in Italia non vende? Esistono dei rimedi?

In Italia non c'è grande cultura musicale, e quindi non c'è nemmeno la cultura della critica: i ragazzi, specie i più giovani, dicono che la musica si ascolta e basta, non c'è bisogno di leggerne. Rimedi? Basterebbe solo che ci fossero un po' meno riviste, specie di quelle patinate: dipendesse da me, salverei tutte quelle fatte sulla propria pelle da veri appassionati improvvisatisi editori e butterei nel cesso tutte quelle pagate da grandi o piccoli gruppi editoriali che vedono la musica solo come possibile fonte di guadagno. Se non ci fosse in giro tutta questa gentaccia, riviste come Il Mucchio, Rumore, Rockerilla, Buscadero o Blow Up venderebbero per forza di più, avrebbero più soldi da investire e potrebbero migliorarsi.

Velvet ha chiuso nel '92, e al Mucchio sei rientrato nel '96. Cosa hai fatto, in questo lasso di tempo?

A parte Audio, per la quale avevo cominciato anche a scrivere articoli di tecnica hi-fi, sono entrato a Rumore fin dal numero 1. Con Sorge ero amico da tempo, e lui non mi serbava rancore per la mia fuoriuscita da Rockerilla nel 1988.

Rumore nacque con Sorge, ma Max era pur sempre uno dei due editori. Ti permise di rientrare senza nessuna "vendetta"?

Sì, fece veramente il signore. In certe cose Max è estremamente corretto: pensa che, quando nacque Velvet, lui pagò comunque tutte le competenze arretrate a chi se n'era andato.

Tu e Max vi rincontraste?

Solo casualmente, a qualche concerto. Un saluto e nulla più, c'era troppo imbarazzo per intavolare rapporti.

Piano piano, a Rumore sono rientrati quasi tutti i transfughi.

Sì: Ferrari, Mathieu, De Dominicis, Cilia. Redazionalmente, Rumore è stato sempre controllato solo da Sorge, ma Max non ha mai posto veti.

Uno che non è rientrato è Bianchini, per cui Max - vista anche l'amicizia che li legava - ha scritto nell'intervista di nutrire molto rancore.

Maurizio è stata una delusione per tutti. Max per un motivo, tutti noi di Velvet per un altro. Scriveva splendidamente, ma dal punto di vista umano è stato un doppiogiochista, uno di quelli che ti pugnalano alle spalle.

La tua collaborazione a Rumore non è però mai stata "appariscente" come capitava e capita nel Mucchio.

È vero: a parte i due libri allegati alla rivista (Punk nel 1994 e New Wave nel 1995), non credo di essere mai andato oltre le 15 cartelle. È comunque una collaborazione prestigiosa, che mantengo con piacere.

Prima di arrivare al tuo ritorno al Mucchio, parlami brevemente della tua attività di produttore.

È stata una esperienza che mi ha dato molto a livello personale, ma che non considero professionalmente rilevante. Chiamai la mia etichetta "High Rise" dal titolo di un romanzo apocalittico di James G. Ballard (in Italia, Condominium) e l'obiettivo era restituire al rock'n'roll una minima parte di ciò che mi aveva dato. Sapevo benissimo che avrei perso soldi, ma le cifre erano sotto controllo: partii nel 1983 con un 7 pollici degli Shotgun Solution, che per un paio di mesi non fu il primo documento discografico del punk romano. Poi, nel 1985, la High Rise divenne un sottomarchio dell'IRA, e le produzioni furono l'album dei Technicolour Dream e altri quattro 45 giri. Nella terza ed ultima fase, dal 1987 al 1990, ero al 50% con il negozio di dischi Disfunzioni Musicali, che già aveva co-finanziato gli Shotgun Solution. Mi fermai quando vidi che le vendite medie calavano e quando cominciò a porsi il problema se commercializzare i dischi in vinile o in formato CD.... in tutto credo di essere andato sotto di una dozzina di milioni, ma li considero i soldi più ben spesi della mia vita. Rifarei tutto da capo, senza pensarci un attimo.

Quali sono gli artisti più noti tra quelli da te prodotti?

Per la High Rise, i Gang - facemmo un singolo tra Tribes' Union e Barricada Rumble Beat - i Fasten Belt e i Magic Potion. Ci tengo a precisare che il mio lavoro, al di là del discorso economico, era di produzione artistica: sceglievo le canzoni, collaboravo con i gruppi in fase di arrangiamento, supervisionavo registrazioni in studio e mixaggi. Infatti ho seguito anche dischi usciti per altre etichette: i Rats per la Hiara, i Sick Rose per la Electric Eye di Sorge, i Not Moving per la Spittle, i Fasten Belt per la BMG. Non so suonare nessuno strumento, ma credo di avere un buon orecchio per capire cosa funziona e cosa no.

