Iosonouncane: la musica migliore è quella che non ha fretta

I giudizi affrettati sull’album da quasi due ore del musicista sardo hanno riaperto una vecchia diatriba: la velocità sta uccidendo la critica? L’ascolto di sfuggita, solo per stare nell'hype, rovina l’esperienza?

Elaborazione grafica della copertina di IRA di Iosonouncane
Elaborazione grafica della copertina di IRA di Iosonouncane

Spesso si parla di musica colta e musica popolare, di ascolti facili e difficili. C'è una vasta letteratura in merito. D'altronde la complessità è spesso tra i motivi per cui ci si interessa a un'opera d'arte. Per me almeno, spesso è stato così: uno degli effetti primari del imbarcarmi nell'ascolto di gruppi krautrock o nella visione dei film di Lynch, verso i 18 anni, è stato di moltiplicare le occasioni di conoscenza. Come dice Julio Cabrera, per appropriarsi di qualcosa non è sufficiente studiarla e capirla: bisogna anche viverla, sentirla sulla pelle, drammatizzarla, patirla... insomma sentire che le nostre certezze sono state fatte traballare febbrilmente; se no avremo appreso ma non ce ne saremo appropriati, non avremo cioè realmente capito. L'aspetto esperienziale ci offre un linguaggio oltre il balbettamento dinnanzi a qualcosa di cui non si possiede alcuna articolazione razionale e al quale, di conseguenza, si potrebbe fornire solo un involucro emotivo (come un urlo o un'espressione di meraviglia). Ciò non toglie che debbano seguire curiosità e approfondimento. 

Quando si parla di musica difficile se ne parla al passato, come se fosse un ricordo di tempi andati: Battisti della discografia bianca, Le Stelle di Mario Schifano, i gruppi d'oltreoceano o britannici. Uno per tutti: i Tool. Soprattutto dalle nostre parti sembra esserci una costante, crescente avversione nei confronti degli ascolti complessi. L'analisi di un disco per cui servirebbe un mese di ascolti quotidiani in cuffia, chiusi in un bunker al buio, per dare un giudizio a stento sensato, resta incomprensibilmente catchy,  sensazionalistica, legata spesso alla scia del hype e succube della creazione di un mito piuttosto che alla reale analisi.

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Credo ne sappia qualcosa Iosonouncane, al secolo Jacopo Incani, di cui è uscito un disco di recente. IRA dura quasi due ore, era dal 2019 che era nell'aria e ne ha parlato in pratica chiunque. Già dalle prime due ore dopo l'uscita dello stesso disco, gridando (perlopiù) al miracolo. Storie su storie su Instagram manco fosse Single Ladies di Beyoncé, per un disco così denso di 110 minuti da unire rock, avanguardia, elettronica, jazz, musica maghrebina e tanto altro, scritto in un “idioma ipotetico dello sconfinamento” che mescola inglese, francese, spagnolo, tedesco e arabo. Quindi le opzioni son due: o la gente non ha nulla da fare tutto il giorno, o è dotata di un QI tanto alto da poter scardinare un disco così complesso in una manciata di ascolti skippati su Spotify. Oppure entrambe le cose: beati loro. Se no c'è una terza via. Il giudizio su IRA di Iosonouncane era stato scritto, nero su bianco, già nel marzo 2019 quando l'ultima data del tour conoscitivo (Foligno, Milano, Mestre, Bologna, Torino, Napoli e, infine, Roma) era andata sold-out – prima di rinviare tutto per il Covid.

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Nessuna teoria del complotto, il punto è piuttosto un altro. Come scrive Jukka Reverberi dei Giardini di Mirò dal suo profilo social, non entriamo “nel merito di questi giudizi ma sulla modalità frettolosa, bulimica, irrispettosa nel commentare un lavoro di due ore senza neppure davvero ascoltarlo”. Non seriamente almeno. E' una mancanza di rispetto profonda per un musicista e il suo lavoro che può necessitare di “un tempo d'ascolto necessario” diametralmente opposto ai normali ascolti e ancora di più a quelli usa e getta. E badate bene, vale anche per quelli che incensano come non ci fosse un domani nei primi giorni e poi fine, silenzio, il nulla più.
 
