Cosa volete scrivere: musicisti scrittori e scrittori musicisti degli anni '10

foto via redkiteband.blogspot.it - Libri scritti da musicisti: parliamone.foto via redkiteband.blogspot.it - Libri scritti da musicisti: parliamone.
07/09/2015 di Jacopo Cirillo

A fine 2011, quindi quasi quattro anni fa, uscì per Minimum Fax una raccolta di racconti curata da Chiara Baffa, dal titolo: "Cosa volete sentire". L’originalità di quell’antologia consisteva nel fatto che tutti i tredici racconti presenti erano stati scritti da musicisti, nello specifico da cantautori della scena indipendente italiana. Vasco Brondi, Dente, Simone Lenzi dei Virginiana Miller (poi diventato romanziere), Dimartino, Max Collini degli Offlaga Disco Pax, Maria Antonietta e tutto il cucuzzaro.

Nel 2015, quindi quest’anno, sono usciti un sacco di romanzi scritti da musicisti, nello specifico da cantautori della scena (più o meno) indipendente italiana. Qui ricordiamo, e prendiamo in considerazione, i libri di Dente, Francesco Bianconi, Vinicio Capossela, i Camillas, Morgan e Colapesce.

C’è da dire una cosa, prima di proseguire: i cantanti che scrivono libri non costituiscono certo una novità degli anni ’10, anzi. Penso a Ligabue, Jovanotti e tanti altri. Il fatto è che costituiscono delle eccezioni editoriali: pubblichiamo il libro di Jovanotti perché è di Jovanotti così siamo sicuri che, almeno, i fan di Jovanotti lo comprano. Questo si capisce molto bene ricordandosi le innumerevoli critiche che hanno subissato la (notevole, a mio parere) raccolta di racconti del Liga, "Il rumore dei baci a vuoto", quando i vari letterati si lamentavano del fatto che uno che scrive canzoni mediocri da quindici anni, sicuramente avrà scritto un libro altrettanto mediocre, così, per pregiudizio.

In questa sede, invece, tenterò di parlare di un percorso che parte da musicisti che giocano a fare gli scrittori e arriva a scrittori che fanno anche i musicisti, senza metterlo troppo in discorso nei loro libri. Ecco allora la domanda: cos’è successo negli ultimi quattro anni? Andiamo con ordine.

"Cosa volete sentire" era un’operazione culturale. Vabbe', tutti i libri lo sono, ma questa un po’ più delle altre, e quasi tutta la critica era unanime nel definirla tale: un’operazione in cui alcuni cantautori si sono cimentati con la prosa e, grazie alla curatela di Chiara Baffa e alla disponibilità dell’editore, hanno provato a scrivere racconti. Il libro è stato accolto, letto e valutato a partire da queste premesse e ha proliferato nello scarto di codice, quasi di paradigma, tra la poesia in musica e la prosa in narrazione. Nessuno si aspettava un capolavoro, nessuno ha mai applicato nemmeno categorie manichee di questo tipo. Semplicemente tutti volevano leggere il racconto del tipo dei Perturbazione per dire all’aperitivo: ma voi avete letto il racconto del tipo dei Perturbazione? Sai che non è male?

Non a caso, il claim del libro era: "Compilation di racconti di cantautori italiani" e tutti i racconti avevano come tema, in senso molto lato, la musica e la pratica di fare musica (i tour in furgone, l’arrivo della notorietà, la nascita di una canzone eccetera. Qui trovate il racconto di Dente pubblicato in anteprima su Rockit all'epoca). I musicisti mettevano in prosa le esperienze della loro categoria, in un falso ibrido che era, in realtà, un modo per continuare a “fare” musica usando altri codici. Più che un libro musicale era una canzone rilegata. Ed è interessante, a pensarci, perché gli stessi cantautori, quando scrivono un testo, non parlano della loro esperienza di musicisti ma di amore, amicizia, morte e altre cazzate, esattamente gli stessi temi che i romanzieri trattano nei loro libri. È come se i romanzieri scrivessero canzoni che parlano dei loro agenti o del premio Campiello.