Arriviamo al tuo ritorno al Mucchio, nel 1996.

Anche qui c'è un antefatto: un giorno, nel '95, Max mi chiamò a sorpresa dicendomi che voleva pubblicare sul Mucchio un grande speciale sul punk, ma i suoi accordi con Claudio Sorge - nessun collaboratore in comune tra il Mucchio e Rumore - gli impedivano di farmelo scrivere come avrebbe desiderato. Così, Max mi fece una lunga intervista sull'argomento: fu emozionante, quando uscì, leggere la scritta "Intervista a Federico Guglielmi" sparata a caratteri tutt'altro che piccoli. Forse, al di là della contingenza dell'articolo, Max voleva far pace: comunque fu in quell'occasione che per la prima volta parlammo di tutto quello che era successo con Velvet, e decidemmo di metterci una pietra sopra. Da parte sua è stato un gesto fondamentale: nei suoi panni, non so davvero se io avrei fatto lo stesso.

E poi, cosa accadde?

Nulla, fino ad una telefonata che ricevetti da Stefano Ronzani all'inizio del 1996. Lui mi chiese se mi avrebbe fatto piacere tornare al Mucchio, e la cosa mi lasciò interdetto: la possibilità che Max mi rivolesse al giornale, con i precedenti di cui abbiamo ampiamente detto, mi sembrava assurda. Comunque gli domandai che cosa avrei dovuto fare, e in un successivo incontro con Max mi fu prospettata l'ipotesi di curare un inserto completamente dedicato alla musica italiana emergente.

Tra parentesi: da quando hai iniziato a seguire così da vicino la "nuova" musica italiana?

Da sempre. Alla fine dei '70 andavo spesso a Bologna, dove frequentavo Red Ronnie e il giro della Italian Records: ho visto concerti di tutti, dagli Skiantos ai Gaznevada fino ai Confusional Quartet e ai Pale. Shock si occupava regolarmente dell'underground nazionale. A metà '80, invece, ero sempre a Firenze, a seguire l'evoluzione dell'IRA... in Desaparecido, il primo vero LP dei Litfiba, c'è una mia presentazione, e il Mucchio fu il primo giornale a parlare dell'album mettendo anche Piero in copertina. Conservo tutti i dischi, i demo e i comunicati stampa che mi sono arrivati negli ultimi vent'anni, svariate migliaia... a livello giornalistico, nessuno ha fatto per il rock italiano più di ciò che ho fatto io, e chi suona da tempo lo sa benissimo. Solo il PIM, come dicevo prima, ha fatto finta di non sapere della mia esistenza...

Infatti hai anche curato tutta la sezione '80/'90 della Enciclopedia del Rock Italiano edita nel '93 dalla Arcana.

Sì, un lavoro pesantissimo, ma molto esauriente. Non vedo royalties da quattro anni né mai le vedrò, visto che l'esiguità delle cifre rende sconsigliabile fare causa alla Arcana. Il ricavo di quel libro è stato appena sufficiente per coprire le spese telefoniche all'epoca sostenute per chiedere agli artisti chiarimenti sulle loro carriere. Però sono comunque contento di averlo fatto, e non escludo di approntarne prima o poi una versione aggiornata.

Torniamo al Mucchio.

Qualche giorno dopo, tornai da Max con il progetto pronto: un inserto da 16 pagine di taglio informativo con tante rubriche. La cosa della quale vado più orgoglioso, e che infatti piacque un casino anche a Max e Stefano, era il nome: scusa la tracotanza, ma chiamare Fuori dal Mucchio un mini-giornale che mira a uscire dalla massa e che è inserito in una rivista chiamata Mucchio è stata un'idea proprio geniale. Però, memore del passato, pretesi come condizione essenziale la totale autonomia di gestione, per quanto riguarda sia i nomi da trattare che i collaboratori e la grafica. Max accettò, ed io preparai il n.1 per il mese di aprile: però mi firmai con lo pseudonimo Gianluca Picardi, visto il problema Mucchio-Rumore. Sorge , comunque, sapeva tutto.

Perché Gianluca Picardi?

Sono fan di Star Trek. Il capitano dell'Enterprise di Next Generation, interpretato da Patrick Stewart, si chiama Jean-Luc Picard.

A quanto pare, devi tutta la cosa a Stefano Ronzani.

