Giardini di Miro' - Jail - Legnano (MI) Live report, 14/10/2005

20/10/2005 di



Quando sono due anni che lasci a sè un capitolo della tua esperienza di fruitore musicale, il ritrovarsi è sempre appuntamento aspettato e temuto. Cioè la cosa che succede fra l’impazienza di esserci e l’esserci per davvero: il batticuore. Non voglio fare di questo modesto report live una sagra degna del Libro Cuore; primo perchè di De Amicis ricordo a malapena la copertina, secondo perchè altrimenti voi maligni scambiereste coscienziosamente un Pastore per Pecoraro. Cosa sbagliata, perchè l’oggetto da focalizzare non sono queste parole, bensì le note di una band che viene da Cavriago e di cui ricorderete il nome: i Giardini di Mirò.

Arriviamo mentre il concerto inizia. Il Jail è cambiato: il palco è spostato, e tutto è più contenuto, a misura di indie-rock. Si capisce, d’altronde è mica possibile tenere in piedi in locale riempiendo per davvero una manciata di serate all’anno. Nonostante le colonne interrompano a tratti la vista, infastidendoci, il pubblico riempie ogni spazio dell’interno. E ascolta. La musica travalica anche il via-vai che movimenta gli angusti corridoi che si creano fra la gente che assiepa la platea e quelli che si abbeverano a colpi di cocktails e birra. Il look del locale richiama il logo e ricorda lo stile del popolo del Jail, che - non vorrei dire cazzate - esiste. Così, alla stessa maniera - sempre senza voler dire cazzate – esiste il popolo dei Giardini di Mirò. Che dimostra un affetto che è qualcosa di più di semplice e passeggera deriva della moda, anche perchè solo i maligni potrebbero ancora parlar di questo, in tempi in cui le tendenze nascono e bruciano e si dimenticano lasciando soltanto souvenir per la discarica e dunque rubando spazio vitale al futuro.

Invece questo post-rock che è sempre stato non solo post batte ancora e manda impulsi. Non è più la novità importata che suscita clamore in quanto novità, non è l’ologramma a cui ci si aggrappa in cerca di nuove emozioni, ma è tutt’ora il rifugio più accogliente in cui rinchiudersi per ore senza il timore di essere fregati da poser o stakonivisti del trend. Perchè in fondo questa band senza contratto (“Oh, Jukka, ma allora sto disco per chi lo fate uscire?”, “Boh... sinceramente non ce ne frega un cazzo”) è rispettata per aver sempre e comunque messo la musica davanti a tutto il resto. Per aver lasciato da parte le ansie da prestazione e per aver sempre e comunque interpretato ogni live come l’ultimo dei concerti possibili, il fuoco in cui accendersi, bruciare e spegnersi nel giro di un paio d’ore.

Le storie che vi hanno raccontato riguardo il loro post-rock come semplice prodotto di derivazione si sciolgono di fronte alla personalità che regge il timone del gruppo. Che somatizza i cambiamenti e metabolizza le scelte anche cambiando la propria pelle. Così riappare Alessandro Raina (il solito fashionist – come diceva lui - con un cappello da vera victim che ricorda decisamente Pete Doherty) e la sua voce di velluto, quello che tutti avevamo dato per transfugo, a ricordare i primi momenti della tournèe di “Punk...not Diet!”, quando le sue mani si componevano a petali di fiore attorno al microfono, ad anticipare che – almeno su un pezzo del prossimo disco - lui ci sarà. E se poi addirittura il guitar-hero del do it yourself - il cavriaghese puro che pure la più chiaccherata delle band del 2005, gli Offlaga Disco Pax, hanno raccontato in un loro brano – si mette a cantare alla sua maniera (chiamatela attitudine, chiamatelo DNA...), cioè emo, significa che qualcosa sta cambiando sotto la pelle dei Giardini. Che intanto ripropongono i propri classici, roba da brividi come “Trompso Is Ok” e come “A New Start” in deflagrante derivazione. E poi i brani nuovi, che aprono un intrigante squarcio sul futuro, e infine l’encore. Che ancora una volta si chiude con la cover di “Blood Red Bird” di Smog, questa volta però incastrata ad un classico della musica italiana che trascende i confini dei generi, e che si apre dentro il Jail come una gomma che vorrebbe cancellarne gli spazi fisici. E’ “Il cielo in una stanza” di Gino Paoli. E – se ci pensate bene – il suo testo potrebbe essere il miglior manifesto possibile della musica dei Giardini di Mirò. Senza nessuna colonna in mezzo.



Scaletta:

- Song For Chloe Schevigny
- Connect The Machine To The Lips Tower
- The Beuty Tape Rider
- Untitled #1 (Jukka Reverberi alla voce)
- Trompso Is Ok
- Untitled #2 (cantato da Alessandro Raina)
- When You Were A Postcard (Jukka Reverberi e Corrado Nuccini alle voci)
- A New Start (finale con Jukka e Burro alla batteria)

Encore

- The Soft Touch
- Blood Red Bird meets Il Cielo In Una Stanza (Alessandro Raina alla voce)

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