Klimt 1918: ritratto di una band in fiamme

"Àmor", con in copertina un uomo che va a fuoco, è il primo album in 10 anni della band romana. E potenzialmente il loro migliore, grazie a uno shoegaze parecchio ispirato e altrettanto romantico

Dopo dieci anni un titolo breve, incisivo: Àmor. Ritornano i Klimt 1918. Una storia dalla partenza folgorante e tanto rumore (non certo per nulla) quanto basta a risollevare animo e dibattito nei più acerrimi nemici del silenzio, e fare rimpiangere il mancato approdo a certe sonorità della santissima trinità composta da Opeth, Katatonia e Anathema - invece di altre soluzioni più modeste e in fondo più paracule.

Che il mondo del (post) metal stesse diventando terra di conquista dei romani guidati dai fratelli Marco e Paolo Soellner, lo avevamo avvertito ai tempi del fragoroso esordio degli allora imberbi, lungo-criniti e a loro modo oltraggiosi Klimt 1918. Ma che da quella ipotesi, quello strano e intrigante presagio di poter creare musica altra in un contesto ancora primordiale come quello del metal (specialmente se con radici nel death/black), potesse trovare una innegabile corrispondenza, attraverso un cammino scandito da tre dischi in tre lustri, negli eventi odierni sarebbe stata in vero una previsione audace - anche per il più arguto e fantasioso degli storici e dei critici di date sonorità.

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La cosa ovviamente ci rallegra oltre ogni possibile perplessità, perché anche noi abbiamo trascorso con loro una bella fetta di vita e non siamo gli stessi di ventisei anni fa e, ricordando pure le nostre clausure nell'estatico ascolto di Orchid o Brave Murder Day, grazie a dio o chi per lui, siamo ancora vivi e almeno un po' cresciuti. Quanto basta per comprendere che è un bene se la musica, seppure con tutti i suoi proverbiali corsi e ricorsi, è ancora in grado di aprire capitoli fuori programma, che esulano dai percorsi del mestiere e della commerciabilità, che sfoderano inaspettati colpi di scena e che offrono preziose possibilità d'ascolto per un pubblico più numeroso e d'assalto, oggi per fortuna meno monotematico e intaccato dei tempi andati. Anche perché quelli che qualcuno definì “enfant prodige”, col passare del tempo, sono diventati sempre meno enfant e, come era auspicabile, sempre più prodige.

Quindi, che cosa affascina dei Klimt 1918 ancora oggi? Il respiro di angeli trainati da jet, ardenti di melodia e birbanti di nuove possibilità sonore e strumentali? I frizzanti stendardi di una gioventù oramai svanita senza rabbia alcuna dispiegati nei teneri stellati di promenade serotine? La vibrante mescolanza di musica in ogni sua forma che si traduce in fantasiosa sensibilità, armonie avvolgenti e fioriti dettami di coerente anarchia onirica? Questo, e molto altro ancora.

Riflessi dai cristalli del (ampiamente detto) rock in una landa solcata da mille gruppi e mille influenze, i Klimt 1918 fanno propria l'estetica dell'istante. Dell'ora e del adesso. Generosi e totali. Consci che l'arma generazionale è un congegno a orologeria, i quattro gentili artificieri hanno trovato un proprio modo per neutralizzarne gli spietati meccanismi. Appropriandosi della fugacità di gesti impulsivi aspersi di romanticismo, li trasformano in una proiezione di intenti che configura la loro idea lucidissima. La veste grafica di ne è essa stessa la rappresentazione perfetta. “Quando abbiamo cercato di visualizzare immagini evocate dalla musica", dice Marco, "Abbiamo pensato a un uomo inquieto alla finestra di notte. Il suo tumulto interno lo costringe a stare sveglio. Brucia nell'oscurità come una torcia. Ovunque le fiamme che lo consumano lo accompagnano, tracciando scie di luce nel buio”.