Sì, l'idea di partenza doveva essere di Stefano. La mia teoria in merito è molto semplice: Stefano, che era già malato e sapeva che probabilmente non ce l'avrebbe fatta, voleva che Max e io tornassimo a lavorare assieme. Oltre che il migliore amico, Stefano era anche il consigliere di Max per il giornale, e molto romanticamente credo che volesse in questo modo "passarmi" questo incarico. Magari non è andata affatto così, ma mi piace crederlo.

In ogni caso, oggi, tu e Max andate d'amore e d'accordo.

Beh, naturalmente ogni tanto emerge qualche divergenza di opinione, ma di fatto in più di tre anni non abbiamo mai litigato. Max mi rispetta e mi dà carta bianca, ed io non cerco mai di prevaricarlo come, in effetti, a volte facevo negli anni '80: sai, all'epoca Max mi sembrava poco propenso a lavorare sul serio, mentre da quando il Mucchio è settimanale ha cominciato a darsi da fare come mai in vita sua. Ora sente di nuovo i dischi, tira fuori belle idee, si espone in prima persona ed è anche diventato molto più serio e ordinato, e questo mi ha portato a stimarlo molto più di quanto non facessi prima. C'è anche da dire che, invecchiando, le differenze anagrafiche tendono ad annullarsi: i dieci anni che Max ha più di me, in relazione agli "scontri" caratteriali, pesano oggi molto meno.

Come è possibile che un giornale come il Mucchio abbia resistito per più di vent'anni in una nazione come l'Italia?

Max ha grandi intuizioni, sa scegliere bene i suoi collaboratori ed è sempre stato bravo a capire su quali argomenti puntare. Il Mucchio, a differenza di altre testate, diventa per i suoi lettori "qualcosa in cui credere". Comunque, in più di una circostanza, Max ha anche avuto un bel po' di culo: ma di questo non bisogna vergognarsi, lo ha detto pure quest'anno quel galantuomo di Zaccheroni...

Che ne pensi del Mucchio attuale?

Beh, non è più quello di un tempo: è una rivista moderna, giovane e aperta verso qualsiasi proposta qualitativamente valida, e in più possiede uno spirito polemico e ribelle che è forse la sua arma più efficace. Però dovrebbe avere 16 pagine in più e costare 1.500 lire di meno: tre anni fa ci abbiamo anche provato, e sul piano economico ancora paghiamo le conseguenze di quell'atto di coraggio, peraltro indispensabile per il lancio della nuova versione settimanale. Con un po' di soldi in più potremmo permetterci molte cose, tipo avere degli inviati all'estero, acquistare e commissionare servizi fotografici esclusivi, magari realizzare CD da allegare gratuitamente alle copie in edicola invece che alle sole copie per gli abbonati.

La ritieni la migliore rivista specializzata italiana?

Per leggibilità e mancanza di paraocchi, e nell'ottica del lettore attento, credo proprio di sì: siamo anche noi pieni di difetti, ma vista la qualità pietosa della concorrenza... Con qualche soldo in più, lo ripeto, non ci sarebbe trippa per gatti, vista anche la possibilità di un settimanale di fornire informazioni tempestive...

Ti faccio qualche nome di addetti ai lavori che hai conosciuto nella tua carriera. Il primo sarebbe stato quello Max, ma ne hai già parlato esaurientemente. Che ricordo hai di Stefano Ronzani?

Un'ottima persona, davvero. Molto mite, sempre pronto a smussare gli spigoli e a cercare mediazioni che potessero evitare conflitti. Il modo in cui se n'è andato, e le sofferenze che ha patito prima di andarsene, sono stati un vero affronto, una dimostrazione evidente di come il destino possa essere lercio e bastardo. Conoscendolo, non si poteva non volergli bene. E guarda che io, come Max, non sono certo di quelli che parlano sempre bene di chi non c'è più...

Claudio Sorge.

È uno dei pochissimi colleghi che mi sento di ritenere un amico, quindi mi è un po' difficile essere obiettivo. Quando ancora non ci conoscevamo di persona, per circa un anno, ci siamo insultati reciprocamente dalle pagine del Mucchio e Rockerilla, ma dopo esserci visti e parlati i nostri rapporti sono cambiati radicalmente. Pur non essendo più un ragazzino, visto che ha sei o sette anni più di me, Claudio ha ancora una grandissima passione per il rock, che lo porta a "sposare" una causa musicale e sostenerla: le affermazioni in italia, purtroppo sempre a livello di culto, di generi come la neo-psichedelia, il grind o il crossover sono in gran parte merito suo. Come editore, invece, è più posato: stavo per dire "forse anche troppo", ma uno che ha avuto il coraggio di pubblicare Pulp e Bassa Fedeltà non può davvero essere accusato di codardìa. Peccato che abbia delegato buona parte della gestione di Rumore ad Alberto Campo... ma se mai dovessi cercare un socio per una nuova avventura nel campo della carta stampata, Claudio sarebbe il primo al quale lo chiederei.

