Iosonouncane e Paolo Angeli: "Un concerto non deve mandare a casa tutti contenti"

Perché due grandi artisti decidono di pubblicare un album live insieme (“Jalitah”) a 5 anni dal tour? Perché è così difficile sperimentare in Italia? A queste e molte altre domande rispondono direttamente Iosonouncane (protagonista del prossimo episodio di “25”) e Paolo Angeli

Iosonouncane e Paolo Angeli in concerto
Iosonouncane e Paolo Angeli in concerto

Il 9 giugno è uscito Jalitah, il disco che testimonia la serie di concerti fatti da Iosonouncane e Paolo Angeli insieme nella primavera estate del 2018. Jalitah è il nome di un arcipelago situato nel canale sardo-tusino e rappresenta pienamente la forma dell'album, nel quale le canzoni riemergono dal flusso di improvvisazioni libere, risalendo profondità spesso abissali.

Un disco che contiene canzoni di Jacopo Incani (pre IRA) e di Paolo Angeli, e che unisce due delle voci più autorevoli della Sardegna contemporanea per un ponte che collega la musica indipendente italiana, l'elettronica, il rock e il cantauorato con l'avanguardia della chitarra preparata sarda a 18 corde, lo strumento creato da Angeli per cui è diventato famoso nel mondo. Abbiamo chiacchierato con entrambi in un'intervista doppia decisamente interessante da leggere, mai banale e mai piaciona, in grado di scuotere dal torpore. 

 

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Perché questo disco oggi?

Iosonouncane: Non abbiamo programmato di uscire con così tanto ritardo: abbiamo programmato il tour, fatto i concerti, poi abbiamo tirato giù una prima scaletta perché pensavamo di fare un disco doppio visto che il concerto durava quasi due ore. Cercando però di stare fedeli a quel tipo di scaletta, il risultato non era soddisfacente, non funzionava in quanto disco da ascoltare. Una volta usciti dall'idea di fare un disco live abbiamo preso il materiale più esaustivo nella sua completezza, di quello che è stato il nostro incontro fino a quel momento là. Non è un disco che facciamo uscire per poi portarlo in tour, il tour l'abbiamo già fatto e il bello è che durante quei concerti ci siamo conosciuti musicalmente, sul palco. Il nostro progetto in duo è nato dal vivo, non abbiamo fatto due mesi in studio per poi portare il disco dal vivo, è stato esattamente il contrario. Quindi abbiamo selezionato il materiale per un solo disco rappresentativo dell'incontro, non della fotografia del concerto e per quello c'è stato bisogno di tempo. Poi c'è stato il covid, io ho lavorato a IRA, Paolo ai suoi dischi, poi c'è stato un ritardo coi vinili, e volevamo avere la certezza di averli all'uscita.

Com'è nata la vostra collaborazione?

Paolo Angeli: La collaborazione con Jacopo è frutto di un incontro assolutamente spontaneo. Ho conosciuto la sua musica tramite mio fratello che l'aveva visto suonare dal vivo quando portava La macarena su Roma in una dimensione solista e assolutamente visionaria. Contemporaneamente Jacopo aveva organizzato un mio concerto a Buggerru, al Museo dei minatori. Lì ci siamo conosciuti personalmente e lì c'è stata una profonda affinità sotto tutti i punti di vista, che poi è sfociata con la prima collaborazione su Die, nel brano Buio. Tutto nella massima naturalezza. A volte nella musica - diciamo così - pop, le collaborazioni nascono sotto un punto di vista commerciale, mettendo insieme due mondi perché uno più uno possa fare tre. Nel caso nostro c'è una stima profonda, siamo arrivati gradualmente al tour in una fase strana, in cui non erano in molti a voler scommettere in un progetto così senza un album alle spalle. Panico Concerti si prese il rischio, puntando anche su teatri come il Duse da più di mille persone, che poi andò sold out. È stata una bella esperienza di autoproduzione dal basso. 

La vostra musica unisce il mondo dell'indipendente a quello dell'avanguardia. La risposta del pubblico a quei concerti com'è stata?

