Sott' a'botta 'mpressiunat: il concerto di Liberato sul Lungomare di Napoli davanti a migliaia di persone Live report, 09/05/2018

Foo di Glauco CanalisFoo di Glauco Canalis
10/05/2018 di

E così, alla fine, ci siamo arrivati. Dopo quindici mesi dal rilascio a sorpresa di "Nove maggio", quindici mesi di video e canzoni, quindici mesi di discussioni sulle strategie comunicative, il marketing, poi l’appropriazione culturale, la gentrificazione, il neomelodico e la napoletanità che hanno coperto tutta la gamma dalla polemica invidiosa all’analisi approfondita e stimolante. Quindici mesi di ‘Uà, ma perché suona a Milano’, ‘Uà ma perché a Torino, ‘Uà nientemeno pure a Barcellona, ma allora è vero che a Napoli non ci vuole suonare’. Eppure si sapeva che sarebbe successo, tutti quelli che si occupano di musica a Napoli ci hanno provato o hanno almeno accarezzato il pensiero di farlo succedere e ci si aspettava che prima o poi in qualche modo accadesse, magari con un mega evento a pagamento per battere cassa.

E invece, Liberato e il suo team ci hanno spiazzato anche stavolta. Il rilascio di "Intostreet" e "Je te voglio bene assai" a poche ore di distanza, un po’ di tempo per metabolizzare, iniziare a elucubrare teorie sulla timeline, poi la bomba, una laconica immagine conferma le voci che giravano ufficiosamente da qualche tempo:

‘NOVE MAGGIO/NAPOLI/LUNGOMARE/ TRAMONTO/GRATIS’.

Segue una settimana di hype devastante, senza precedenti, almeno visto dall’occhio del ciclone.

Quale lungomare? Tramonto che ora sarebbe? Presenta il disco? Si scopre chi è? Sarà di nuovo Calcutta o tipo Nino D’Angelo? Arriva in barca? Se ne va in barca? Suona in barca? Piove? 

Queste alcune delle domande che si sono rincorse attraverso internet su e giù per l’Italia durante gli ultimi giorni; e ancora durante la giornata di ieri, quando, sebbene in fondo alla maggior parte dei tre milioni di persone che abitano la città metropolitana di Napoli di Liberato gliene importi ben poco, in alcune zone della città si respirava un’aria particolare, per esempio in quella universitaria o ovviamente quella del Lungomare, dove già dalla mattina la gente ha iniziato a radunarsi e a instillare il panico (e con buona ragione) nel cuore di chi pensava di andare tranquillamente in tardo pomeriggio.

Insomma, comunque la si voglia mettere, quella di Liberato è una delle storie legate alla musica che più ci ha appassionato negli ultimi anni, costruendo soprattutto una lunga serie di misteri e domande. La maggior parte continuano a essere senza risposta, anche oggi, 10 maggio, dopo il Liberato day sul Lungomare Liberato (attenzione: alcuni, sindaco De Magistris in testa, lo chiamano così da quando l’area è pedonalizzata; il cantante misterioso, per ora almeno, non c’entra nulla).

Qualche cosa, però, ieri l’abbiamo imparata. 

Primo: è vero che Liberato è un progetto che riassume, attualizza e ricopre di una patina stilosa un certo tipo di immaginario estetico e poetico partenopeo, in una maniera che è perfetta per essere venduta, magari col supporto di un bello sponsor come Converse, a chi lo conosce solo da lontano e in un momento di generale entusiasmo verso la cultura napoletana. 

Nel momento in cui questo immaginario torna a casa, dopo un anno passato a crescere fra Internet e apparizioni in altre città, il potenziale simbolico è così alto che accorre gente da tutta Italia. Ci sono molti romani, ma si sentono anche parecchi accenti del nord. Probabilmente con pochi soldi in più e qualche ora di viaggio in meno, qualcuno poteva andare a vedere lo stesso concerto al Sonar Festival di Barcellona, invece ha preso la macchina o il pullman per essere a Napoli, il 9 maggio.