Eddy Cilìa.

Nell'ambiente, è il mio amico più caro. Nello scrivere ha un grande talento, e di sicuro è la persona più competente di musica che io conosca: magari nei settori specifici c'è gente più preparata, ma la sua è competenza a 360 gradi: quanta gente conosci capace di scrivere indifferentemente, e ad altissimi livelli, dei Rolling Stones, dei Bad Religion, dei Cure, di Albert Ayler, di Philip Glass e di Caetano Veloso? In termini di visibilità, Eddy paga il fatto di vivere a Torino (una città fuori dal "giro") e la difficoltà a mantenere rapporti "di comodo", se capisci cosa voglio dire... in questo settore, come purtroppo in tutti gli altri, sei costretto a stringere mani sulle quali sputeresti e a parlare con gente che vorresti prendere a calci in culo.

Riccardo Bertoncelli.

Il maestro. Vorrei davvero saper scrivere bene come lui. Inoltre, pur essendo l'indiscusso decano della critica rock in Italia, Riccardo non si è mai montato la testa, e considera sempre la possibilità che il suo interlocutore potrebbe anche saperne più di lui su un dato argomento: è curioso, si informa su tutto, cerca di ascoltare di tutto... senza dimenticare che, a livello umano, è una persona simpaticissima, ogni volta che ci vediamo o ci sentiamo scappano sempre grosse risate.

Red Ronnie, con cui mi hai anche detto di avere avuto rapporti stretti. Secondo Max, è partito bene (inventava fanzine, scriveva lettere al Mucchio, amava la buona musica) ed è finito malissimo: il PSI, Muccioli, la televisione di basso livello.

All'inizio, Gabriele era straordinario: a casa sua, verso il '79/'80, ho visto dischi che nessun altro aveva. In più, è stato forse il primo in Italia a capire la potenzialità dei video-clip. La sua apertura mentale era ed è forse ancora incredibile, poteva innamorarsi dei Throbbing Gristle ma anche dei Duran Duran, ed era un bravissimo conduttore radiofonico. Secondo me, al di là della quantità eccessiva di ospiti e di argomenti affrontati, che rendono il tutto un po' troppo concitato e superficiale, programmi TV come Roxy Bar e Help sono quanto di più vicino a una trasmissione musiciale intelligente sia stato prodotto in questo paese. Che poi lui sia in preda all'ego-trip e se ne freghi di stare sulle palle a un sacco di gente è tutt'altro discorso, così come storie come il PSI o Muccioli: né io, né tu e né Max sappiamo il vero perché di certe prese di posizione; personalmente, credo che il fatto di essersi presentato alle elezioni nelle liste del PSI sia stato un errore, anche se magari i contatti con i socialisti lo hanno aiutato ad ottenere spazi in RAI. Per quanto riguarda Muccioli, so solo che Gabriele lo conosceva da prima che se ne cominciasse a parlare tanto, e se ha ritenuto di prendere le sue difese avrà avuto le sue ragioni: non sta a noi giudicare se buone o cattive, visto che non le sappiamo.

Note dolenti: Alberto Campo, il tuo acerrimo nemico.

Campo rappresenta - come per altri versi Luzzatto Fegiz - quello che io giornalisticamente non vorrei mai essere. Non mi piace il suo scegliere gli articoli da scrivere in base a ciò che fa o potrebbe fare tendenza, il voler mettere la sua firma sotto qualsiasi pezzo possa accrescere la sua fama di persona competente. Scrive bene, sia chiaro, conosce la musica e fa dell'ottimo giornalismo, ma il suo atteggiamento è all'antitesi del mio. Io sono per le minoranze, per i "bravi ma sfigati", per i "beautiful losers"... Campo è sempre dalla parte del vincente, o potenziale vincente. Ti ricordi quando sproloquiava sulla "morte del rock"? Beh, una volta capito che il rock era tutt'altro che morto ha cominciato a pontificare sui Pearl Jam. A Rumore si è creato una sua corte di lacché che chissà come mai cadono in disgrazia non appena cercano di camminare con le proprie gambe, e per quanto riguarda il lato personale sono almeno tre anni che cerca di buttarmi fuori dalla rivista, e il sapere che non ci riesce mi fa ridere. È vero, il mio ruolo a Rumore è molto limitato: Sorge non ha voglia di mettersi a discutere con Campo per ogni cosa che io vorrei scrivere. Nonostante tutto, non lo odio: mi piacerebbe, però, che trovasse uno splendido lavoro meravigliosamente retribuito che lo impegnasse venti ore al giorno ma che non avesse alcuna attinenza con la musica, così si potrebbe respirare...