Innanzitutto perché gli autori di dischi difficili non sono dei pazzi invasati, non la buttano in caciara e - nella maggioranza dei casi - sanno benissimo cosa vogliono.  Ci sono quelli a cui semplicemente non basta la solita minestra. Di solito vengono da piccoli centri, e già il fatto di suonare qualcosa che li distanzi dai gusti di tutti (da Gigi D'Agostino a Vasco, fate voi) fa molto. Li fa sentire diversi, profumare di autenticità e anticonformismo. Spesso si tratta di persone molto intelligenti e articolate che non sopportano più il posto in cui vivono, e non è raro il caso di singoli che poi entrano a far parte del giro giusto pur non rinnegando la propria aurea outsider; potrei citarvi, nomi e cognomi, svariati casi così - attualmente assai felici sui palchi di mezzo mondo come Enrico Gabrielli o coccolati dalla TV come Roy Paci.

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Poi ci sono gli onnivori, quelli che (mentalmente) fermi non ci san proprio stare e difficilmente per più di cinque anni mantengono la stessa fisionomia artistica. Questi sono autori dei dischi difficili classici, quelli da mitologia rock per capirci, alla Franco Battiato insomma, che a furia di giocare col fuoco finiscono per diventare mainstream. Qualcuno l'ho incontrato (pochi, e soprattutto prima del salto), ma devo dire mai di così conclamati. Anzi, quasi sempre ancora discreti, modesti (come i Verdena dei doppi album): di solito sono gli stessi musicisti che poi, raccontando le proprie azioni, ti fanno scoprire effettivamente cosa ha generato cosa in un dato album. Poi ovviamente ci sono pure le eccezioni, gente egocentrica che si mette morettianamente di ¾  davanti alla finestra a chiedersi come li si noti di più, possessiva e sospettosa rispetto al proprio lavoro e irrimediabilmente arrivista. Confesso che temo sempre un bel po' queste persone: la conversazione non è mai un granché, e la simpatia è spesso fuori dallo scenario.

Infine ci sono gli aulici, di ogni genere, tipo e orientamento musicale. Quelli che autonomamente e senza scopo di lucro cercano da tempo di colmare il divario tra cultura alta e bassa. Una categoria a parte che probabilmente un giorno si è chiesta: “Ma la cultura non dovrebbe essere alla portata di tutti?” e credendo che la cultura non dovrebbe differenziarsi in alta e bassa, ha provato a fare in modo che raggiungesse chiunque (fosse interessato). Perché la vera guerra oggi non è soltanto sul terreno del diritto al lavoro ma è anche questo: la cultura deve essere un diritto e un dovere di tutte e tutti e bisogna lavorare perché ciò avvenga. Tutta la cultura. Qui il discorso è assai diverso; se cerchi di entrare (in vari contesti) in dischi come Ellipses Dans l’Harmonie di Teho Teardo o Sonus Ruinae di Marta De Pascalis o Momentum dei Calibro 35 o Infernum di Murubutu  o Forever di Francesco Bianconi o Forme Complesse dei FBYC o appunto IRA di Iosonouncane e di tanti altri dischi, perlopiù, difficili: non si tratta soltanto di ascoltare ma di qualcosa di assai più inspiegabile: accesso. A un mondo desiderato e, almeno per me, desiderabile dove la propria cultura si mischia con quella di chi ha realizzato quel dato album, qualcosa insomma di molto diverso, e  distantissimo da sé e dalla propria realtà di ascoltatore (medio) che di una canzone può sentire solo la canzone. E' un’esperienza esotica, a volte profonda e intensa. Un blast mentale e culturale lontano anni luce dal semplice ritornello da cantare sotto la doccia, per quanto bello possa essere anche fare quello.

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Buone notizie insomma: dischi e artisti difficili, di molti tipi, sono ancora tra noi. E non sono affatto come le dipinge l’immaginario collettivo: per fortuna sembrano, in maggioranza, molto meglio, se siete disposti a dargli il vostro tempo. Sempre a patto che la musica vi piaccia davvero, è per voi sia una questione di sangue, testa e passione e non di tutt'altro.