Secondo: non è vero che la conseguenza di quanto sopra è che di Liberato ai napoletani non gliene freghi, che lo percepiscano solo come il pezzotto di una cosa che già esiste da anni in maniera autentica. Ieri è stata una di quelle serate in cui hai l’impressione che ci sia tutta la città. Tantissimi ragazzini, tanti adulti, tanti anche di quelli che nelle discussioni che, volente o nolente, hanno accompagnato questi 15 mesi di Liberato, erano scettici o critici. 

Certo, in questo conta anche la dinamica dell’evento a cui presenziare a prescindere, perché in fondo ne parlano tutti e ad un concerto primaverile con vista sul golfo non si dice mai di no. 

Però io ci ho visto, chi con più convinzione, chi con meno, cantavamo tutti.

È evidente che Liberato piace anche ai napoletani, altrimenti ieri saremmo stati 2000, 3000, 5000, ma non 20000 persone fra l’area adibita al concerto e recintata, con capienza prevista di 6000 persone, e la piazza retrostante.

Tanto è vero che la giornata è caratterizzata da file interminabili da entrambi i lati previsti per l’accesso: qui il dispositivo organizzativo e di sicurezza ha mostrato i suoi limiti. Tanti i controlli, una massiccia presenza di recinzioni e forze di sicurezza, come previsto dalla normativa in materia di eventi pubblici che dall’anno scorso ha cambiato la faccia a iniziative del genere. Il tutto però è un po’ troppo lento, forse sottodimensionato rispetto all’affluenza effettiva, e così finisce che molti, come chi scrive, sono ancora in fila durante il set dei Nu Guinea, interessantissimo progetto di due napoletani espatriati a Berlino che riprende in maniera fresca e originale il sound e le atmosfere del Neapolitan Power anni ’70 e ’80. Avrete sicuramente modo di sentir parlare di loro.

Proprio mentre passo i controlli, sugli scogli si accende un fumogeno azzurro e una decina di persone, tutte o quasi in divisa Liberato, sbarca da un gozzo. ‘Stanno dieci Liberato’, grida qualcuno.

Il tempo di entrare, prendere posizione nella folla e parte un intro. Non è quel sottovalutato "Liberato 1" che univa M.I.A. e Tammurriata nera e che aveva introdotto il live al MI AMI, però c’è "Life is life" e l’atmosfera si scalda subito con qualche coro. Poi spunta un accenno del turu turu tu tu di "Nove maggio" e, qualche secondo dopo, parte la canzone e inizia un coro che ci seguirà per tutto lo show.

Si canta e si canta molto, tutto, a memoria. Bene, perché la scena è memorabile, c’è una folla enorme ed eterogenea che canta con un’unica voce. E anche perché, i più romantici chiamano in ballo l’emozione, i più cinici un problema di microfoni, spesso la voce scappa. Se non altro, è segno che il set è live: quello sul palco è Liberato, qualunque cosa questo voglia dire (e forse per ora possiamo anche evitare di parlarne), e canta. Niente playback da concerto trap, niente dj set con le tracce da YouTube, niente figuranti speciali. Accanto a lui due sosia, rigorosamente incappucciati, davanti ad una ventina di led in controluce e nascosti da un getto continuo di fumo, suonano. Una delle grandi note positive del concerto è che le basi sono suonate e reinterpretate rispetto alle versioni in studio, con alcuni elementi più valorizzati rispetto ad altri, le strutture ritoccate per aumentare l’attesa prima di un’apertura o per ripetere un passaggio: strappalacrime quel ‘Cient bombe ma nun sent a botta / ij cu’tte ce so rimast a’sotto’ reiterato ad libitum.

Come ci si poteva immaginare data la situazione, siamo comunque lontani dai livelli dello show del Club to Club di Torino, sia per cura del light show che del suono, che già alla parte posteriore della zona recintata per il concerto arriva un po’ spento.