Ci sono altri colleghi che non stimi?

Vuoi proprio pescare nel torbido, eeh? Sì, ce ne sono, ma ti faccio solo un nome: Piero Scaruffi. Sai, quel tale che ha avuto la pretesa di scrivere quella Storia del Rock in sei volumi... e poi l'Enciclopedia dell'avanguardia e della new-age... Vedi, io sono fermamente convinto che nessuno al mondo abbia le conoscenze sufficienti per fare un lavoro del genere: per acquisirle al punto da essere in grado di realizzare opere come la sua - dove, cioé, non ci si limita alle cose essenziali, ma si ha la pretesa di scavare a fondo - non basterebbero tre vite. Per cui, Scaruffi - che tra l'altro, oltre ad essere relativamente giovane, è un Gesù Cristo nel campo dell'informatica, insegna all'Università e scrive libri tecnici sull'argomento - non può essere altro che un bluff, uno che vomita cartelle su cartelle facendo un lavoro di "taglia e cuci" di pareri di altri. Come si fa ad avere l'arroganza di scrivere una storia del rock di 2.500 pagine? Una di duecento, superficiale e divulgativa, potremmo scriverla in tanti, ma una cosa così... Quando voglio prendere in giro Bertoncelli, gli ricordo che è stato il primo a dare credito a Scaruffi.

In passato, non hai nascosto il tuo fastidio per l'anglofilia esasperata di Carlo Villa.

Non credo di averlo mai fatto pubblicamente, ma comunque... A me non piacciono le visioni settarie della musica, e Carlo concepisce la critica come una crociata: basta guardare le "Stelle del Mucchio", dove per partito preso definisce "indecente" ogni disco di rock americano. Non è neppure un ragazzino, quindi non puoi spiegare questo suo atteggiamento con l'età acerba e con le prese di posizione estreme tipiche degli adolescenti. Come approccio alla critica musicale, anche se non come generi, sarebbe stato perfetto per il Buscadero di qualche anno fa...

Non mi hai ancora parlato dell'ultima scissione che colpì il Mucchio, quella che portò Marco Denti e Mauro Zambellini a fondare Feedback. Tu all'epoca non c'eri, ma un'idea te la sarai fatta.

Mi stai chiedendo del nulla: Feedback è durata quattro numeri e nessuno si è accorto della sua esistenza. Credo volesse essere una specie di Mojo, secondo me la miglior rivista del mondo, ma anche se la mia conoscenza di entrambi è abbastanza limitata non credo proprio che Denti e Zambellini fossero all'altezza del progetto. Una cosa, di Feedback, mi fece incazzare a morte: il fatto che avessero copiato di sana pianta l'idea di "Fuori dal Mucchio" proponendo un inserto centrale dedicato agli italiani. Quando hanno chiuso, lo ammetto, ne sono stato contento.

Torniamo alla tua carriera. Una critica che ti viene mossa spesso dai lettori - e che io stesso ti ho fatto più volte - è quella di essere troppo buono nei confronti della scena italiana. Parli bene di tutti!

In un'epoca lontana, incensare la scena rock italiana al di là dei suoi effettivi meriti era l'unico modo per farle ottenere un pizzico d'attenzione, anche se ritengo tuttora che i Gaznevada o i primi Litfiba fossero band eccellenti tout court. Stroncare i gruppi autoctoni negli anni '80 avrebbe significato tarpare le ali a una scena che con il tempo è riuscita a crescere e ad arrivare ai buoni livelli odierni. Oggi bisogna essere meno indulgenti, e io credo di esserlo: non faccio grandi stroncature ma nemmeno grandi esaltazioni, e preferisco privilegiare gli aspetti informativi. Di solito io "inquadro" i dischi dal punto di vista stilistico, e ne elenco qualità e difetti, tutto qui. Secondo me il discorso va affrontato da un altro punto di vista: se si volesse essere intransigenti a parlar bene sono dei dischi davvero belli, le recensioni postive sarebbero quindici/venti all'anno; se invece si vuole mantenere una certa obiettività e parlar bene anche dei dischi abbastanza belli, allora sei costretto a recensire positivamente 2.000 dischi all'anno. Queste sono le conseguenze dell'eccessiva produzione, ma non puoi certo attribuirmene le colpe...

