Abbiamo paura del silenzio, ma siamo balbuzienti di fronte al virus

Quale sarà la prossima "età", dopo quella della tigre (e della trap) narrata da Ivan Carozzi nel più bel libro musicale del 2019? Ne parliamo con lo scrittore, tra la crisi di un certo tipo di materialismo, i tic da dirette social e l'antirazzismo
18/06/2020 10:59

Quindici minuti di celebrità non si negano a nessuno: il sogno americano pop e in miniatura predetto da Andy Warhol nel tempo è diventato internazionale. La grande occasione per ottenere un barlume di luci della ribalta è a portata di tutti. Fosse destinata ancora a pochi eletti, come in un passato neanche tanto remoto, non staremmo qui a parlarne. Basta guardarci attorno, siamo un Paese fondato sui quindici minuti di notorietà, altroché. Ma pure cinque vanno benissimo. È una celebrità in saldo, da bancone, auto-prezzata e tanto al chilo, in grado di soddisfare con poco, sia chi la ottiene quanto chi ne è incuriosito spettatore. Ne sanno qualcosa i vari 1727 Worldstar ("ho preso il muro fratelli'") o Jordan Jeffrey Baby.

In questi giorni siamo circondati di decine di foto con l'hashtag #iolavoroconlamusica in relazione allo sciopero previsto per il 21 giugno per lo stato dell'arte in condizione di pandemia. Molte di queste sono giuste, comprensibili, sacrosante. Altre meno, legate a volti che non muovono foglia da almeno un lustro e/o li si vede più in giro a fare gli opinionisti, i giudici, i prezzemolini, che vicino a un palco. Forse l'hashtag più giusto dovrebbe essere #iolavoravoconlamusica o #ioavreivolutolavorareconlamusica. Ma tant'è.

Andando a lavoro, ogni mattina passo davanti a quattro locandine del tour negli stadi di Salmo. Maurizio posa con un capello a mezza via tra Eminem dei bei tempi andati e il "paglia e fieno che se fà a Miami" di Gallo Cedrone di Verdone, in posizione da Superman. I poster però sono quasi completamente scoloriti, mezzi scollati e, prima o poi, qualche adolescente passando li strapperà via con mano annoiata e ribelle. Già qualcuno con un pennarello nero ci ha scritto sopra "Lallero!", stridendo così irrimediabilmente con tutto: con la conquista degli stadi, col biondo trendy, con la posa da Superman con il pugno chiuso in avanti, verso l'infinito e oltre.

Tutto rimandato, forse, al prossimo anno. Da questi poster ho iniziato a pensare alla t/rap-culture e alla musica in generale post-covid, e mi è venuto in mente Ivan Carozzi: autore televisivo e giornalista, nel suo L'Età della Tigre (Il Saggiatore, 2019) – libro a metà strada tra saggio à la David Foster Wallace e memoriale – Ivan parte da un’altra maxi-affissione autoreferenziale, quella di Sfera Ebbasta a Milano tra largo La Foppa e Porta Garibaldi, per l'uscita di Rockstar.

"Si è già manifestata una generazione post-covid? Ha già preso parola?", si chiede Ivan per cominciare. "Forse siamo ancora nel guado, più che in un dopo. Però ho trovato che le piazze italiane radunate in solidarietà con il movimento Black Lives Matter fossero molto diverse da quelle a cui siamo abituati. Un altro colpo d’occhio. Un’altra generazione. Mi ha colpito la compostezza con cui hanno occupato lo spazio, rispettando il distanziamento, e insieme la rabbia, la chiarezza e la determinazione di molti interventi di giovanissimi, specie donne e seconde generazioni. Ho sentito l’intervento di un paio di ragazze, che avranno avuto sì e no diciotto anni, e mi hanno fatto capire tante cose".

Il lockdown ha portato a riconsiderare ciò che verrà dopo, sia in campo musicale che non. Le correnti di pensiero principali sono tre: ci sono i "rockettari", come Alberto Ferrari dei Verdena, che dicono che dopo il Coronavirus la musica sarà un "misto di rabbia, felicità e voglia di suonare dal vivo"; i tecnologici/millenials, come Ghali, che pensano che i social "si sono rivelati una salvezza, la tanto criticata tecnologia è stata una manna dal cielo"; e infine i boomer, come Francesco Guccini, che ha sentenziato "dopo il coronavirus non cambierà nulla, si tornerà alla vita di prima, ma tanto io non canto e non suono più da anni".