PA: Durante il tour, il pubblico ha risposto in una maniera quasi commovente, perché da un lato c'eravamo noi a metterci in discussione, ad abbandonare la zona di comfort. È molto facile appartenere a una famiglia nella musica e autodeterminare te stesso nel dire: "io faccio avanguardia". Trovi il giornalista, il compagno di viaggio, il pubblico che si identifica in quella famiglia e va tutto bene. Nel momento in cui tu decidi di non voler appartenere a una famiglia, ma di creare ponti in un concetto di famiglia allargata, può essere faticoso convincere tutto quello che c'è attorno alla musica. Quando tu riesci dal vivo, senza galateo, a entrare facendo musica negli ascolti e nelle vite di un pubblico è già bellissimo. Poi dipende dalla latitudine: a Salerno dovevamo fermare il soundcheck quando c'era la messa, alla fine abbiamo fatto un concerto super punk con un pubblico di giovanissimi, meno abbottonato di quello bolognese, che chiedeva a Jacopo Stormi e lui che rispondeva "Non la suono!".

I: Il dato di fatto è che il mondo dal quale Paolo viene  - semplifico - potrebbe guardare con sospetto a quel che è canzone, melodica o peggio ancora orecchiabile. Il mondo da cui vengo io, cioè quello della musica indipendente italiana che costeggia il pop (qualcosa di molto vischioso, non stiamo parlando né di Brian Wilson né dei Talk Talk quando parliamo di pop nel nostro paese), guarda immediatamente con sospetto a chi fa cose non del tutto accessibili, si è sedimentata questa retorica per cui il pop è la cosa più difficile e alta, tutto il resto sono masturbazioni di musicisti. Si fa fatica a fruire della musica senza aspettative. Sono due mondi rigidi per motivi diversi, noi ci siamo buttati in una terra di mezzo che è legittima e illegittima entrambi i mondi. C'è stato chi era venuto a sentire Stormi non sapendo chi fosse Paolo Angeli ed è tornato incazzato nero, chi conosceva Paolo Angeli e veniva dalla musica di ricerca guardando con mezzo ghigno Iosonouncane che è quello che viene recensito da Rockit. Questa terra di mezzo in cui ci siamo buttati, dal mio punto di vista è sublime. abbiamo voluto semplicemente suonare insieme e per farlo abbiamo dovuto creare spazi in cui l'altro potesse entrare. Uso un'espressione di Paolo, siamo due battitori liberi, ci piacciono un sacco di cose diverse, rispettiamo tutti ma non abbiamo timore reverenziale nei confronti di nessuno. 

 

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Sembra che promoter, festival o locali vogliano quasi proteggere il pubblico da esperienze diverse, pensando che potrebbero non capirle, quando invece le persone sono più curiose di quanto si creda...

I: Abbiamo anche una percezione molto falsata: se io ai tempi de La macarena su Roma o prima facevo un concerto molto spigoloso, avevo sicuramente il 60% delle persone che andavano via dicendo "Questo è un coglione", non c'era però l'abitudine un secondo dopo di andarlo a scrivere pubblicamente. Adesso non c'è neanche il tempo di riflettere un attimo, si tirano le somme subito, qualunque sia l'argomento: concerto, pandemia, guerra in Ucraina, pochi secondi dopo c'è qualcuno che ha pareri precisissimi su tutto e li deve esporre pubblicamente. È più facile qualcuno ti scriva su Instagram "Perché non hai fatto quel pezzo, sono incazzato nero", piuttosto di quello che sta ancora rimuginando su quello che ha sentito. Poi per quanto mi riguarda se metà del pubblico di un concerto è dubbioso o arrabbiato, per me è una cosa buona, viva dio, di che cosa stiamo parlando? Con tutta l'umiltà del mondo tipo Benigni e Troisi con la testa sotto i piedi, ma non penso che tutti quelli che sono andati a vedere Ornette Coleman, Battiato negli anni settanta, i Can o i Velvet Underground - per citare nomi enormi - tornassero a casa dicendo "Wow che figata, è stato davvero un bell'evento". L'arte dev'essere conflittuale, se non lo è c'è qualche problema. Poi esiste l'arte al di fuori del conflitto, ma deve passare tramite un processo dialettico. Il concerto non deve mandare a casa tutti contenti. Non è quello l'obiettivo di un concerto, casomai di una campagna marketing. Per valutare dei concerti molto spesso si usano delle categorie dello spirito che non si applicherebbero mai a un romanzo o a un film. Uno non direbbe "Il film di Lynch non è bello perché mi ha disturbato". La musica la si tende a raffigurare come sempliciotta per sempliciotti e se lo dice un vecchio bacucco tipo l'ex premier Conte capisco pure, meno se lo dice uno del nostro ambiente.