Nell'intervista di un anno fa per Il Mucchio, Bertoncelli mi disse che parlare di musica italiana è pericolosissimo: si creano delle amicizie, l'artista ti telefona per sapere cosa ne pensi... Tu stesso hai detto più volte che ti troveresti in profondo imbarazzo a parlare male di amici quali Modena City Ramblers, Gang, Carmen Consoli.

Ho sofferto a stroncare in quella maniera l'ultimo dei Litfiba, visto che con Piero e Ghigo ci sono rapporti quasi ventennali, ma secondo me era giusto farlo e l'ho fatto. Mi sentirei male a stroncare i Ramblers o Carmen, è vero, ma all'occorrenza lo farei. La mia carriera dimostra che non mi sono mai fatto influenzare dalle amicizie, e per questo mi auguro che tutti i miei amici facciano sempre bei dischi... ma so già che non sarà così.

Secondo te, il livello artistico medio della musica italiana è migliorato rispetto a dieci o quindici anni fa, o paghiamo sempre una pesante sudditanza nei confronti dell'estero?

Il miglioramento mi sembra enorme: c'è più consapevolezza, c'è più capacità, anche più "mestiere"... molti dei CD-demo che mi arrivano sono di gran lunga superiori a tanti dischi di un decennio fa. La sudditanza artistica è il prezzo che si deve pagare per vivere alla periferia dell'Impero Rock, ma in generale mi sembra che siano in parecchi a impegnarsi nel tentativo di andare oltre le proprie influenze straniere. A volte, basta il canto in italiano.

Secondo te, perche lo scenario alternativo italiano e' apparentemente caratterizzato da una lotta tra gli operatori del settore? Come mai, tra indifferenza, dispetti e invidie, tutti si preoccupano di raccattare le briciole invece di allargare la pagnotta?

Perché, in Parlamento funziona diversamente? Ognuno vuole la sua piccola fetta di gloria, il suo piccolo orticello di potere... Sai il proverbio "quando ci sono troppi galli a cantare, non fa mai giorno?" Beh, è la stessa cosa: ogni galletto cerca di acchiappare le sue bricioline, e la pagnotta non si costituisce mai. Ogni tanto, qualche grosso falco ruba le bricioline al galletto, e se il galletto protesta fa pure una brutta fine... Sono vent'anni che vedo queste cose, e smetterò di vederle solo quando sarà sotto due metri di terra. O, almeno, spero...

Alla luce di quello che percepisci oggi riguardo la scena italiana, credi che un giorno sarà possibile esportare musica che non sia Pausini e Ramazzotti?

Dicendo sì, mi sentirei un illuso, però un minimo ci spero. A livello underground può anche succedere - prendi il caso degli Uzeda che incidono per la Touch & Go - ma sulle centinaia di migliaia di copie non scommetterei mille lire. Dubito fortemente che gli inglesi e gli americani lascerebbero accadere qualcosa del genere in campo rock, mentre finché si tratta di pop ultramelodico...

Prima si parlava di stroncature. Fino a qualche tempo fa, su Rumore, Luca Frazzi godeva come pochi a massacrare gli esordienti nella rubrica Democrazia. Un modus operandi diametralmente opposto al tuo. Eppure, collabori con Frazzi in Bassa Fedeltà.

Luca Frazzi è un simpatico khomeinista musicale, con tutti i limiti che questo comporta. Prendere o lasciare. Confesso che Democrazia era la prima cosa che leggevo non appena avuto in mano Rumore, e mi faceva schiantare dal ridere. Sai qual è uno dei più grandi problemi della scena italiana: che si prendono tutti troppo sul serio, mentre l'ironia e il saper ridere sono qualità importanti. Se una battuta su di te è spiritosa e non offensiva, non puoi infuriarti: non mi risulta di avere chiesto la tua testa per le cosacce che, ogni volta, scrivi su di me ne I deliri di Rovad...

Devo ammettere che, ogni volta che ti ho preso in giro, sei sempre stato il primo a riderne, caro Guly...

Già, Guly. Sei l'unico, assieme a Max, che mi chiama così... Però ha portato bene: il tuo Milan ha vinto lo scudetto, e Guly ha contribuito al sorpasso della odiatissima Lazio.

I maligni dicono che hai ucciso Picardi perché, durante il Meeting delle Etichette Indipendenti di Faenza, tutti chiedevano di lui e nessuno considerava Guglielmi. Una sorta di "gelosia del proprio alter-ego". È andata così?