"Cosa volete sentire", allora, era come un circo, un freak show in cui i lettori assistevano a performance deviate di autori solitamente legittimati da altro, in una peculiare prova di transfert della legittimazione; un po’ come Ota Benga, il pigmeo con i denti aguzzi portato allo zoo di New York nei primi del ‘900 e ammirato proprio perché fuori contesto. E, infatti, il lettering della copertina riprende il font dei circhi e dei carrozzoni ambulanti in generale.

Passano quattro anni e sei marchi editoriali italiani (forse I sei marchi editoriali italiani) pubblicano altrettanti libri scritti da cantautori: Rizzoli, Mondadori, Feltrinelli, Einaudi, Il Saggiatore e Bao. Questo significa, intanto, che non stiamo più parlando di un’operazione culturale, almeno non nel senso vanverato prima, né di una linea editoriale propria di un solo marchio – come per esempio le biografie dei calciatori scritte insieme a giornalisti di Sky o i libri di ricette del vincitore di Masterchef. Va da sé, allora, che la stessa categoria cantautoriale che quattro anni fa si cimentava in un’operazione, ora si è perfettamente integrata nel tessuto letterario, tanto da non essere più legata alla retroattività della propria provenienza artistica: i libri non parlano della pratica musicale e non sfruttano la popolarità dell’autore in quanto musicista per dare una direzione editoriale e distributiva al romanzo.

In più, manco a farlo apposta, i sei romanzi in questione, oltre a insediare tutti gli editori più importanti, coprono anche uno spettro tematico quasi autoconclusivo: ci sono le favole per bambini che possono leggere anche i grandi (Dente/Rizzoli), il romanzo di formazione e di zombie con accenni metatelevisivi e seriali (Bianconi/Mondadori), il viaggione ancestrale sulle orme degli antenati (Vinicio/Feltrinelli), la minchiata che fa ridere e fa pensare (Camillas/Saggiatore), l’autobiografia del rocker maledetto (Morgan/Einaudi) e la graphic novel (Colapesce con Baronciani/Bao). Insomma, il bignami della narrativa contemporanea. Quasi un involontario esercizio di stile collettivo per dimostrare la legittimità letteraria degli autori.

Ma questi libri, alla fine della fiera, come sono? O meglio: sembrano scritti da autori “veri”? La domanda, che quattro anni fa era non solo pertinente ma quasi incoraggiata, ora è tragicamente mal posta. I romanzi e i meccanismi editoriali e produttivi che ci stanno dietro sembrano piuttosto ribadire un concetto molto importante: la percezione olistica dell’autore e l’abbattimento delle barriere di codice. Per dirla come la diremmo al bar: se uno sa scrivere e sa pensare, riesce a scrivere e a pensare in infinite declinazioni, senza barriere all’ingresso né cambi di paradigma – sì, noi al bar parliamo così. Come una gigantesca gomma che cancella la lettera (la nota musicale) scarlatta dalla schiena dei cantautori, eliminandone il prefisso e promuovendoli ad Autori veri e propri. Questa dinamica, che sembra molto bella e, in molti sensi, effettivamente lo è, porta alla luce due problemi.

Primo: il livellamento culturale. Perché, diciamocelo, non è vero che se uno scrive canzoni meravigliose allora scriverà anche romanzi meravigliosi. Può darsi, ma se succede non è certo a causa di questo sillogismo un po’ sgangherato. L’idea di un Rinascimento culturale in cui tutti sanno fare un po’ tutto, con una solida base autoriale alle spalle, è antistorica e illogica. Questo non significa che ognuno debba per forza fare il proprio lavoro senza sconfinare in quello degli altri; semplicemente non è un passaggio automatico ma, più probabilmente, una transizione in cui si perdono alcuni pezzi per strada. Ognuno può scrivere quello che vuole e sono i lettori (o gli ascoltatori) a decidere se funziona bene o male, ma non dimentichiamoci che ogni mestiere, per dirla con il migliore di tutti e cioè Stephen King, ha la sua cassetta degli attrezzi. La gente non scrive perché gli è venuta una bella idea, scrive perché ha imparato a scrivere, nei modi e nei tempi narrativi e musicali. 

