L'Eurovision è quel lavoro che gli italiani non vogliono più fare

Nonostante il boicottaggio per la presenza di Israele, il programma tv va avanti a testa bassa, tanto che a seguirlo viene un notevole imbarazzo. Al punto che, nel trash generale, l'esibizione di Sal Da Vinci fa il giro e diventa sobria. Il nostro svogliato commento della prima semifinale

Sal Da Vinci alla prima semifinale di Eurovision
Sal Da Vinci alla prima semifinale di Eurovision

Ci sono due realtà parallele nell’Eurovision Song Contest di quest’anno: quella che vorrebbe delle sfarzose celebrazioni per il 70° anniversario dello spettacolo non sportivo più televisto al mondo e quella parallela, che dimostra che quest’anno se ne sbattono un po’ tutti

L’EBU – organizzatrice dell’ESC – si è ostinata nel tenere in gara Israele causando una emorragia di paesi che hanno deciso di non partecipare per protesta, come Irlanda, Islanda, Slovenia, Paesi Bassi e addirittura la Spagna, una delle Big Five, le cinque nazioni fondatrici dell’evento. Migliaia di artisti in tutta Europa e non solo hanno firmato petizioni verso l’EBU affinché Israele venisse escluso dalla gara, esattamente come è avvenuto qualche anno fa con la Russia. Ma Israele è un immenso bacino di audience e di investimenti per l’eventone, quindi United By Music, a parte Gaza. Ok.

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Prima semifinale, quindi, passata piuttosto sottotono, tra testate che ignorano per protesta l’evento e anche fan storici – compreso il sottoscritto – che si trovano a seguire la manifestazione con meno spasmodico interesse, con un occhio estremamente più freddo, rendendo ancor più difficile il lavoro alla trentina di canzoni scritte a tavolino proprio per la competizione più camp della tv mondiale. Lo show era di suo noioso, con pochissimi momenti degni di nota, tra cui proprio la contestazione del pubblico che ha urlato nei pressi dei microfoni un chiarissimo "Stop the genocide" all’inizio della performance israeliana, quei matti moldavi che hanno presentato una canzone iper-europeista citando un po’ tutte le lingue – mio guilty pleasure, lo ammetto – e la canzone belga che strizza l’occhio a Billie Eilish e a Kerli – chi se la ricorda? Solo io? – che sembra quasi una canzone vera, capace di vivere al di fuori da quel palazzetto, cosa rara per l’ESC. Per il resto, poco e niente.

I cugini di San Marino si fermano qua, non saranno in finale, nonostante una performance muscolare e di grande appeal come quella di Senhit, a tutti gli effetti una Eurovision Legend, coadiuvata dal caro vecchio Boy George (non sono ubriaco, è tutto vero!).Non è bastato, purtroppo. Ma Senhit sono certo che la ritroveremo ancora là. Come quel vecchio adagio che diceva che il calcio è uno sport in cui alla fine si va ai rigori e vince la Germania, allo stesso modo le selezioni del Titano per l’ESC funzionano con gente che canta canzoni, ma alla fine vince sempre Senhit. La sua canzone aveva un pregio: non era Tutta l’Italia di Gabry Ponte.

Dal nostro lato, abbiamo in gara Sal da Vinci, vincitore del Festival di Sanremo 2026 e già definito da mezza Europa come la cosa più italiana che si potesse immaginare. Va detto che nel solito agglomerato di, come dire, scappati di casa, il Nostro spiccava per voce ed esperienza sul palco, e una performance tamarrissima ma che fa il giro e diventa sobria. Il matrimonio raccontato nel testo di Per sempre sì viene letteralmente portato in scena, con le coreografie di Marcello Sacchetta nel ruolo di sposo, pronto a convolare a nozze con Francesca Tocca – entrambi provenienti dal De Filippi Cinematic Universe, mi dicono – e mentre Sal gigioneggia e canta benissimo come sa sapientemente fare, il vestito da sposa si trasforma un italico tricolore che fa esplodere di gioia il pubblico dell’arena viennese. Tra i brani eurovisivi, Per sempre sì è tra i più streammati e anche il video sui social della performance nella prima semifinale hanno totalizzato grandi numeri. 

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Vero è anche che la lingua napoletana – presente nell’ultimo verso della canzone "Accussì, Sarrà pe’ ssempe sì" – mancava dal carrozzone europeo dal 1991, il famoso Eurovision Disaster organizzato dalla Rai in Italia e rimasto nella storia per disorganizzazione. Quell’anno c’era Peppino Di Capri con «Comme è ddoce ‘o mare», brano interamente in napoletano, scelto da una selezione interna Rai per avere la certezza di essere il più lontani possibile dalla vittoria.

Da Vinci, invece, quasi rischia di coinvolgere il pubblico eurovisivo più puro, quello che vuole glitter e scenografie kitsch. Sal, mi raccomando, arriva secondo, sennò Napoli esplode e già con il passaggio del Papa qua il traffico era infernale, poi i miei concittadini cominciano a pretendere di fare l’Eurovision a Napoli. Che manco c’abbiamo un palazzetto per i concerti, figurati l’Eurovision.

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L'articolo L'Eurovision è quel lavoro che gli italiani non vogliono più fare di Marco Mm Mennillo è apparso su Rockit.it il 2026-05-13 16:21:00

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