LIBERATO a Roma: spegnete i cellulari e iniziate a ballare

Liberato a Roma ha fatto un concerto perfetto, pure troppo
24/06/2019 15:08

Se ti nascondi dietro a una maschera di mistero, hype e tensione, non è facile uscire dal personaggio che ti sei creato e che gli altri, fuori, ti hanno cucito addosso. E non è facile nemmeno mantenere la soglia di gradimento del tuo pubblico costantemente alta nel tempo, alternando continuamente periodi di silenzio a release-bomba che creano un buzz incredibile, per poi tornare a sparire nel nulla, in una montagna russa di azioni.

Liberato ha portato avanti così il suo percorso: rilasciando pezzi in ordine apparentemente casuale e con moltissimi tempi di attesa, nessuna rivelazione di identità, mai, solo un grosso nome dietro ai videoclip (Francesco Lettieri), per poi arrivare alle prime apparizioni in concerto. E, finalmente, il primo album di pezzi conosciuti più cinque pezzi inediti. Un album fatto di lacrime, baci, amori finiti, ritmi reggaeton mischiati a quelli della tradizione napoletana e all’elettronica contemporanea. Sì può dire che il percorso di questo artista (o progetto? o collettivo?) sia maturato, cresciuto, andato definendosi piano fino ad esplodere in quello che è diventato un artista a tutti gli effetti, non la stella cometa che appariva ogni tanto.

Ph: Giuseppe Maffia

Questa evoluzione ha avuto la sua conferma nel concerto di sabato a Roma: una location immensa, l’Ippodromo delle Capannelle, riempita da circa 25.000 persone. Numeri enormi, se si pensa che il primo pezzo è uscito solamente nel febbraio 2017. Ma ormai sappiamo quanto veloce vanno certe cose.  Nell’aria si respira un’attesa febbrile, eccitante, quasi morbosa: la serata non è iniziata alle 22.30, ma ben prima, verso le 18, con altri guest come i Dengue Dengue Dengue e MC Bin Laden: ma il pubblico, adesso, sta aspettando lui. In ritardo di poco più di un quarto d’ora, finalmente, parte il beat del primo pezzo Guagliò, e la folla si scatena urlando in quella che è, finalmente, la rottura di questa attesa.
Le luci sono fortissime e colorate, i bassi vibrano e il pubblico balla, ma Liberato ancora non si vede.

Ph: Giuseppe Maffia

Il sipario si alza, finalmente, quando parte il terzo pezzo, Oi Marì, uno degli inediti rilasciati con l’uscita dell’album, a seguito di Tu me faje ascì pazz': finalmente il nostro beniamino incappucciato e imbandanato, insieme alla band che lo accompagnerà per tutto il concerto, si mostra a noi (per modo di dire) in tutto il suo splendore. Il concerto prosegue alternando i pezzi dell’artista a introduzioni strumentali o mashup con brani iconici, come Stand By Me di Ben E. King (richiamata, per l’appunto, anche nel testo di Oi Mari), Aerodynamic dei Daft Punk (e il riferimento alla storia dell'anonimato è lì) e canti più classici napoletani, come Tammurriata Nera, che fanno letteralmente impazzire la folla. Gli intermezzi aiutano a introdurre i brani dell’artista e a dare riferimenti per entrare di più nel suo mondo, tra i visual e i giochi di luce: cieli stellati immensi, laser danzanti, barre di led fluorescenti che lampeggiano in quello che effettivamente si palesa come uno spettacolo di altissimo livello.

Ph: Giuseppe Maffia

La gente balla, si diverte, si bacia, si abbraccia, si sgola cantando ogni minimo verso dei pezzi in un perfetto accento partenopeo, mostrando all’artista un affetto e una dedizione che risultano quasi morbosi. Liberato intima al pubblico di ballare, scatenarsi e mettere via i cellulari: il concerto deve essere un’esperienza collettiva e quasi primordiale, ed effettivamente l’atmosfera che si respira è proprio quella. Nonostante l’esecuzione impeccabile, i visual perfetti, il pubblico caldo e coinvolto, c’è però qualcosa che non mi ha convinto.

I brani che più aspettavo e che più ho a cuore (le classiche Nove maggio e Tu t’è scurdat’ e me, ad esempio) non hanno avuto l’impatto emozionante che mi aspettavo: sono stati sì eseguiti in maniera perfetta da Liberato ed effettivamente, io come tutti, li ho cantati dall’inizio alla fine, ma qualcosa non mi ha trasportato fino in fondo.
Ragionandoci su a mente lucida, mi sono chiesta il motivo di questo amaro in bocca che ho sentito: sicuramente la componente del non sapere chi mi trovo davanti, del non avere un cantante con una personalità evidente e riconoscibile, con i suoi difetti, i suoi pregi, i suoi lati umani ha fatto molto.

Ph: Giuseppe Maffia

Forse tutto l’immaginario partenopeo raccontato nei video di Liberato, le storie di amori intrecciati, appassionati, finiti che danno vita ai suoi testi e alle sue canzoni, sono state una componente troppo caratterizzante e troppo forte nel progetto: una volta venuto meno questo aspetto, rimangono solo le canzoni, perché anche il cantante stesso, non avendo un volto, non è visibile. E, forse, quando mancano così tanti elementi, lo spettacolo risulta a tratti un po’ freddo e spersonalizzato. Diverso, invece, il discorso per i pezzi più ballabili e scanditi da ritmi reggaeton ed elettronici, che hanno smosso qualcosa in più nel pubblico: la folla ballava rapita all’unanimità e si scatenava sopra pezzi come Nunn’a voglio ‘ncuntrà e Intostreet, che, nonostante non avessero con sé la forte carica visiva dei videoclip, sono riusciti a conquistare il pubblico grazie alla natura stessa dei pezzi e delle basi, molto più movimentati e catchy.

Ph: Giuseppe Maffia

Il bilancio della serata è stato nettamente positivo, con qualche nota un po’ malinconica, per l’appunto, causata dall’assenza di quel sentimentalismo in più che ci si aspettava. Ma dopo questo concerto, sorgono spontanee alcune domande: cosa succederà ora? Liberato è diventato un cantante normale come gli altri? Non è più un progetto? Ma siamo sicuri che è un artista o è stata sola una mossa di marketing? Che cos’è o chi è Liberato, davvero? Che cosa non è? Ma davvero ci interessano ancora queste risposte?

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L'articolo LIBERATO a Roma: spegnete i cellulari e iniziate a ballare di Linda Codognesi è apparso su Rockit.it il 24/06/2019 15:08

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