PA: Ma pure il ruolo e il peso della critica. C'è stato un periodo in cui Giampiero Cane, docente di musica afroamericana al DAMS ed era il critico del Manifesto. Era temuto al massimo livello, quando entrava in sala e i musicisti lo vedevano, tremavano, perché era profondamente legato ai movimenti di avanguardia, e ti stroncava. Se non gli piacevi, ti faceva a pezzi con riferimenti molto chiari. Lui veniva da una storia legata ai Black Panther, al free, ai grandi compositori del Novecento e quando arrivava la stroncatura ti citava tutta una struttura. Ci stava. Conservo gelosamente questa recensione il cui titolo era: Ornette Coleman e Paolo Angeli rischiarano il cielo della Sardegna. Sembra da incorniciare, ma dentro stroncava John Zorn per piacioneria e quando arrivava a me, che ai tempi chiudevo i concerti smontando la chitarra e facendo un pezzo tradizionale, scriveva: "Angeli seduce il pubblico con una melodia vernacolare di nessun interesse ma demagogicamente forte" (ridono - NdR).

 

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In questo momento dalla Sardegna viene fuori la musica più innovativa d'Italia, penso a Daniela Pes, a Bluem. Come vi spiegate questa tendenza?

PA: Sicuramente l'isolamento nel bene e nel male condiziona i processi artistici: io mi sono formato imparando il walking bass prendendo la nave per Civitavecchia, da un chitarrista che suonava lì. Non avevo mai visto prima una cosa simile, i maestri si formavano da autodidatta. C'è un sorta di selezione naturale: quando uno arriva a esprimersi in un disco o in un contenuto, ha già capito se vuole fare il musicista o no. Allo stesso tempo, dipende da quale parte della Sardegna vieni, hai un maggiore o minore condizionamento a parte della tradizione; uno che cresce a Orgosolo non è uguale a uno che cresce come me in un posto dove si ballava la breakdance negli anni Settanta perché c'era la base americana di fronte, ci sono tante Sardegne. Qui succede che Don Cherry, il trombettista, rimaneva a casa di Pinuccio Sciola a San Sperate per più di un  mese e lo trovavi a suonare in strada. La Sardegna ha sempre avuto questa sorta di attrazione bilaterale da parte dei movimenti di avanguardia e ha partorito musicisti come i Cadmo di Antonello Salis che univano il free jazz col progressive, per dirne uno. In un'assenza di circuitazione di informazioni come poteva esistere a Milano, lì quello che passava lo acchiappavi, lo facevi tuo, lo mettevi in relazione con la tua quotidianità di isolano. Oggi il mondo è cambiato, una come Daniela Pes può scegliere grazie a internet quali sono i suoi riferimenti con facilità e raggiungere la propria sintesi, magari con questo rumore di fondo che rimane inconsapevole ma che c'è. Nelle periferie accadono sempre cose importanti e non allineate perché c'è sete di diversità, perché te ne vuoi scappare e sei più arrabbiato col posto in cui vivi, quindi c'è volontà di esprimere concetti che non sono mainstream. 

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I: Quando il musicista non ha immediatamente la possibilità di accedere a un mercato strutturato, inevitabilmente devono scalare la parete e questa cosa si sposa molto bene con l'attitudine ostinata dei sardi. Negli ultimi 10 anni di musica italiana, in ambito pop mainstream il linguaggio che ha cambiato le regole credo sia quello di Mahmood che per metà è sardo, nell'ambito rap direi Salmo che è sardo, il musicista d'avanguardia più conosciuto e stimato all'estero è Paolo Angeli che è sardo pure lui. A livello di rilevanza e forza detonante di specifici punti di vista autoriali si finisce sempre lì.

L'urgenza della provincia contro l'agio della metropoli, anche metaforicamente?

I: Negli ultimi dieci anni il mondo indipendente ha ricevuto molti più soldi rispetto a quelli che ha sempre potuto immaginare e già dal basso ci sono delle strutture commerciali che prima non c'erano. Ai tempi prima di pubblicare il disco d'esordio dovevi fare centinaia di concerti in posti da tetano, in cui dormivi vestito su materassi sporchi buttati per terra. In questo momento al primo disco hai un'agenzia che si occupa di farti girare col tour manager eccetera, degli agi che ho visto dal tour di Die inoltrato. Questa cosa da un lato assicura alle persone una vita professionale dignitosa da subito, ma allo stesso tempo smussa tante asperità che giocoforza si traducono in una certa spinta creativa. Si tratta sempre di dare una forma idealmente bella al disagio, più o meno è quella roba lì, quindi preoccuparsi a monte di offrire un prodotto ben vestito e ben profumato non è mai una buona notizia secondo me.

Infatti oggi il disagio è un prodotto commerciale...

