Italia Post Hc: Lento

18/01/2009

(Inferno)

Per non arrivare impreparati al MI ODI, ecco una piccola guida con alcuni nomi fondamentali per orientarsi tra la nuova musica rumorosa suonata, oggi, in Italia. Cinque band che rappresentano quanto di meglio è emerso dalla scena Post-Hc (e affini) del nostro paese. Le descrizioni sono a cura di Stefano Fanti e Marco Verdi.



INFERNO

Se dici Inferno dici sci-fi grind'n'roll da Roma, fondamentale post-it per capire di cosa stiamo parlando. Dopo un'esordio che ha spaccato i timpani a mezza Italia (l'omonimo album uscito per Bar La Muerte/Shove/Escare From Today e Donnabavosa) e ha fatto gridare al miracolo per intensità, originalità e gusto per il brutale nella sua versione non fine a se stessa, i cinque hanno sfornato lo split a tre con OvO e Psychofagist intitolato a "Bullet Sounds The Same (In every Language)", una sorta di contest dell'estremismo da cui i nostri sono usciti più che a testa alta. Recente è invece l'uscita di "Pompa Magna" (SubSound Records), nuovo spiazzante album in cui converge tutto il caos del mondo in veste musicale, mille direzioni diverse, una sola volontà distruttiva.

Assolutamente imperdibili dal vivo, gli Inferno sono una macchina da guerra con cinque teste e un milione di decibel dalla furia incontrollata, con l'elettronica a legare il tutto con derive fantascientifiche e proto-space-techno oriented (sempre con gusto, non si scade mai nel trash) la sezione ritmica che non smette un secondo di spingere sull'acceleratore, rendendo il caos frastornante ma sempre calcolato (non a caso le derive math-core in stile Botch sono sempre dietro l'angolo) un utilizzo della voce lacerante e sempre teso allo spasmo ed un chitarrista che sforna riff originali e pesanti come se non ci fosse un domani. Insomma Locust si, i Dillinger Escare Plan di "Calculating Infinity" si, Fantomas pure e le influenze non terminano certamente qui. Caso più unico che raro per il nostro paese, ecco l'Inferno in terra.

AFRAID!

Gli Afraid! piacciono ai giapponesi. Sarà che quest'ultimi vanno in brodo di giuggiole per qualunque cosa, ma leggenda narra che alla vista della confezione pop-up (grafiche ad opera di Alessandro Baronciani) che caratterizza il nuovo disco della band veneta, gli orientali ne abbiamo ordinate centinaia di copie. Ed hanno fatto bene diciamo noi, perché "Megaloklift" (Holidays Records, sempre più in forma), questo il titolo, riattualizza il concetto di new wave con gusto, ibridando il tutto con un'attitudine caotica e sperimentale che regala perle che non passano inosservate. Altro che Liars.

Tre le uscite precedenti, un album omonimo, uno split con i compagni di etichetta A Flower Kollapsed ed un sette pollici, tutti belli e consigliati anche a chi non è totalmente avvezzo a certe sonorità, perché qui ci sono idee ed ispirazione, e chi le mette in musica in questo caso, sa come farlo.

Un gruppo che dal vivo fa la differenza – e dimostra di essere gruppo vero - e che porta in auge la grande questione della musica italiana, ovvero, perché così tanti gruppi in Veneto? E com'è possibile che la qualità media sia così alta? Controcultura in ambiente xenofobo/ignorante? Borghesia annoiata che ripara sugli strumenti? Non si sa, sta di fatto che gli Afraid spaccano – come spaccano i Lucertulas, il collettivo variabile Neokarma Jooklo Family, i Rituals e come spaccavano i With Love – e che gli si augura lunga vita.

