IVA - Imposta sul Valore Artistico

09/10/2006 di

(Il peso della cultura: valore aggiunto o artistico? - Foto di Vincent Gomma)

Nonostante la legge finanziaria stia affrontando problemi decisivi per le sorti del Paese, non si attenua l'antico dibattito sulla riduzione dell'IVA sui dischi. Sembrerebbe sufficiente ridurla al 4% per avere prezzi bassi, vendere tanti dischi e ridare ai CD la dignità di un'opera culturale. Rockit, da buon consumatore curioso, si fa qualche domanda sulla faccenda. La riduzione dell'Imposta sul Valore Aggiunto diminuirebbe davvero i prezzi ed aumenterebbe le vendite? Fornirebbe dignità artistica ad un pezzo di plastica? In tutto questo chi ci guadagnerebbe? La musica, i consumatori, le etichette indipendenti o le multinazionali? Scarseggiano risposte soddisfacenti per noi che siamo ignoranti. E allora Rockit riflette un po' sull'argomento.



Ogni tanto certi argomenti triti e ritriti si possono tritare ancora un po'. E siccome la faccenda è ancora in circolo, allora è il caso di farci un giro e riflettere su questa noiosa lotta etico-economica che spinge diverse fazioni ad invocare la riduzione dell'IVA sui dischi fino al 4% (come per i libri). Associazioni di categoria, multinazionali, soggetti indipendenti, artisti, operatori del settore. Tutti insieme uniti nel motto "mettiamo l'iva al 4% per abbassare i prezzi e dare al disco la dignità di un prodotto culturale". Se l'assunto è questo allora ammetto la mia ignoranza e chiedo "perché?".

Provo a riflettere sulla questione da consumatore stimolato dalla possibilità di spendere meno e di comprare finalmente prodotti pieni di arte.

1) La riduzione dell'IVA abbassa i prezzi dei CD incentivandone l'acquisto

Tra tutte le cose belle che conosco (e che si possono comprare) un bel disco è quella che costa meno e che dura di più. Dal mio punto di vista il prezzo è un falso problema e certi dischi costano poco rispetto al valore che contengono. Accetto però che il prezzo possa essere un fattore determinante (sia esso economico o psicologico) per tanta gente.

Partendo da questa base, va detto che in economia un mercato come quello discografico è considerato "non-priced" o quasi, cioè un mercato in cui tendenzialmente le varie aziende non lottano con campagne di prezzo. Faccio un esempio: se entrando in un supermercato vedo due tipi di pasta uguali ma di marche diverse, di cui una in offerta a metà prezzo, molto probabilmente comprerò quest'ultima. Se invece entro in un negozio di dischi e vedo il nuovo dei Nomadi a 4 euro ed il nuovo dei Radiohead a 20 euro...

Immaginiamo ora di ridurre l'IVA al 4% e facciamo il conto della vecchietta al mercato. Se in qualità di consumatore finale sopporto inevitabilmente tutto il peso della famigerata Imposta sul Valore Aggiunto e pago 18 euro per un disco, 15 andranno al venditore e 3 di IVA allo Stato. Una riduzione dell'imposta al 4% dovrebbe invece portare 15 euro al venditore e 0,6 euro di IVA allo Stato, con una riduzione del prezzo al consumatore di 2,4 euro. Provate a fare due conti banali con i prezzi dei cd in giro e noterete che con una riduzione dell'IVA al 4% il risparmio per i consumatori varia in un intervallo compreso tra 1,5 e 3 euro a disco. Bene, voglio conoscere qualcuno che non comprava i Radiohead perché gli mancavano 3 euro. Effettivamente, però, in questo scenario i CD costano un po' meno e nel budget di ognuno di noi ce ne starebbe qualcuno in più da comprare ogni anno. La domanda aggregata di CD probabilmente aumenterebbe, ridando ossigeno alle vendite complessive, anche se è tutto da dimostrare che un consumatore medio che acquista dieci CD all'anno, acquisterebbe l'undicesimo con i soldi risparmiati invece di comprarsi un nano da giardino. Dando però per buono un aumento delle vendite, ci sarebbe effettivamente un'espansione, seppur difficilmente quantificabile e magari non abbastanza rilevante da fornire reale impulso al mercato.

