Italiani all'estero: Primavera Sound e Sònar

25/06/2012

Vi raccontiamo di come si sono fatte valere le band italiane ai due dei festival europei più importanti. Al Primavera c'erano Boxeur the coeur e King of The Opera; al Sònar c'era il live gli Esperanza e il dj set dei Discodromo. Ecco i report delle nostre collaboratrici.

 

Primavera Sound

di Nur Al Habash e Roberta d'Orazio

Non credo che qualcuno tra voi non sappia di cosa si tratta, ma per comodità ci prendiamo tre righe per spiegarvelo.
Immaginate uno spazio enorme affacciato sulla costa barcellonese, il sole, il vento che sparge il sale nell’aria, decine di migliaia di giovani da tutta Europa e un centinaio di band che suonano (quasi) ininterrottamente per un lungo fine settimana.
Ecco, per molti l’ultimo weekend di maggio a Barcellona è un altro modo per indicare il paradiso, per altri solo un’estenuante maratona che tra la folla e un innegabile sforzo fisico smorza (o addirittura uccide) tutta la voglia di ascoltare musica dal vivo. Diciamo che per noi c’è della verità in entrambe le posizioni, ma la bellezza della città e l’ottima organizzazione che c’è dietro a uno dei più grandi festival del vecchio continente ci hanno spinto anche quest’anno a comprare per tempo un bel volo per la capitale iberica.


Boxeur The Coeur
Il palco Adidas è uno dei più interessanti. Piccolino rispetto ai numeri degli altri ma non per questo meno dignitoso, è separato dal mare solo da una scalinata, tanto che si ascolta la musica con la salsedine sulla pelle.
Il canto dei gabbiani si mescola alle chiacchiere dei presenti e ai suoni che ascolteremo non appena Boxeur the coeur (al secolo Paolo Iocca, Franklin Delano, Blake/e/e, e molti altri), avrà cominciato il suo spettacolo. Una consolle e un microfono bastano affinché il poliedrico artista mantenga le promesse che il suo bellissimo album d'esordio ci ha fatto. Eclettico e sorprendente come tutte le proposte dell'etichetta Trovarobato, con il viso glitterato e mani abili e veloci, Iocca suona davanti a un pubblico non numeroso, ma attento a cogliere le sfumature di un'elettronica munita di un cuore pulsante, materia viva. E se fa caldo qui non è solo per il sole. Sotto quelle mani, le sonorità dei Kraftwerk si fondono al richiamo degli Arcade Fire, abbattendo le barriere di genere sotto i ridenti colpi di una bellezza sonora che è, per sua natura, indefinibile. Il pensiero condiviso: sono le sei del pomeriggio e sarebbe incantevole se fosse notte, se a Boxeur fosse stata data la possibilità di esprimere a pieno le potenzialità della sua performance nel suo lato visivo, con le luci e i colori fluo. La speranza per le edizioni successive: assistere questo stesso spettacolo sul palco Pitchfork, dove ieri sera eccellenze dell'elettronica internazionale ci hanno fatto ballare fino alla mattina. Perché Boxeur non ha nulla da invidiare ai grandi calibri della scena estera.

 (Boxeur The Coeur)

 

King of The Opera
Il giorno dopo, gli italiani King of The Opera, nuova esperienza musicale di Alberto Mariotti aka Samuel Katarro, aprono la serata accolti subito da un discreto pubblico, tra i molti addetti ai lavori e i semplici curiosi. Appena imbracciati gli strumenti si capisce che hanno poco tempo per le chiacchiere e tanta voglia di suonare: quel che colpisce subito, dritta come un colpo al petto, è la voce chiara e coraggiosa di Alberto, capace di virare con la facilità di una vela tra dolcezze blues e schizofrenie psichedeliche. In qualche modo, segue e accompagna alla perfezione i capricci della sua “tragic band” che sembra quasi tenuta insieme da una forza centrifuga: Wassilij Kropotkin al violino vira verso influenze classiche, il batterista Simone Vassallo riscalda l’ambiente con pulsazioni sanguigne e Alberto - be’ lui tiene le redini di questo cavallo impazzito e invece di domarlo sembra quasi cavalcarlo: il blues che una volta usciva fuori dalla chitarra di Katarro viene ora distorto e destrutturato fino a diventare un’onda acida che liberata sul fumo del palco sembra sempre pronta ad inglobare in sé tutti gli umori del momento. Senza dubbio un risultato interessante che a fine concerto ha visto triplicare i curiosi, diventati ormai folla pronta all’applauso di cuore. Per essere stato un debutto assoluto, non era per niente male.
 