Ma no, figurati. Picardi è stato ucciso perché gestire una persona che non esisteva era diventato impossibile: Picardi veniva richiesto da tutte le parti, ed io non sapevo come fare a farlo apparire. È stato divertente, ma non poteva continuare. Mi è dispiaciuto, comunque, doverlo far fuori.

È vero che, quando parli di te stesso, ti definisci "il più grande critico musicale italiano"?

Mai detto nulla del genere. Non mi ritengo "il più" in nessun campo, a meno che non ti riferisca a ristretti ambiti del rock italiano o al punk del '77. Non sono il più bravo a scrivere perché c'è Bertoncelli, non sono il più competente in senso lato perché c'è Cilìa... per fortuna non sono neppure il più antipatico, perché c'è Alberto Campo...

Hai conosciuto moltissimi artisti. Chi ti ha colpito e chi ti ha deluso, soprattutto a livello personale?

Difficile dirlo, perché le interviste sono sempre brevi e non fai in tempo ad instaurare un contatto umano. Iggy Pop, che ho incontrato a Roma, è stato come immaginavo: mentre facevamo una foto insieme, invece di "cheese" diceva "cocksucker"... Billy Corgan degli Smashing Pumpkins, con i giornalisti, di solito è una specie di orco, ma con me fu gentilissimo: dall'incontro venne fuori un'ottima intervista per Rumore, cosa che non mi sarei mai aspettato considerando che, con il giornalista con il quale stava parlando prima di me, si era alzato e lo aveva lasciato lì... anche il primo approccio era stato terribile: per rompere il ghiaccio gli avevo detto "lo so cosa stai pensando: un'altra noiosa intervista" e lui, senza togliersi gli occhiali scuri, mi aveva risposto "diciamo che ti concedo il beneficio dei dubbio". Altri grandissimi? Greg Graffin dei Bad Religion, un ragazzo splendido con una grande cultura e un'enorme sensibilità. Mike Ness dei Social Distortion, che è stato l'unico che mi abbia mai dedicato una canzone durante un concerto. Jeff Buckley, timido ma gentilissimo. Stiv Bators, il cantante dei Dead Boys purtroppo morto una decina di anni fa: mi aprì la sua valigia piena zeppa di droghe di ogni tipo, e voleva ad ogni costo che prendessi qualcosa. Andy Eldtrich dei Sisters Of Mercy, persona intelligentissima che parla sei o sette lingue, con cui mi sono anche scambiato qualche cartolina. I Devo, con i quali - se non ci fosse stato di mezzo l'Oceano Atlantico, sarebbe di sicuro nata un'amicizia: improvvisarono per me una Satisfaction acustica usando come percussioni delle lattine vuote, e mi regalarono anche una delle loro tute. Michael Stipe, con il quale sono stato un buon quarto d'ora a chiacchierare di band della prima new wave americana. Ho avuto un brutto incontro, invece, con Thurston Moore e Lee Ranaldo dei Sonic Youth, che durante l'intervista facevano i cretini e davano risposte senza senso... si vede che mi trovavano antipatico, perché chiunque altro li abbia intervistati me li ha descritti come persone splendide...

E tra quelli italiani?

Di quelli di provenienza anni '80 non saprei cosa dirti: sono tutti cresciuti con me, ci parlo spesso, alcuni sono amici. Tra gli "storici", mi ha fatto un'impressione incredibile Franco Battiato, mentre ho il grande rimpianto di non avere mai conosciuto Fabrizio De André, il più grande della musica italiana di tutti i tempi. Tra i più giovani, al primo incontro, mi hanno colpito molto Carmen Consoli e Max Gazzé.

Il futuro di Federico Guglielmi.

Il futuro è un'ipotesi. Se parliamo di speranze, mi piacerebbe poter condurre un programma radiofonico alla RAI almeno per quattro mesi all'anno, adoro la radio e quando non trasmetto ne soffro. Vorrei fare un programma semplice, di sera o di notte, senza minchiate, collegamenti, inserti e ospiti più o meno "pilotati": solo un paio d'ore al giorno di buona musica, presentata con competenza e desiderio di comunicare emozioni. Non ho, invece, alcuna mira televisiva, tutte le volte che sono stato ospite da qualche parte ho rilevato una orribile sensazione di falsità. Non ho più ambizioni di avere una rivista tutta mia, come si dice in questi casi "grazie, abbiamo già dato", mentre mi andrebbe di scrivere qualche libro in più.

E se facessi un "sei" al Superenalotto?

