"Io non so chi è Guccini": Lodo Guenzi ricorda il Maestrone

L'unica persona famosa a cui ha mai chiesto una foto, mito, esempio, presenza costante. Un testo dedicato a Francesco Guccini da parte della voce de Lo Stato Sociale, che porta in giro uno spettacolo dedicato all'artista di Pavana con la sua storica band

Guccini, foto via Creative Commons
Guccini, foto via Creative Commons

Non so parlare di Guccini, perché io non so chi è. Tutte le volte che ho sfiorato la sua immutabile presenza nell'orizzonte di un ragazzo emiliano come tanti, era una persona diversa. Non so parlare del Francesco Guccini delle leggende, delle gite a casa sua in via Paolo Fabbri 43, del mito delle strimpellate in cambio di vino rosso, o del Guccini incastonato in fotografia in bianco e nero sulle pareti delle osterie, del Guccini alto e giovane che ride appeso al muro di Vito, una chitarra in mano, Dalla al clarinetto. Come supereroi di noi ragazzini di sinistra, qualsiasi cosa questo voglia dire adesso.

Del Guccini che pare abbia risposto al telefono: viene all'occupazione della nostra scuola. Del Guccini lontano e scontroso, che sta sui monti. Del Guccini che ti fa scoprire le parolacce nelle canzoni; di quello che quando le scriverai tu le canzoni e sarai convinto di assorgere all'olimpo delle invettive, saranno tutte una brutta copia di una brutta copia di una brutta copia dell'Avvelenata.

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Del Guccini al suo compleanno, che racconta delle vigne di zucchero e ti chiama, o chi per lui, a suonare. L'unico a cui hai chiesto una foto nella vita e nemmeno hai capito che senso ha chiedere una foto a qualcuno. Del Guccini che negli anni novanta porta i ventenni nei palasport. Che è ufficialmente il sopravvissuto tra i cantautori politici, perché ha raccontato la vita e i sentimenti umani e l'anomalia tra i cantautori romantici, perché sullo sfondo ha dipinto il mondo e le sue ingiustizie. Del Guccini, suo malgrado simbolo politico, e Del Guccini che amava troppo la politica per ridursi a ragionare per simboli o per slogan.

Del Guccini che quando ti danno Piazza Maggiore gratis per suonare e ti dicono "è la prima volta dal 21 giugno 1984" pensi che mica te lo meriti e allora suoni una sua canzone. Un ragazzo poi ti racconterà di averti filmato, avertela fatta ascoltare in macchina, pare Guccini gli abbia detto che gli è piaciuta, secondo me per non prolungare il discorso e andare a letto prima. E poi Del Guccini del "come sta Guccini?" Dicono peggio, dicono meglio, dicono chissà.

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Del Guccini che fa canzoni fino a 70 anni e dai 30 anni in avanti ogni volta le annuncia come le ultime. Del Guccini che ha avuto il coraggio di rompersi le palle di suonare. Del Guccini che mi chiedono di andare in tour con la sua band a raccontare il concerto della loro vita e io timidamente prima di accettare dico solo "chiedete a Guccini se gli va bene che ci sono io".

Del Guccini di Flaco, di Ellade, di Vince, di Antonio, di tutti i tavoli di legno dei festival o camerini con secchi e specchi di teatri che diventano osterie. Delle storie dei tarocchi demenziali, dei peccati non veniali di compagni di tour che hanno visto due volte il mondo e la vita che ho visto io. Del Guccini unico cantautore che conosca che non aveva i suoi musicisti ma aveva una band, talmente band che ha continuato a essere una band anche senza di lui.

Del Guccini fragile che prepara un piccolo video da proiettare nei teatri per dire che è contento che siamo in tour a suonare quelle canzoni ancora una volta. Del Guccini delle canzoni che sembrano tutte più ricordi che canzoni e poi le senti 40 anni dopo, il mondo è cambiato e non ricorda per nulla quello che era, ma quelle canzoni restano grandi uguali. Come una forma ingannevole di eternità travestita da rievocazione giovanile. Del Guccini che non è mai abbastanza musicista per musicisti.

Del Guccini che non è mai abbastanza poeta per i puristi. Del Guccini soprattutto a cui non è mai importato di dover essere abbastanza. Del Guccini di Teresa, che ha la mia età e a Cremona viene a sentirci con suo figlio e dico "mettilo a bordopalco se vuoi" e lei mi risponde "io stavo lì, da bambina, la sera di Piazza Maggiore".

Del Guccini che invidio: avessi la fortuna di scrivere nella vita un solo verso che campi quanto i suoi. Del Guccini che sa ammettere la sua di invidia, per non aver scritto "Luci a San Siro". Del Guccini che puoi salire su un palco con un maglione e un paio di jeans e cantare semplicemente le canzoni. Strano pensarci oggi che le canzoni non le ha quasi nessuno ma tutti hanno fuochi d'artificio e unicorni alati. Del Guccini di quando ti fermano per strada, ti danno una chitarra e tu che gli suoni che loro possano sapere, che le canzoni della radio mica le conosci. Cosa gli suoni? E allora gli suoni Guccini.

Del Guccini di quando mi è crollato tutto il mondo addosso e ho pensato di mollare mi sono detto "se può levarsi di torno chi ha fatto la storia, figuriamoci chi a malapena ha fatto un paio d'anni di cronaca". Del Guccini che tutte le volte che ho avuto nostalgia ho pensato al colore delle stoviglie, a un secolo in cui sono nato ma non ho vissuto, a un mondo che non mi somiglia e amori che sono stati molto, ma che non sono stati abbastanza.

Del Guccini soprattutto che dopo tre ore di concerto o due litri di vino rosso, 80 anni di vita, 40 di musica, a un certo punto dice quello che va detto. Sapete cosa? A nin pòs piò.

 

Il testo riprende integralmente un discorso dedicato a Francesco Guccini che Lodo Guenzi - protagonista dello spettacolo “Fra la via Emilia e il West” assieme ai Musici di Guccini, la sua ex band – ha voluto registrare nelle ore successive alla notizia della morte. 

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L'articolo "Io non so chi è Guccini": Lodo Guenzi ricorda il Maestrone di Lodo Guenzi è apparso su Rockit.it il 2026-08-07 14:27:00

Tag: addio

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