Sónar

di Chiara Santilli

Giunto ormai alla sua diciannovesima edizione, il Sónar è il festival di musica elettronica e arti multimediali più importante d'Europa - e non solo: ormai le sue propaggini arrivano addirittura fino al Brasile, al Sudafrica e al Giappone. Tre giorni di suoni spesso sbalorditivi divisi tra i chiostri, i cortili e le sale del MACBA e del CCCB, il Centro di Cultura ed il Museo d'Arte Contemporanea barcellonesi, luoghi splendidi nel loro intreccio inestricabile di futuro e antichità che la sera cedono il passo agli enormi padiglioni della fiera cittadina per la porzione notturna del festival. E' qui che si trova il suono, le singole performance del Sónar contribuiscono a creare un tappeto, un insieme, un'idea che sconvolgerà le nostre playlist nell'immediato futuro; e poi ditemi se questo non vale il prezzo del biglietto di un festival.

Esperanza
Era proprio necessario andare in Spagna per scoprire la bravura di una band italiana (dal nome spagnoleggiante, ma cosa importa)? Evidentemente sì. È al Sónar di quest'anno, sotto la tenda - e l'egida - di Red Bull che si sono esibiti i nostrani Esperanza, trio diventato quartetto per l'occasione live. Carlo Dall'Amico, Sergio Maggioni, Matteo Lavagna e Giacomo Zatti sono difficili da inscatolare in un genere: sono elettronici ma anche elettrici, sintetizzano coi sintetizzatori e percuotono con le percussioni, hanno gran giri di basso ed accattivanti riff di chitarra. Mescolano Detroit Techno, desert rock e psichedelia: non si fanno proprio mancare niente e creano con sapienza un tappeto sonoro persistente, multiforme e notevole, così notevole che nonostante l'orario antelucano della loro performance barcellonese - iniziano a suonare all'una e un quarto, che al Sónar se va bene è ora di sbadigli a colazione - il pubblico risponde con entusiasmo e, da una manciata di spettatori più o meno distratti, si passa rapidamente ad una folla gremita e festante. Se il pubblico è rapito, anche i membri della band lo sono; i quattro sono concentratissimi eppure affiatati, ipnotizzati dai loro stessi suoni e al contempo pieni di sguardi d'intesa e di cenni inequivocabili di complicità. La macchina del loro live è pressoché perfetta ed esalta appieno le doti di “Esperanza”, primo disco uscito per l'etichetta Gomma una manciata di mesi fa. Non solo ve lo consiglio caldamente (il disco) ma vi auguro con tutto il cuore di riuscire a vederli su un palco.

(Esperanza)

Discodromo
Berlino è la nuova Barcellona, recita un adagio in voga negli ultimi anni; ed è proprio dalla capitale tedesca che sono giunti in Cataluña i Discodromo, due tra i cervelli in fuga del panorama discografico - e artistico, e registico, e potremmo andare avanti ma non vogliamo deprimerci troppo - italiano. Il duo, composto da Giacomo e Giovanni (da qualche parte ci sarà un Aldo? Chi può dirlo) vive da tempo a Berlino dove presiede mensilmente il suggestivo party dal titolo Cocktail d'Amore e si diletta a produrre tracce per l'etichetta di Prins Thomas. Alla consolle di fianco al palco grande del Sónar Village, sotto un sole cocente ed impietoso, i due iniziano a metter dischi all'una e mezzo del sabato, sempre in orario cappuccino: cominciano il set con un mood da aperitivo sulla spiaggia a Formentera, non esattamente di nostro gusto. Poi, lentamente, i suoni si fanno più pieni e la selezione più sofisticata: dalla house un po' sciapa si passa a derive più techno, ad un pizzico di funk e alle trovate fantasiose come la scelta, in conclusione, di stupire la folla ispanica con la versione nella loro lingua de Il veliero di Lucio Battisti, strepitosa progressione di percussioni e basso elettrico. La chiusura del dj set, tuttavia, è affidata a Rock the Casbah dei Clash, mossa discutibile ma forse comprensibile nella più classica delle ottiche paracule; una performance, quella dei Discodromo, tutto sommato divertente a dimostrazione del fatto che, se è vero che Berlino è la nuova Barcellona, è anche vero che a Barcellona (e al Sónar) si continua a stare piuttosto bene.

Commenti

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