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Il trionfo, quindi, non conosce compiacimento: a patto lo sia mai stato e ne dubitiamo, l'affermazione non è più l'obbiettivo da seguire di per sé. E' il presente che viene esplorato e conquistato, bruciando come ceppo acceso brucia, anche con tormento ma senza farsi fregare dalla nostalgia, quella brutta, che immobilizza, e ciò permette loro di temprare il carattere della loro espressione mantenendo un vivo contatto con la propria (e nostra) epoca. Scusate se è poco. Del resto cosa erano i Klimt 1918 nel 2000? Lo ha spiegato Marco. “Erano una band che usava il basso come i Police di Reggatta de Blanc, che citava Korine, che dedicava le canzoni ad Hassan Itab e alla Palestina, che ascoltava Infernal Love dei Therapy? e White Pony dei Deftones, che amava l’estetica urban di Lerry Clark e Nan Goldin. Che si combatteva dall’interno, perché aveva un corpo che non corrispondeva alle sue intenzioni e alla sua identità. Non riesco a trovare una similitudine migliore del transgenderismo parlando dei Klimt 1918. Intimamente sempre shoegaze, anche se dall’esterno sembravamo altro”.

Quindi la farfalla è finalmente uscita dal suo bozzolo con Àmor? Non credo. Probabilmente perché non esiste nessuna farfalla e nessun bozzolo. Esistono solo i Klimt 1918 - anche se fa un po' slogan calcistico - e ciò che sono. Che non è mai stato qualcosa di semplice perché non sono mai stati sick and banali come altri in giro. Ed eccoci qui. Con una melanconica copertina carta da zucchero sulla quale campeggia la lieve increspatura di una fiamma, intorno sembra il mare di Nowhere dei Ride. Opposti che si attraggono. Antichi ed eterni elementi di viaggi immaginari e fantastiche astrazioni.

I Klimt, valenti surrealisti del millennio che ci ospita e maturi navigatori dell'oceano del rumore, approdano al momento della verità lasciandosi alle spalle una discografia minuta ma di unica bellezza. La verità emerge limpida, inconfutabile dai profondi solchi di questo Àmor, vibrante  raccolta di undici (va là, come Pink Moon di Nick Drake) episodi pregni di deliquio, cupa bellezza e luminoso talento. L'approccio è emozionale come quello inaugurato, secoli or sono, dai Catherine Wheel, dagli Swervedriver, dai Bark Psychosis, dai Verve prima delle spallate, tutta gente che oggi risentiamo nei Nothing, nei DIIV, negli A Place To Bury Strangers, nei Deafheaven, e che in origine si rifaceva al genio dei The Jesus and Mary Chain ma, in luogo delle provocazioni e dei capricci dei fratelli Reid, i due fratelli Soellner (che ricci non sono mai stati) portano atteggiamenti di più pacato distacco e operano assalti sonori apparentemente più calcolati.

I Klimt 1918 potrebbero diventare un'istituzione della psichedelia gaze moderna, sempre che ne esista una. Hanno una visione antica e romantica della musica, maturata in un contesto tutto meno che casuale, Roma. Loro credo per ora lo chiamino Dream-Core, dal nome della traccia di apertura del disco. Quasi un Manifesto. E anche se è gente che quando parte per la tangente non ha freni, pensate ai i vari progetti artistici paralleli di Marco nel corso degli anni, quando si muove in gruppo è perché ha qualcosa di importante da dire. Non succede spesso, per questo ogni uscita è un evento. E per quello che accade con Àmor si può parlare di ennesimo ritorno in grande stile, probabilmente il loro migliore album e forse anche il meno commerciale.

I Kimt 1918, strano a dirsi, vengono ancora dal sottobosco e quasi trent'anni dopo stanno ancora lì con la testa e con il cuore. Con coltri di chitarre sovrapposte, bassi pulsanti, pezzi come cerchi concentrici, finali mega-noisy, splendide strutture drammaticamente logore. E pezzi toccanti e bellissimi. Nihil Vitra, il singolo Aventine, Eros è enorme, le title-track, Arcade, e la  fine affidata ad Aftersun e Mountain, a ogni brano sembra che rilancino: voce sempre più nascosta, nel senso di lontana, nenie durissime. Tutto potrebbe sembrare scritto e riscritto, ma quando dietro c'è un gruppo così te ne dimentichi e godi del loro (in fondo) rassicurante muro del suono, godendo di come il confronto con le altre produzioni sia poi inutile. L'aria resta satura del vapore inebriante originato dalle chitarre, senza bisogno di viole in angelica leggiadria o altre sovrastrutture per fare un arabesco del più totalizzante dei sentimenti umani. Ma il volo dei Klimt 1918 arriva comunque lontano. E conquista l'empireo.

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L'articolo Klimt 1918: ritratto di una band in fiamme di giorgiomoltisanti è apparso su Rockit.it il 2026-06-12 15:21:00

Tag: album

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