Lili Refrain ha perso la chitarra

O meglio, ha deciso che questa volta poteva anche usarla di meno. E così la chitarrista e performer romana per il suo nuovo disco “Mana” ha messo al centro voce e percussioni: meno estremo, meno metal, molto più sperimentale. Ci ha raccontato perché

Lili Refrain, foto di Tania Alineri
Lili Refrain, foto di Tania Alineri

Dicono che la terza onda sia quella in cui ci si gioca un po' la partita. Dopo l'apertura e la chiusura delle prime due, la terza è quella che può muovere a prospettive nuove. Il percorso artistico di Lili Refrain sembrava sintetizzato oramai in quel uno-due perfetto raccontato da due album come 9 (del 2009, Trips Und Traume) e Kawax (del 2013, Subsound) che l'avevano fatta notare al pubblico più attento dell'universo post (rock, lo-fi, doom, metal: fate voi) per una doppia essenza, una musicale e l'altra poetica.

La prima, sempre generata dai soli loop di chitarra, in una sorta di via alternativa all'avanguardia minimalista, illustra; la seconda, che percorre le vie dello spirito, si perde e si procrea, sfiorando a tratti corde ultraterrene. Se 9 faceva cadere da qualche paradosso temporale  lo stile, e il secondo lo faceva sprofondare in un baratro di lugubre spleen, tutto ci si aspettava forse fuorché un disco come Mana (2022, Subsound). Soprattutto perché Kawax, il secondo flutto, appare come una figura rigida, come una calcificazione di istanze ancora epiche e gotiche, il metal come tappa terminale dell'ultima frontiera.

La stessa Lili ne parlava in termini di “Questo disco celebra la luce che rinasce dall’ombra, il moto delle viscere, le tempeste dell’animo. E' il viaggio cardiaco attraverso il buio. E' un esorcismo, un requiem, una rinascita” che, insomma, ci siamo capiti. Non a caso, dopo quello e il tour che ne seguirà, per il 12” ULU (2020, Subsound) il tripudio di recensioni sono perlopiù nei magazine metal-oriented, nonostante la complessità di un lavoro che avrebbe meritato sforzi linguistici migliori di quella roba maschia fatta di “tellurico” e “incandescente” e “apocalittico” e “lancinante” e  “monolitico”.

 

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L'interesse dell'affezionatissimo vostro nei confronti di Liliana così implode, non cessa mai di esistere ma è messo a dura prova. Passano anni. L'inverno del 2022 vien annunciato che Lili Refrain parteciperà a fine giugno al famoso Hellfest di Clisson, in Francia, notizia bissata poco dopo da quella del suo inserimento al Roadburn di Tilburg, nei Paesi Bassi. Gli occhi tornano a essere puntati su di lei: salta fuori un tour europeo prossimo alla partenza di ben 30 date e altre pare in via di conferma. Viene soprattutto fuori l'uscita di un disco, Mana appunto, la cui  grafica mi ricorda gli ZU di Carboniferus, ironia della sorte uscito in formato vinilico proprio per la Trips und Traume di cui sopra (“Sono felicissima - avrà modo di dirmi Lili - di avere come artwork, grazie a Paolo Sanna, noto anche come Animamundi, un piccolo scorcio della monolitica, atavica e ancestrale potenza della sublime terra sarda!”).

Ed ecco l'onda che torna a fluire dopo che la prima ha dato prospettive e la seconda, a suo modo, le ha chiuse. Quella che può sancire la dinamica definitiva, o semplicemente dissolvere. Un disco che se da un lato conferma l'andamento del gioco “refrainiano” dall'altro innalza l'umore generale con maturità e audacia inedite, una critica possibile a questo tempo, screziata di bassorilievi world e neoclassical e nervose oscillazioni ethno. “MANA è un disco davvero molto diverso da tutto ciò che ho prodotto fino a ora - mi conferma Lili - e non ho idea di che sorti avrà e come verrà accolto, per me è stato un gran lavoro e anche un nuovo modo di mettermi in gioco con il tipo di composizione usata, mi auguro essere stata in grado di restituire tutta la sua potenza anche senza usare i chitarrini del metallo a me tanto cari!”.

Foto di Tania Alineri
Foto di Tania Alineri

Viene allora un po' da chiedersi cosa sia successo negli ultimi anni per creare una simile muraglia di suono. “Dal 2013 si sono susseguiti molti concerti dal vivo - mi spiega - un desiderio crescente di esplorare frequenze diverse. Alle stratificazioni in loop di chitarre e voci ho iniziato a inserire le percussioni e in seguito anche i synth per avere le basse che prima mi creavo percuotendo magneti e microfoni. Ma è stata un'evoluzione graduale e avvenuta per lo più nei live, confluendo in ULU che è stato la terra di mezzo tra Kawax e MANA”.

