Jarabe de Palo, la felicità per davvero

È morto Pau Donés, frontman della band che ha imposto un nuovo suono latino in Italia, sua seconda casa. "Perché la sua musica era come lui: leggera e mai banale", racconta Dario Giovannini di Carosello Records, che per anni l'ha pubblicato
09/06/2020 14:49

"La prima volta che venne in Italia per fare una promozione con noi, gli prenotammo uno degli alberghi più esclusivi di Milano per le interviste. Alla prima pausa dalle domande Pau venne da me e mi disse che l'hotel non andava bene, che era stata una scelta sbagliata. 'Perché?', gli domandai, 'Troppo poco di classe?'. "No, perché costa troppo", rispose lui. "La prossima volta tieni da parte quei soldi, che la sera usciamo a festeggiare".

Di aneddoti di questo tipo su Pau Donés, frontman della band spagnola Jarabe de Palo, scomparso nelle scorse ore a 53 anni, Dario Giovannini ne ha parecchi. Se tra le sue parole riesce a celare la commozione, lo stesso non fa con quel misto di doloroso divertimento che traspare dai ricordi. Direttore generale di Carosello Records, conosceva il musicista catalano da parecchi anni – "aveva da poco realizzato Me gusta come eres, e la versione italiana con Niccolò Fabi" –, da quando, complice lo straordinario successo di Papito di Miguel Bosè, pubblicato e distribuito in Italia dalla label, Pau aveva scelto la casa discografica per continuare a esportare la sua musica nel nostro Paese.

"Un'altra volta cenammo a Barcellona, anche in quel caso in una struttura di lusso: lui era arrivato con lo zaino e una chitarra sulle spalle. Voleva il jamon serrano, ma la cucina stellata del posto non lo aveva. Così a un certo punto della serata uscì e andò a mangiarsi un panino al baretto di fronte", racconta Giovannini.

Per non parlare di quella volta a Las Vegas, dove il cantante si trovava per la consegna dei Latin Grammy. "Arrivati in aeroporto ci mettemmo in coda davanti al rullo per ritirare i bagagli. Mi voltai e a una slot machine, che da quelle parti si trovano davvero ovunque, anche agli Arrivi internazionali, c'era lui che giocava, in ossequio allo 'spirito del posto'. Era arrivato da solo in economy, con il solito zaino. Un paio d'ore dopo ritirava due statuette". Che avrebbe tenuto per anni nascoste negli angoli meno visibili del suo studio a Barcellona, a riempirsi di polvere. "Ripeteva sempre: "Perché metterle in vista, mica devono cantare?'". 

Di riconoscimenti, senza mai scomporsi, ne ha ricevuti parecchi Pau Donès, cui cinque anni fa aveva avuto un tumore e che negli ultimi periodi si era visto molto poco. Aveva iniziato a suonare da ragazzino assieme al fratello Marc, con cui aveva messo su un paio di gruppi adolescenziali. A metà degli anni '90 dava vita agli Jarabe de Palo, che, dopo un viaggio di grande ispirazione a Cuba, trovavano il successo con La flaca, popolarissima prima in Spagna per via di uno spot pubblicitario, e poi dappertutto.

Un paio d'anni dopo arrivava un'altra super hit come Depende, a fare cominciare un periodo più "intimista" della band e del suo frontman, interrotto più avanti dal terzo successone, Bonito. In tutto il gruppo ha pubblicato una decina di album in studio, fino a Tragas o escupes del 26 maggio 2020, uscito a sorpresa pochi giorni prima della sua morte.

Qui sotto il video di Eso que tú me das, in cui Pau appare debilitato dalla malattia molto cambiato nell'aspetto, ma non nell'approccio alla musica. Quello, per chi volesse approfondire, è ampiamente raccontato dall'artista nella sua biografia 50 Palos, scritta tre anni fa per il ventennale degli Jarabe de Palo, con il contributo, per quanto riguarda l'edizione italiana, di Carosello. "Per noi con lui è stato più che un semplice rapporto di lavoro, abbiamo convidiso delle idee", dice Giovannini. 

Il suo legame con l'Italia è stato profondo, per via del successo riscosso dalle sue canzoni da queste parti e del suo amore per il nostro Paese. Ha collaborato con tantissimi artisti italiani – in alcuni casi dando vita a pezzi super, in altri meno –, da Jovanotti – con cui ha negli anni formato un vero sodalizio, che il cantante italiano ha ricordato nelle scorse ore in un post – al già citato Fabi, dai Modà – Come un pittore – a Fabrizio Moro – con cui nel 2010 andò a Sanremo con Non è una canzone – e poi i Nomadi – nel 2009 col pezzo Lo specchio ti riflette –, Francesco Renga, Ermal Meta e Noemi.

Con il suo stile ha imposto un altro tipo di suono latino in Italia, un pop onesto e minimale che sapeva essere colorato e gioioso e guardarsi dentro. Non è stato facile, perché da queste parti quella lingua assume in automatico i connotati del tormentone "bailerino" – le varie Macarene prima e il reggaeton ora –, della canzone d'amore strappalacrime e mutande, o, per qualcuno, del combat à la Manu Chao. Con quel suo fare da Sugar Man, Pau Donés è come se avesse shakerato le tre tradizioni assieme e le avesse restituite in un prodotto che funzionava perché apparentemente poco adatto a funzionare.

Una musica molto semplice, quasi lo-fi – per usare una parola che oggi abbiamo completamente svuotato di senso – come dimostrano i suoi videoclip artigianali, realizzati nella maggior parte dei casi dal fratello, al suo fianco nella Tronco Record, l'etichetta che Pau aveva fondato per essere direttore artistico dei suoi lavori. Canzoni che esprimevano una visione del mondo, come nella celebre Depende, un inno ad abbracciare il relativismo della libertà e a mollare pregiudizi e ossessioni. Pau, d'altra parte, viveva così – fino agli ultimi complicatissimi anni di convivenza con la malattia –, tra la sua casa abbandonata sui Pirenei e Formentera, sempre assieme al suo cane, capace di stare nel centro del mondo e inghiottito dal silenzio allo stesso tempo. 

"La sua musica lo rispecchiava", dice Dario Giovannini. "Per lui chi c'era di fronte non cambiava nulla, aveva lo stesso atteggiamento e lo stesso interesse per tutti. Una volta eravamo in giro per Palermo per girare un promo per MTV e, all'apice del successo, non volle nessun tipo di sicurezza al suo fianco. Tutti quanti lo fermavano per strada per salutarlo: per lui era una festa".

Rimane la sua musica, di "un'unicità leggera, ma mai banale: voleva diffondere arte e amore e lo faceva in modo semplice, senza mai però risultare mai superficiale e sempre con l'obiettivo di raccontare se stesso e i suoi 'ideali'. Pau era una persona senza eguali, in questo mondo in cui tanti appaiono come portatori sani di allegria sulle pagine dei giornali, ma nella vita sono tutt'altra persona".  

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L'articolo Jarabe de Palo, la felicità per davvero di Dario Falcini è apparso su Rockit.it il 09/06/2020 14:49

Tag: addio

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