Non avevo mai visto qualcuno piangere, ridere, disperarsi e ballare nello stesso momento. Forse perché non ero mai stato a un concerto di LIBERATO. Nello stadio che ha visto giocare il più grande di tutti - e che non a caso porta il suo nome - l’uomo mascherato ha accolto i suoi adepti a casa sua, e da buon sacerdote del tempio ha trasformato quarantacinquemila anime in un unico corpo. La faccia di nessuno, la voce di tutti.
Definire il live al Maradona un’esperienza mistica può sembrare roboante, ma è anche la definizione più attinente alla realtà che riesco a formulare a mente lucida. Il misterioso figlio più amato di Napoli si è presentato accompagnato da quattro musicisti + tre coriste e un corpo di ballo - tutti opportunamente agghindati e mascherati - e ci ha spiattellato in faccia tutto il best of dei suoi quattro album (con buona pace di RADIO LIBERATO, rappresentata dalla sola Goodbye).

Hit dopo hit dopo hit, accompagnate da complessi ma spettacolari visual sul ledwall. Due ore di concerto in cui ogni possibile emozione residua nell’animo umano è stata scandagliata, presa, fatta a pezzi e poi ributtata un po’ a casaccio da dov’era venuta. Su Niente il prato del Maradona diventa un lago di lacrime, mentre su Oi Marì si scatena un party reggaeton. I numerosi reprise trasformano la laica celebrazione in un festino hard techno, l’immancabile Nove Maggio fa cantare tutto lo stadio (tecnici compresi) eTu t’e scurdat’ ‘e me si conferma inno generazionale di una generazione senza inni.

Nel mezzo c’è tutto il resto. C’è una sequenza a tema tammurriata, con un il padrone di casa perfettamente cosciente che il pubblico, su quel ritmo, si aspetta l’ennesima sfuriata sboccata contro la ragazza a cui è dedicata Nunn’a voglio ncuntrà. E allora ci gioca, sembra che il pezzo parta ma in realtà in scaletta ci sono prima A ‘mbasciata e Essa. Poi, quando arriva quel momento, è delirio totale. Avete presente quando i Pink Floyd decisero di trasformare Money in una suite di 8 minuti a Venezia ‘89? Ecco, LIBERATO fa la stessa identica operazione e Nunn’a voglio ncuntrà diventa rituale collettivo di esorcizzazione dell’amore tossico. Perché LIBERATO è come la Platinette di Boris: ci assolve da tutti i peccati.
C’è addirittura tempo per un inaspettato momento acustico: la band e il corpo di ballo spariscono e sul palco si palesa un pianoforte azzurro, sulla cui tastiera volano le mani colorate di bianco del cantante. Inizia giocando a fare Freddie Mercury al Live AID ‘85, facendo vocalizzare il pubblico, prima di devastargli l’anima con una sequela di Gaiola e Intostreet.

“Da piccolo, quando suonavo il pianoforte, i vicini si lamentavano, sono sicuro che alcuni di loro sono in mezzo a voi stasera”, dice in napoletano. “A casa mi chiedevano di suonare le cover di Pino Daniele e dei Queen. Ne abbiamo fatta di strada”. Al plurale, perché LIBERATO non è un cantante, ma un popolo intero. E il cerchio si chiude proprio sulla fine del set acustico, con un omaggio ai Queen.
Il concerto si apre con Guagliò e si chiude con l’identitariaO’ Core Nun Tene Padrone, condita dai fuochi artificiali. A luci accese mi guardo intorno e il ragazzo accanto a me piange, mentre la ragazza davanti ride e un’altra canta. Perchè si, LIBERATO al Maradona è stata una gigantorme seduta di terapia collettiva.
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L'articolo Liberato al Maradona: la faccia di nessuno, la voce di tutti di Marco Brunasso è apparso su Rockit.it il 2026-06-08 14:24:00

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