THE SECRET

Quattro anni dopo "Luce" (Goodfellow, 2004), da Trieste sono volati ad Umea, Svezia, per registrare "Disintoxication" negli studi di Magnus Lindberg (Cult Of Luna): un album gelido e rumoroso, intriso di autolesionismo e vite borderline, dilaniato da chitarre pesantissime e urla logoranti. Spaventevolmente crudo e reale, dalla sofferenza palpabile e (ormai) senza pudore. Evidenze semantiche tra Breach, Converge, Botch, e tutto il resto: eppure, da "Disintoxication" esplode un'urgenza comunicativa ben lontana dai tentativi di scopiazzamento modaiolo. Il coraggio autobiografico nei testi e una compattezza espressiva di suoni e idee ha consegnato ai quattro triestini il compito (e il dovere) di portare sui palchi internazionali quel post-hardcore che (sarà vero?) si suona pure da noi. Hanno appena trascorso un intenso mese di concerti tra Seattle, Chicago, Los Angeles e il Texas. Un paio di brani nuovi (di uno, "Where It Ends", vedete il video qui sotto), idee in scrittura, ma per un nuovo disco bisognerà attendere. E confidiamo nella maturità.

STONER KEBAB

Stephen O'Malley ha detto che hanno un nome geniale. Sul serio. Ma questo a noi interessa relativamente, quello che ci preme segnalare è la devastante potenza che gli Stoner Kebab da Prato veicolano con i loro strumenti.

Nati nel 2004, questi figli del deserto, pubblicano il loro primo EP "Charter Zero" l'anno seguente per la Dufresne Records, e già in questo caso spicca il marchio di fabbrica della band, un suono grumoso e stordente, sempre saturo ed ampiamente psichedelico. Passano un paio d'anni prima della nuova release, ventiquattro mesi spesi a suonare in giro per l'Italia, non disdegnando qualche capatina oltre i confini nazionali. L'evoluzione è notevole e la troviamo tutta in "Imber Vulgi", il loro secondo album sempre per Dufresne, composto da una cavalcata di oltre mezz'ora che corre dai Kyuss agli Sleep passando per la follia dei Melvins per concludere schiantandosi contro il muro Electric Wizard. Un disco sensazionale che mette in chiaro le qualità della band toscana. Non a caso si accorge di loro Adam Kriney, capoccia della Colour Sound Recordings e membro della strepitosa band newyorkese La Otracina, che farà uscire un LP in cui verrà inserito un brano dei nostri.

Di recente il gruppo è entrato a far parte della "famiglia" Cynic Lab, validissima etichetta bolognese che ha prodotto, tra gli altri, Dead Elephant e Morkobot, e presto uscirà con il suo terzo disco che si preannuncia una bomba. Alfieri di una scena che in Italia, per fortuna, è caratterizzata da ottime realtà, gli Stoner Kebab hanno le potenzialità per allargare ampiamente il loro raggio d'azione, e che deserto – quello vero – sia!

LENTO

Ricordo ancora l'hype suscitato dai provini sul player myspace, quella "Hadrons" che poi giustificò la lunga attesa di un seguito. Novembre 2007, usciva per Supernatural Cat uno dei più interessanti lavori (italiani) del genere. Basso, chitarra, chitarra, chitarra, stratificazioni progressive e voluminose per una copertura massiva e violenta di ogni frequenza udibile; quel muro di suono così visionario e roboante devastò chiunque nei concerti seguiti all'uscita del disco. Recentemente hanno intrapreso con Ufomammut un prolifico mini-tour europeo (Belgio, Olanda e Berlino tra i concerti più belli e intensi di sempre, secondo il gruppo), e hanno di nuovo sprangato porte e finestre di studio e sala prove: "la direzione che stiamo prendendo dalle bozze che abbiamo scritto è di un disco molto più violento di "Earthen", con più scomposizioni ritmiche e armoniche", ci fa sapere Lorenzo. Perché "Earthen", nel suo equilibrio precario tra saturazioni estreme e digressioni crepuscolari, non si impuntava cercando di ristabilire coordinate di genere: ha posto bensì le fondamenta di un percorso di ricerca (compositiva), dopo che, dal punto di vista esclusivamente acustico, i cinque romani hanno già polverizzato ogni critica.



Pagine: Inferno Afraid! Stoner Kebab The Secret

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