E vincessi un mucchietto di miliardi? Di sicuro ne darei uno a Max, anche a fondo perduto, per garantire la sopravvivenza del Mucchio per un altro bel po' d'anni. Poi rifonderei la High Rise, solo allo scopo di far realizzare dischi degni di tal nome a gente brava che nessuno caga. E poi, probabilmente, metterei su un semestrale di approfondimento rock alla Mojo: ora come ora non saprei come chiamarlo, ma lo slogan pubblicitario sarebbe "finalmente una rivista senza Alberto Campo!".

Visto che stiamo parlando del domani, e che questa intervista sarà pubblicata in rete, come credi che il mondo musicale possa evolversi con l'avvento di formati audio tipo l'MP3?

Credo che ci vorrà ancora un po' di tempo, ma in teoria la cosa potrebbe funzionare. È ovvio che il mercato dovrà adeguarsi, e che ci saranno molte resistenze, ma per la rapida diffusione della musica si tratta senz'altro di una cosa rivoluzionaria. Internet è un veicolo straordinario per la circolazione delle informazioni, e quindi anche per l'arricchimento culturale di chi ne fa uso. Poi, quando vedi che il suo business è in gran parte incentrato sui siti erotici, ti cadono le braccia...

Sempre riguardo alla musica su Internet, cosa ne pensi della petizione firmata da 400 artisti italiani contro la diffusione della musica on-line?

È ovvio che tutti hanno paura, e un po' hanno anche ragione: l'idea della musica gratis è incompatibile con il business. Un domani, quando le etichette e gli artisti potranno vendere il loro prodotto tramite Internet sarà tutto diverso, ma oggi come oggi non si può pensare che un musicista sia contento che le sue canzoni siano regalate... Personalmente, però, scaricherei un album dalla rete solo se non fosse assolutamente possibile acquistarlo come prodotto ufficiale: ancora oggi faccio fatica a digerire il CD rispetto al vinile, figurati il CD fatto in casa con i file MP3.

Mi piacerebbe concludere con il tuo ricordo più bello della tua carriera giornalistica.

Professionalmente, Stereonotte. A livello di emozione "forte", una conferenza che tenni assieme ad un altro paio di oratori - uno, mi ricordo, era Stefano Pistolini - alla scuola che avevo frequentato una decina di anni prima, il Liceo Classico Terenzo Mamiani: essere dall'altro lato del tavolo a guardare qualche centinaio di ragazzi nella stessa palestra nella quale mi ero tante volte trovato a seguire avvenimenti del genere, è stata una sensazione strana e bellissima. Quotidianamente, sono molto gratificato dagli attestati di stima dei miei lettori: è bello che ora esista l'e-mail, mi permette di comunicare con un sacco di gente senza troppe difficoltà e perdite di tempo. Anzi, a proposito: MD7213@mclink.it, per chi fosse interessato.



Quando Guly mi ha proposto di intervistarlo per festeggiare i venti anni di attività, ho accettato immediatamente. Federico Guglielmi è la figura ideale per continuare quella "storia dell'editoria musicale italiana" iniziata con Max Stèfani (Mucchio n. 287) e proseguita con Riccardo Bertoncelli (Mucchio n. 333). Nella sua carriera, Guly ha fatto di tutto: critico musicale, conduttore radiofonico, esperto televisivo, autore di libri, produttore, "pioniere italiano" della nuova musica di fine anni '70 (punk e new wave), strenuo sostenitore del rock italiano e creatore dell'alter-ego Gianluca Picardi. "L'unica cosa che non ho mai fatto, è stato organizzare concerti", dice lui. Fin qui, sembra l'introduzione ad una celebrazione. Ed invece no, perchè Guly è anche quel critico che, assieme a quotati colleghi, nel 1988 decise di fondare Velvet, rivista "esageratamente concorrenziale" alla testata di Stèfani - su cui Federico scriveva dal numero 21 del 1979 - che fallì miseramente. Non solo: secondo alcuni, Guglielmi "non parla mai male del rock italiano". Da qui l'accusa di "buonismo", mossagli principalmente per aver firmato (od ospitato in Fuori dal Mucchio) recensioni positive di opere quantomeno imbarazzanti. Dico la verità: tra questi "alcuni", spesso ci sono anch'io. Nell'intervista, Guly ha risposto a tutte le domande con la massima disponibilità, senza evitare le tappe più dolorose (leggi "Stereonotte") e discutibili (leggi "scissione dal Mucchio") della sua significativa carriera. Cronaca (lunga ed avvincente) di un fondamentale spicchio di storia della critica musicale italiana.

L'intervista è un po' lunga, vi consiglio di stamparvela o di registrarvela sul vostro computer per leggervela con calma, off-line.

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