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L'articolo Iosonouncane: la musica migliore è quella che non ha fretta di giorgiomoltisanti è apparso su Rockit.it il 2021-06-01 10:48:00

COMMENTI (4)

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  • giorgiomoltisanti 12 g Rispondi

    @mario.miano.39 forse non ci siamo capiti, per me (e non solo grazie a dio) IRA è un disco ostico e complesso. Fortunatamente aggiungerei. Se poi per te è "na passeggiata de salute" (cit. pop), beh, buon per te. Io credo che, come spiegato in redazione al momento di scrivere ques'analisi, il bello di trovarsi davanti queste opere sia l'essere consapevoli che qualcuno, non noi, non ora, non qui, ma altrove, ha studiato (per dire) elettronica e destrutturazione oppure cromatologia e meditazione trascendentale e noi possiamo farne esperienza e analisi indiretta. Ciò non toglie che debbano seguire attenzione, curiosità e approfondimento. Altrimenti, sebbene tutti i buoni propositi di Lynch o Incani, di Mulholland Drive o di IRA rimarrebbe solo Mulholland Drive e IRA. Ma, ripeto, se tu sei uno che capisce IRA, Mullholland Drive (o un quadro di Rothko, o una scultura di Mueck, o una performance dei Coil) nel momento esatto in cui ne sta facendo esperienza, beh, tanto di cappello. Ci mancherebbe. A me non succede così, ma lo trovo ancora più stimolante e quindi, nel mio piccolo, bello. Un saluto e buoni ascolti.

  • mario.miano.39 12 g Rispondi

    @giorgiomoltisanti.. quello che intendevo è che la presunta critica musicale in Italia ha cercato da molto prima che uscisse iRA di decantarlo come un prodotto ostico, in antitesi con spotify e l'ascolto medio di oggi. Ma in questa trappola cade prima la critica perché facciamo un esempio stupido: Lana del Rey sta pubblicando dischi in continuazione e le canzoni sono lunghine e piene di parole, testi fiume (il contrario di IRA) che ci vorrebbero raccontare la provincia americana e che secondo me sono impossibili da recensire il lunedì dopo un uscita nel music friday.
    O anche rendersi conto che nel bollettino del venerdì si possono ascoltare cose super come delle cose che definire di basso livello è n complimento. Attenzione, la rubrica la leggo sempre e ascolto quasi tutto ma chiaramente tante canzoni scegli subito di non riascoltarle perché ti sembrano subito poco adatte al tuo gusto ma vi assicuro che ce ne sono molte che ho intercettato poi solo strada facendo perché erano dei capolavori ma avevano bisogno di ascolti. Fra tutte mi ha sopreso "dieci" di Annalisa, un vero capolavoro pop ma il pregiudizio da parte mia era davvero forte anche se non me ne piace nessun altra di lei. O di "fil di ferro" di Piccolo che davvero è una forma di pop sperimentale e tradizionale da lasciare di stucco. O anche il nuovo di Cosmo che conserva il meglio per gli ultimi bellissimi 4 pezzi se ci arrivi ad ascoltarli con quel capolavoro "vele al vento".
    E comunque non ho affatto capito tutto se non che IRA è bellissimo e scopro sempre nuovi particolari nelle canzoni che contiene.
    Insomma voglio dire che per fortuna questo disco è della gente e non solo della critica. Continuo a fissarne la copertina del vinile cellophanato e che non aprirò mai. La cosa migliore che abbia comprato da tempo.

  • giorgiomoltisanti 12 g Rispondi

    @mario.miano.39 rileggi, sarai più fortunato. Comunque bella per te se hai già capito tutto in due settimane, ci mancherebbe, chapeau.

  • mario.miano.39 13 g Rispondi

    Carissimo, non c'è nulla di difficile in Iosononcane.
    Parti dall'ultima canzone, quella che secondo la spotyregola ha meno streamings. Sto parlando di "cri".
    Se è vero che l'italiano medio compra il vinile di "dark side of the moon" costantemente, allora tu dimmi quale riscrittura migliore di quella onirica pomposità ci possa essere se non il brano che chiude IRA.
    Oppure la cantilena di "prison", melodia che definire canticchiabili è poco!
    Ma anche "hiver" apre in modo classicheggiante, ecco, la trovo molto commerciale anche nella sua nn lingua.
    Finalmente, qualcuno che non cerca di parlarmi del mare o di esibire parole su parole, che non ha un metoo da impartirmi, una qualcosa in cui riconoscermi.
    Davvero IRA è un'esperienza meravigliosa, il top che meriterebbe palcoscenici ben oltre l'Italia!