In tutto questo però mi viene un'altra domanda: ma è proprio sicuro che la diminuzione dell'IVA abbasserebbe il prezzo dei dischi? In realtà mica tanto. Si potrebbe pensare che le aziende lascino invariati i prezzi, accontentandosi di un aumento della quantità di dischi venduti, ma non è detto. Tutti quelli che propongono la riduzione dell'IVA si sono mai messi a studiare la conformazione delle curve di domanda e offerta, nonché tutte le variabili endogene ed esogene specifiche di questo mercato? Da qualche parte esiste uno studio che racconta e spiega gli effetti di questa manovra, illustrando le variazioni dei prezzi e delle quantità vendute? Perché sfogliando un po' di modelli economici su noiosi libroni e leggendo qualche analisi europea sugli effetti delle variazioni delle imposte indirette negli Stati membri (tutta Europa usa l'IVA), si legge che la ripercussione sui prezzi al consumo della riduzione dell'aliquota IVA è quasi sempre parziale, talvolta addirittura assente. La variazione dei prezzi può limitarsi al brevissimo-breve periodo, mentre nel medio-lungo periodo il prezzo potrebbe tornare al suo stato prima della variazione dell'aliquota. Per farla breve: il rischio è che un disco pagato oggi 18 euro + IVA 20%, domani costi 21 euro + IVA al 4%. Praticamente spenderemmo gli stessi soldi, con la differenza che una quota molto maggiore andrebbe dritta nei conti bancari delle case discografiche e solo una piccola quota nelle casse dello Stato. Senza dare giudizi macro economici sulle conseguenze di questa eventualità, resta il fatto che a noi consumatori toccherebbe cacciare sempre gli stessi soldi. Volendo potremmo consolarci pensando che le case discografiche guadagnerebbero di più e quindi il mercato tornerebbe a splendere sfornando talenti su talenti. Va fatta però una considerazione molto banale: a sentire la FIMI, il mercato discografico italiano oggi produce circa 30 milioni di supporti audio per un importo di circa 300 milioni di euro. Questi numeri sono prodotti per il 95% dai signori multinazionali. Tenendo poi a mente che il nostro piccolo grande mondo indipendente si serve per gran parte del lato oscuro della forza per vendere (capitemi) e che quindi non entra nella questione "fatturato", potete ben immaginare chi siano gli unici soggetti agevolati. Posto che non ho niente contro di loro, personalmente non mi piace tanto l'idea di cambiare un'aliquota nazionale per favorire soprattutto (esclusivamente?) tre o quattro colossi multinazionali, sfiorando appena quella scena indipendente che svolge una funzione sociale di ricerca e sviluppo artistico che forse andrebbe finanziata (e ripeto: finanziata, non sovvenzionata) anche con interventi strutturali dello Stato.

2) La riduzione dell'IVA riconosce al disco lo status di opera culturale.

Un discografico di lungo corso con cui discutevo recentemente, mi ha sapientemente regalato questa frase: "Arte? Forse tanti anni fa entrava di striscio nei nostri obiettivi aziendali. Oggi noi pensiamo solo progetti di comunicazione per vendere pezzi di plastica che stanno per scomparire". Visione lucida e spietata. Indubbiamente utile per capire a che punto siamo: è l'anno 2006 ed il mercato di alcuni supporti come grande fenomeno planetario sta per terminare. Lanciare campagne di sensibilizzazione per abbattere un'aliquota su un prodotto obsoleto è francamente molto demagogico e pure un po' romantico. Giorno dopo giorno il disco e le case discografiche (non le etichette musicali) diventano un'idea sempre più sottile. L'affermazione della multimedialità come mosaico di tecnologia e creatività, ha generato linguaggi e mercati che trovano nelle nuove forme di comunicazione (Internet, ma non solo) il luogo di espressione e sfruttamento economico. Il market-place diventa market-space. Un nuovo spazio in cui gli intermediari si trasformano in infomediari e dove il concetto di "pezzo di plastica rotondo" svanisce per lasciare spazio a supporti di nuova generazione e ad una comunicazione sempre più stretta tra artista e fruitore, in cui la dignità artistica viaggia su nuove dinamiche. Restare legati al disco come mezzo di trasporto della cultura musicale al mercato è ovviamente anacronistico. Ma soprattutto mi chiedo: a prescindere dal supporto, l'industria discografica, quella che in Italia è in mano ai capitali esteri multinazionali, si merita davvero il trattamento fiscale di industria culturale? Cosa sta facendo oggi per guadagnarsi tale posizione. Urlare che "la musica è cultura" fa abbastanza ridere: la Coca Cola potrebbe fare le lattine musicali e rivendicare lo status di impresa culturale. Un disco di De Andrè si merita lo status di prodotto culturale come se lo merita un libro di Calvino, ma un compact disc con una raccolta di suonerie per cellulari si merita un'aliquota del centomilapercento. E visto che si invoca l'intervento dello Stato per ridare dignità alla Musica e rimettere in moto il processo di diffusione culturale, mi sorge un dubbio: se da un lato chiediamo allo Stato di abbassare le imposte e dall'altro di investire nuove risorse, da qualche parte i soldi si dovranno pur prendere. Tasse ed imposte non sono necessariamente mostri cattivi, ma dovrebbero servire a migliorare il benessere sociale. E allora invece di abbassare l'IVA sui dischi cambiamogli significato e magari aumentiamola pure: I.V.A. intesa come Imposta sul Valore Artistico. Portiamola al 24% e costruiamo un gettito di imposta da destinare completamente ad investimenti nel campo della Musica. Finanziando progetti imprenditoriali e culturali emergenti e modificando la morfologia di un settore (quello musicale, non quello discografico) la cui crescita è evidente, ma che in Italia è frenata dalle zavorre di arretratezza che si porta dietro e che ci fanno parlare al futuro di cose che già sono passato remoto.

Ma io non sono un politico, sono solo un consumatore. E affermo che non voglio prodotti che costino poco, ma prodotti che mi portino utilità in senso ampio, che siano accessibili, sostenibili e diano un senso di evoluzione al percorso del mondo in cui passeggio.

Se poi la Musica costerà un po' di più ma sarà più bella, saremo tutti un po' più ricchi.



Commenti

    Aggiungi un commento:


    ACCEDI CON:
    facebook - oppure - fai login - oppure - registrati