 

Ecco, non so voi ma io preferisco gli artisti così parsimoniosi a quelli che sei mesi buoni non sanno stare, soprattutto se all'attesa paziente poi corrisponde ricerca, studio, composizione. “Per assurdo - mi confida schietta Liliana -  il blocco pandemico ha agevolato la ricerca che stavo intraprendendo da diversi anni. Ho iniziato a studiare il Taiko, una percussione giapponese che richiede grande allenamento fisico perché unisce le forme delle arti marziali all'impatto sulla pelle dello strumento. Questa antica arte, che per la prima volta porterò in tour, mi ha influenzata nella scelta di iniziare un percorso più orizzontale. Visto che con le chitarre ho espresso tutta la mia verticalità, ho provato a fare a meno di usarle, se non in soli due brani. Percussioni e voce sono gli elementi su cui ho lavorato soprattutto, ispirandomi pure ad altri registri vocali che non avevo esplorato fisicamente. Oltre alla lirica, canti giapponesi, sardi e bulgari mi hanno aperto orizzonti indubbiamente imprevedibili”.

Non a caso, la Subsound Records riporta sul proprio comunicato stampa le parole dell'ideatore del Roadburn, il quale descrive Lili come un mix tra Anna Von Hausswolff e gli Swans di Jarboe ma, mentre leggevo queste parole, con il disco nelle cuffie, mi è apparsa la locandina del nuovo tour dei Dead Can Dance e non ho potuto fare a meno di avvertire la stessa capacità di riuscire ad assimilare un suono gotico, esotico ed esoterico, medievale e classicheggiante nella struttura della canzone rock.

Foto di Tania Alineri
Foto di Tania Alineri

Lo dico ma lei, umile, ai paragoni preferisce di soffermarsi nel suo: “Provare a toccare corde profonde è ciò su cui verte il mio lavoro ed è ciò che cerco nella musica quando la creo e l'ascolto. Credo che la voce sia tra gli strumenti più potenti in questo senso e abbia un canale privilegiato per collegare qualcosa di ancestrale, che appartiene o è appartenuto a tutti, a qualcosa di assolutamente contemporaneo dato dal proprio vissuto individuale. In MANA ho voluto lasciare spazio all'aspetto evocativo”. Cosa che accade fin dai titoli che hanno tutti un significato semantico: alcuni derivano da termini delle arti marziali (Ki, Kokyu, Eikyou), dalla mitologia greca (Ichor) o da quella africana (Sangoma, Mami Wata) o polinesiana (Ahi Tapu), mentre altri sono in inglese (Travellers, Earthling).

Mana dovrebbe tradursi con “Forza Vitale”, che da adito a molte interpretazioni, da quella femminista a quella naturalista e così via. “E' una parola di origine polinesiana e il suo significato è un pochino più complesso – chiosa drizzando il tiro Lili - perché a seconda del luogo e della cultura che lo usa può significare tantissime cose. E' soprattutto un termine legato al mastodontico potere delle forze elementali che possono essere incarnate da un essere vivente, un oggetto o un luogo. E' una forza sacra e impersonale. Tutto il disco è un viaggio tra luoghi e momenti in cui scorre la propagazione di questa enorme forza”.

Una quindicina di anni fa stavo con una ragazza che avevo già capito mi avrebbe mollato per un suo compagno di corso. Interessi comuni, spiriti più affini, lo si percepiva lontano un miglio. Un giorno d'estate, andando a vedere una villa ottocentesca in Sicilia, lui uscì una Scala di Utley, secondo cui la terza onda sulla battigia è sempre la più lunga. Manco a dirlo non esiste nessuna Scala di Utley (e anche solo per il fatto che “terza” a partire da quando?), voleva solo fare colpo su di lei. Lo ammise candido, anni dopo, quando già formavano una coppia. La terza onda di Lili Refrain invece è vera, pura, concreta, un suono che trae le sue coordinate da stili senza tempo, tanto quanto pare esserlo la musica in esso contenuta, è il corpo ancora rigido, ma scosso dal fremito del momento che inizia ad accordarsi con le scintille dell'acqua in arrivo. Adesso c'è solo da farsi cullare, chiedersi chi sa come saranno le onde successive.

 

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L'articolo Lili Refrain ha perso la chitarra di giorgiomoltisanti è apparso su Rockit.it il 2022-04-22 10:04:00

Tag: album

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