Secondo: il solito vecchio problema del “letterario”. Mi spiego. La letteratura viene sempre considerata – a torto, a tortissimo – una forma di intrattenimento superiore. Anzi, si prova addirittura a non sporcarla nemmeno con il fangoso concetto dell’intrattenere, per carità, per quello ci sono i disegnini, i videogiochi e le canzonette. Tutte le campagne per incentivare la lettura – #ioleggoperché anyone?– si fondano sempre sullo stesso concetto: i libri sono il cibo dell’anima, i libri fanno bene e, quindi, dobbiamo convincervi a leggere, siete obbligati a leggere perché, se non leggete, la vostra anima non si nutre, e allora sono cazzi. Non a caso, infatti, #ioleggoperché aveva – brrr –  i messaggeri, volontari che dovevano “contagiare alla lettura chi non conosce il piacere dei libri”. Ma chi vi vuole? Essere letterario NON è un upgrade, leggere i libri NON fa bene, di per sé. Leggere un libro, guardare una serie tv o un film, giocare a un videogioco, ascoltare una canzone, giocare a basket al campetto sotto casa, sono LA STESSA COSA e fanno tutti bene, ma nessuno di per sé (a parte il nuoto, che è notoriamente uno sport completo). Io non leggo per cibarmi l’anima, leggo perché mi piace. Se a te non piace, non leggere. È così semplice.  

Tuttavia, la letteratura viene ancora e sempre più considerata superiore a tutto il resto: la legittimazione culturale e spirituale per eccellenza. Scrivere un libro significa entrare nella schiera degli eletti che cibano le anime dei poveri lettori, fare un upgrade della propria posizione sociale all’interno di un sistema di riferimento culturale e artistico. Scrivere un libro è la meta. Si rischia, quindi, che questa migrazione di massa di cantautori verso l’editoria cartacea sia anche un modo, per i cantautori stessi, di affermarsi non più come semplici cantanti ma come intellettuali a tutto tondo. Questo porta, nel lungo periodo, a un drive sbagliato: scrivo un romanzo non perché la storia che ho dentro e che ho un bisogno viscerale di buttar fuori può esprimersi al meglio sotto forma di romanzo, piuttosto scrivo un romanzo perché così divento un intellettuale.

L’altra faccia della medaglia è molto più luccicante, per fortuna. Perché, allo stesso tempo, l’avvento dei cantautori nella letteratura significa anche che la letteratura stessa ha abbassato le barriere all’ingresso e ha permesso ai non eletti di entrare nel cerchio magico con legittime ambizioni romanzesche – vedi Vinicio portato allo Strega da Feltrinelli –, e non solo attraverso simpatici esperimenti di costume. E tutto, com’è sempre stato e come è giusto che sia, ritorna al vero fulcro della cultura, rappresentato da chi, bontà sua, la cultura la fruisce: il lettore, l’ascoltatore, lo spettatore, il giocatore. Siamo noi che decidiamo e siamo noi che continueremo a decidere, sia per Jonathan Franzen che per i Camillas. E se non abbiamo voglia di leggere, ché tutte quelle paroline scritte in piccolo fitte fitte sono una noia mortale, prendiamo un paio di cuffie, un joystick, uno schermo piatto o un pallone da basket. E facciamo cultura al nostro modo, non al loro. 

Tag: opinioni

Pagine: Baustelle Vinicio Capossela Morgan Marco Castoldi Dente I Camillas Colapesce

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