I: Esattamente, c'è un processo di estetizzazione delle cose che è spaventoso, a me questa roba mi manda un po' fuori di testa: parole, immagini, musicisti che si autoestetizzano e sembrano usciti dalle foto di H&M, è una cosa angosciante. L'iniezione di capitale ha cambiato il paradigma, il lessico. 

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P.A.: Il mercato da sempre cerca di controllare l'espressione, penso anche al fenomeno Rosalìa in Spagna, era partita innescando dei processi interessanti e l'ha finita nel commerciale più palese. Nel free qualcosa si sta muovendo però. Quando parlo di free non parlo necessariamente di free jazz, per me il free è riuscire a smantellare codici, quindi appartiene a qualsiasi stile musicale. Partendo dalla materia, la fai detonare per liberarla. Da un lato le giovani generazioni hanno la facilità di mettere in comunicazione tutti questi mondo che noi facevamo fatica a esplorare, dall'altro spesso ne apprendono solo gli aspetti estetici, manieristici, senza esprimere il conflitto con la società. In quel momento avevi il concetto artistico, un contenitore che era il centro sociale, in rottura con la società, esprimeva una posizione di autoproduzione e autogestione, in cui finiva una musica non allineata, la propaggine di una cultura di cui è rimasta l'estetica. Non c'è più nella piramidalità il primo elemento. 

I: Manca anche l'imprevedibilità. Ricordo i miei primi concerti: ascoltavo i Cannibal Ox, gli Animal Collective, Clouddead, Dälek quindi avevo i campionatori, però mi piacevano Lucio Dalla e Giorgio Gaber, mi piaceva Roger Waters come cantava in Animals dei Pink Floyd... ovviamente il risultato di quella prima fase era immaturo, slabbrato, impreciso, dal punto di vista tecnico il mio uso dei campionatori era scadente, c'erano già stati i Boards of Canada e tutta la Warp anni 90, io ero molto elementare nel fare quella roba, quindi dal punto di vista dell'estetica era traballante, ma io non volevo essere accolto, riconosciuto o riconducibile a qualcosa a livello estetico né volevo integrarmi, volevo trovare uno spazio che fosse unicamente mio. Il rischio nel momento in cui c'è l'accesso a un mercato immediato è quello di andare subito a ricercare il processo che ti porta a far parte di un gruppo riconosciuto e venduto, per cui già da adolescente vai a fare una musica che non è contro il mondo ma è già quella delle pubblicità. In tutto questo voglio evitare di fare discorsi da vecchi, ho messo su un'etichetta indipendente (Tanca) e sto pubblicando dischi di esordienti, di grandi musicisti ce ne sono, basti vedere quelli che hanno suonato nel disco di Cervelli Vieri Montel che sono straordinari e lavorare con loro per me è stato imparare. Purtroppo si muovono molto lateralmente rispetto al primo livello di forma del mercato e nel festival generalisti, ad esempio, non li trovi più. 

Sta per uscire 25, la nuova stagione del podcast di Rockit e stavolta si parla di Die di Iosonouncane. Come vedi quell'album oggi?

I: A me piace da matti! I miei dischi mi piacciono, La macarena su Roma tecnicamente non è venuto come avrei voluto ma perché non ero pronto io a direzionare un lavoro da un punto di vista tecnico, però lo rivendico. Ad eccezione dell'esordio di Massimo Pericolo, penso sia l'ultimo disco punk fatto in Italia. Non venivo in pace, volevo creare delle spaccature. Die se lo riscolto oggi posso dire solo "Cazzo, quelle frequenze lì non le sapevo domare, quel beat forse avrebbe girato di più in un altro modo", ma dal punto di vista della scrittura lo rivendico totalmente, mi piace ogni pezzo. Ne sono felice perché quando ho pubblicato Die avevo già 33 anni, La macarena 27, ma io suonavo già da dieci anni, quindi prima di arrivare a dire "ciò che faccio mi piace" c'è voluto un po'. Non riascolto i miei dischi spesso, lo faccio tipo una volta l'anno perché ho una maniera molto compulsiva do lavorare, finché non chiudo un disco lo ascolto tutti i giorni in loop, ascoltando i provini anche mentre faccio la spesa, prendendo mentalmente appunti quindi quando vado a chiuderlo sono esausto. 

Vi ritroverete a suonare insieme?

Non sappiamo come o quando, ma sicuramente sì. 

 

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L'articolo Iosonouncane e Paolo Angeli: "Un concerto non deve mandare a casa tutti contenti" di Simone Stefanini è apparso su Rockit.it il 2023-06-12 09:45:00

Tag: live album

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