Ivan rispetto a questi tre punti di vista si pone così: "Vorrei pensarla come Ferrari, ma temo sia una visione troppo fisica, da scantinato con gli amplificatori, un po’ in estinzione per il contesto. Ma forse mi sbaglio. Non sono d’accordo con Ghali, perché mi sembra che i social, in realtà, si siano confermati una grande rottura di coglioni. Mi piacerebbe capire perché si sarebbero rivelati una salvezza, secondo lui. Perché ci hanno fatto sentire meno soli? Io penso che proprio perché ci hanno impedito di sentirci soli non sia stato possibile approfittare fino in fondo della solitudine. I social hanno continuato a invadere il cervello e a estrarre dati. Mi riferisco all’uso patologico dei social nella mia generazione, quella di chi ha vent’anni più di Ghali. Se invece, più in generale, parliamo di tecnologia, allora il discorso è più articolato. Infine, non mi piace neppure il cinismo di Guccini. Può essere verosimile che non cambierà nulla, ma se mi aggiungo al coro di quelli che dicono che non cambierà nulla, allora si rafforza la possibilità che davvero nulla cambi. Il pensiero e la parola sono atti performativi e forme di magia. Se usi le parole come Guccini le ha usate in questo caso, rischi di fare una cattiva magia".

Ma il covid ha dato una qualche propulsione sociale alle nuove generazioni oppure ha rafforzato l'immobilismo e il senso di frustrazione e rassegnazione, il risentimento verso le istituzioni, lo "scazzo" perenne nei confronti dell'approfondimento politico e culturale, oltre che temi più ridondanti come la persistenza delle diseguaglianze sociali? Per Carozzi "a Milano durante la pandemia moltissimi giovani si sono organizzati in brigate per distribuire cibo e portare aiuto. È un modo di mettere al centro l’essere umano e la solidarietà. Non credo tuttavia che le brigate siano rappresentative di una tendenza. È negli Stati Uniti, semmai, che intorno al nodo della questione razziale, e in opposizione a un tipo ributtante come Trump, stanno emergendo tutte le altre questioni: la giustizia sociale, la salute pubblica, la questione di genere, la giustizia ambientale. Perché sono temi interconnessi".

Così, come due pensionati intenti a borbottare su una panchina di un parchetto spelacchiato, concordiamo almeno su due cose: la prima è che, specie alle nostre latitudini, l'estate del covid-19 sarà caratterizzata da imbarazzanti "Macarene della Mascherina" o "Reggaeton del Distanziamento", piuttosto che da un qualche fermento rivoluzionario come fu per la Summer of Love cinquant'anni fa; la seconda è che siamo già entrambi troppo vecchi per poterne capire il supposto diletto, come invece farebbero i ragazzi della comunità ministeriale che Ivan intervista in un capitolo saliente del suo libro. Troppo "bufu", direbbe la DPG. Eppure in molti hanno ipotizzato che il post-Coronavirus sancirà la definitiva morte del concetto di trap-music e, più in generale, della musica commerciale per come è sempre stata intesa, frivola e di poca o pochissima sostanza, a causa soprattutto di una rinascita dell'interesse comune per i problemi sociali, la solidarietà, eccetera.

Nel suo libro, Ivan "endorsa" Arturo Bruni, alias Side Baby, il Robbie Williams della Dark Polo Gang o il Lil Peep de noantri, come possibile esempio di un successivo step in cui un esistenzialismo struggente e romantico potrebbe prendere il sopravvento sull'edonismo fisico e merceologico di rimpallo dagli anni Ottanta dei più. "È paradossale, ma in qualche modo la trap, soprattutto nel suo versante più imploso ed emotivo, è già la colonna sonora ideale dell’isolamento, della paura, della fragilità. E quindi del virus e della pandemia. Mentre un singolo come quello di Capossela con Young Signorino, al contrario, mi sembra un’operazione poco credibile. Mondi troppo lontani. Non capisco perché si dovrebbero incontrare, se non per generare un po’ di sensazione. Però la canzone è stata preveggente. Si chiama +Peste, no?".

Non è un caso forse se durante la quarantena sono stati molti più gli artisti "rock" che rapper e trapper a farsi sentire. Se togliamo il singolo di Mahmood con Massimo Pericolo – in realtà immagino già programmato da tempo–, J-Ax che si limita a cambiare i versi alla stessa canzone da tre anni a questa parte, Ghali che gira per Milano deserta e gli evitabili covid freestyle, si è visto e sentito poco. Mi ha fatto riflettere, in tal senso, che in una scena in cui tutti si prendono molto seriamente, in un momento serio, o l'hanno buttata a ridere, come Bello Figo, oppure se la sono dati a gambe. C'è una coscienza sociale solo se si parla dei cazzi propri? La pandemia non li tocca perché tocca tutti, quindi non li rende "speciali"?