Per il resto, poche le sorprese: "Nove maggio", poi le nuovissime "Intostreet" e "Je te voglie bene assai", che già buona parte del pubblico conosce a memoria (presente). Poi "Gaiola portafortuna", che in riva al mare, con l’estate che arriva e non che se ne va, ha dimostrato delle potenzialità danzerecce poco apprezzate quando era stata rilasciata il settembre scorso. Poi "Me staje appennenn amò", che invece conferma tutte le sue potenzialità esplosive, con la cassa dritta che scatena il pubblico e si farà ricordare nelle migliaia di video venuti mossi. Il finale è affidato a quello che possiamo tranquillamente definire come il più grande successo di Liberato, quella "Tu t'è scurdat e’me’" che suonata qui, fra il Lungomare e Mergellina, suona semplicemente giusta.

Nel mezzo, un omaggio a Pino Daniele, la prima strofa di "Quann chiove". Molti la cantano, qualcuno più giovane si chiede se sia un pezzo nuovo.

Pochissime parole pronunciate fuori dalle canzoni: un ‘uagliù, comm cazz site bell!’, con tanto di autotune, dopo il primo pezzo, poi un ‘vai mo’’ per aizzare la folla prima di un’apertura, classico della musica hip hop napoletana. La terza frase che sentiamo dire al microfono, stavolta da una voce più composta e senza autotune, ci ringrazia per essere venuti e ci invita a defluire con calma, mentre il pubblico ancora chiede in coro un altro pezzo.

Insomma, niente presentazione dell’album, per chi ancora ci sperava o addirittura ci contava, né di un brano inedito, ovviamente niente rivelazione dell’identità segreta dell’incappucciato.

L’emozione era palpabile fra la folla, impossibile negarlo, però impossibile anche negare che, piano piano, nella testa di molti si è fatta strada anche l’opinione che, per il suo battesimo partenopeo, Liberato abbia deciso di fare il compitino: il set di mezz’ora con tutti i brani ma nessuna sorpresa né bis di sorta, la location eccezionale che vale da sola la presenza al concerto e tutti gli elementi di grande festa di piazza, come era giusto che fosse, che però non riesce a diventare anche un concerto memorabile a causa di una dotazione tecnica, dal palco in giù, non all’altezza delle folle richiamate. Nonostante in fondo a pagare ci fosse Converse, non proprio l’ultima associazione culturale di ragazzi alle prime esperienze di eventi musicali.

Intendiamoci: il compitino per Liberato è stato richiamare una folla di 20.000 da tutta Italia sul lungomare di Napoli al termine di una settimana di hype senza precedenti, farle aspettare per ore al sole in fila, fargli cantare con un’unica voce le sei canzoni che ha rilasciato nell’ultimo anno, come se fossero classici ascoltati da una vita. Insomma, dar vita a un evento che i più hanno considerato imperdibile, impossibile da mancare, impossibile da non immortalare nella foresta di telefonini che si sono alzati al cielo, impossibile da non caricare subito su Instagram, tanto che dopo un po’, probabilmente sovraccarico, il ripetitore della rete ha deciso di entrare in sciopero. Alla fine, al di là dell’aspetto tecnico o organizzativo, il dato che emerge con forza dalla giornata di ieri è che intorno alle sei canzoni e ai sei video di Liberato si è creato un immaginario fortissimo, che ha al centro la città di Napoli e che è in continuità ma allo stesso tempo in parziale controtendenza con l’estetica e la musica napoletane, così come con l’attuale temperie musicale locale e non. In poco più di un anno, senza raggiungere i numeri e i mezzi del vero mainstream musicale nazionale, questo immaginario ha costruito un pubblico di migliaia di persone che, da tutta la città, la regione e da tutta Italia, è accorso per cantare e ballare mezz’ora di hit micidiali.

Un dato con cui fare i conti, che bollare su due piedi come negativo o positivo sarebbe ingenuo e semplicistico, ma che probabilmente ci dice e ci dirà molto su quello che sta succedendo non solo alla musica, ma anche a questa città dalla storia così travagliata che sta vivendo un momento storico molto particolare. 

 

Tag: concerti live report

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