Ivan a questo risponde così: "Di fronte a un fatto così potente e misterioso diventiamo tutti un po’ balbuzienti. O forse la pandemia ha evidenziato i limiti umani e artistici di molti. Tanti artisti hanno cominciato a macinare dirette su dirette. A marzo ho scritto un articolo dove ho definito questo fenomeno 'intrattenimento digitale solidale gratuito'. Da una parte questa attività febbrile mi è sembrata un gesto disperato, utile a darsi ancora una voce, un corpo e un’estensione, nel contesto di una situazione mai sperimentata, che ha significato per tutti un brusco stop della promozione e l’annullamento del tour. Tanti fogli da cento che i trapper non incasseranno e non potranno più sventolare, tanti K non pervenuti di cui sarà più complicato parlare nelle loro barre".

"Più in generale", prosegue Carozzi "è bene dire come da parte degli artisti ci sia stato anche uno slancio di solidarietà e gratuità. Iniziative solidali, esempi di fraternità digitale, la premura reale di non lasciarci soli nelle nostre case. Ma è altrettanto vero, a mio avviso, che la massiccia domanda\offerta d’intrattenimento, nelle sue varie forme, si è confermata un riflesso collettivo, alimentato dalle piattaforme, il cui effetto è di tenerci in pancia, non sganciarci, non lasciarci mai a noi stessi, alla nostra autonomia. Dobbiamo essere intrattenuti, abbiamo paura del vuoto e del silenzio, e tanti artisti sembrano a loro volta dipendenti da questo meccanismo, che li costringe a sfornare dirette e stories. Anche quando non hanno granché da comunicare, raccontare, se non una posa di fronte al telefono. In questo senso artisti e persone comuni si somigliano".

Un'altra cosa che ho notato, e di cui gli chiedo conto, è il fatto che all’ultimo Concertone del Primo Maggio non solo non c'era nessun doppio Rolex come Sfera nel 2019, ma c'erano pochissime rime più o meno chiuse. Chi c'era? Fasma? Credo basta. L'anno scorso di nomi se ne sono visti, dai Coma_Cose a Rancore, passando per GhemonIzi e Dutch Nazari. Allora mi è ritornato in mente un vecchio Mucchio Selvaggio del 1987 che stavo leggendo recentemente: una lettrice si lamentava che nel numero precedente si erano dedicate quattro pagine per un "inutile speciale" su Run DMC e Beastie Boys, mentre The Joshua Tree degli U2 era solo recensito senza alcun approfondimento. Il numero in questione aveva gli U2 in copertina. Mi viene il sospetto che forse siamo solo noi a fasciarci la testa, prima che si sia rotta. Che il tempo, prima o poi, aggiusta tutto. "Atteggiamenti aperti o conservatori ci sono in ogni epoca storica", rammenta Ivan. "Mi sembra ovvio. Un pubblico attento, analitico, che legge, discute, mi sembra un fatto positivo. E poi, chissà, magari la lettrice del Mucchio nella sua preferenza per gli U2 esprimeva un punto di vista interessante. E chissà che il pezzo sui Beastie Boys non fosse inutilmente giovanilista o imbottito di retorica della novità, come è accaduto per la trap in questi ultimi anni".

E se il mondo dell'editoria musicale fosse quello degli anni Ottanta e Novant,a la trap avrebbe avuto vita così facile? Mi capita spesso di risfogliare vecchie riviste e trovare gente che torchiava o che dava tranquillamente del misogino, imbecille e troppo disimpegnato a Shaun Ryder degli Happy Mondays. Nero su bianco, pronto per essere tramandato ai posteri. Ora ci si fanno sempre più problemi pure a dire che un cretino è un cretino, a pretendere dal grosso, a prendere posizioni. Laconico Ivan risponde: "Personalmente credo che un giornalismo musicale adulto debba provare a raccontare e analizzare, con passione e amore, senza dividersi in favorevoli o contrari. E comunque, viva Shaun Ryder!".

La sua risposta non mi leva dalla testa un pensiero triste: al pari della più consapevole exploitation cinematografica, oramai il piacere dell'esposizione batte di gran lunga qualsiasi imbarazzo. I blog, i magazine, i forum, i libri e i social sono gli emblemi di una nuova chirurgia plastica applicata al decoro. Poi, come direbbe Nanni Moretti in Ecce Bombo, è tutta una questione di scale, dai massimi ai minimi. La vergogna è un concetto che appartiene a pianeti lontani, mentre il sogno di notorietà pop e in miniatura predetto da Andy Warhol decisamente no. E non dall'altro ieri. Mi sa tanto che più di qualsiasi fenomeno musicale, presente, passato o futuro, il problema, se un problema c'è, sta tutto qua.

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L'articolo Abbiamo paura del silenzio, ma siamo balbuzienti di fronte al virus di giorgiomoltisanti è apparso su Rockit.it il 18/06/2020 10:59

Tag: trap - opinione - libro

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