Live 8, le corna d'Africa

04/07/2005 di



Questo articolo non vuole entrare nel preciso merito dei motivi del Live 8, il mega evento organizzato da Bob Geldof sabato 2 luglio 2005 per mettere pressione al G8 e all’opinione pubblica riguardo gli spinosi temi dell’Africa. Vuole bensì fare il punto riguardo alcuni accadimenti curiosi e paradigmatici che hanno coinvolto l’evento stesso, soprattutto in Italia. E fare qualche confronto, tanto per capire.

Com’è normale in occasioni di questo tipo, quando i concerti si vestono di importanti obiettivi e motivazioni, le opinioni si accavallano e la possibilità che si scontrino è sempre alta. Così succede che Damon Albarn accusi le star aderenti di voler esserci solo per farsi vedere; Noel Gallagher insulti a destra e manca (ci mancava, il caro vecchio stronzo); e gli italiani facciano una pantomima degna di una verifica di governo con Follini di mezzo. Se è vero che siamo un popolo amante delle chiacchiere, l’abbiamo nuovamente dimostrato anche questa volta.

La stampa nelle ultime settimane ha dedicato grande spazio all’evento, con una moda curiosa: “non c’è stato alcun cantante che non abbia smentito la propria presenza”, come ha scritto l’inarrivabile Guia Soncini. Molte ANSA si sono susseguite, le notizie si sono accavallate e le interviste agli artisti coinvolti hanno occupato importanti spazi redazionali su tutti i quotidiani. Chi poi è inserito nella mailing list dell’ufficio stampa Parole & Dintorni, vera macchina da guerra che arruola nelle sue fila molti degli artisti che contano, avrà visto in prima persona il battage epistolare che ha tenuto banco nell’ultima settimana: comunicati stampa che prima rettificavano notizie non ancora ufficiali che confermavano la presenza di molti artisti quali Ligabue e Negrita, poi ripensamenti e infine dichiarazioni di eminenti personaggi di Clear Channel, i quali si congratulavano con loro stessi e con i loro artisti per la scelta effettuata di partecipare. E ancora, in altri lidi, uno dei cantautori più amati in Italia, quel Claudio Baglioni criticato dalla sinistra settantottina e odiato dai giacobini degli anni 70 per sapere solo scrivere canzonette, prima rifiutava per motivi non meglio precisati, poi, in seguito ad una telefonata di Geldof, accettava e con una grande spinta promuoveva l’evento. Lo stesso Ligabue, impegnatissimo nella preparazione del suo disco e del suo unico live previsto per quest’anno, accettava di partecipare solo a patto di eseguire un paio di pezzi chitarra e voce. Stessa cosa faceva Elisa, che dopo una iniziale titubanza decideva di esserci, confermando addirittura anche il concerto che aveva già previsto per la stessa sera in un’altra città italiana. Non partecipava invece Vasco Rossi, il quale motivava così la sua assenza: “avevo già previsto un concerto, non voglio deludere i miei fans” (interpretiamo: “non me ne frega un cazzo, e se disdico un concerto rischio contusioni per lancio di bottiglietta”). Ma il clou veniva raggiunto con Pino Daniele, il quale prima confermava la sua presenza, poi qualche ora prima del concerto dava forfait e dichiarava: “non ci sarò contro lo strapotere degli inglesi e contro lo strapotere dei media”, motivazione che la dice lunga sulla qualità riflessiva del cantante con la voce più odiosa del pop blues. Gli unici che non rompevano i coglioni erano i Gemelli Diversi e Ron e Max Pezzali, che per fortuna non erano scelti come i principali soggetti delle interviste, evitandoci una mortale invasione delle banalità.

Praticamente, dunque, la situazione che si delineava era di una partecipazione sì, ma con scarso interesse. Infatti, mentre sugli altri palchi, come quello di Londra, si esibivano Elton John in duetto con Pete Doherty (per chi non lo sapesse, l’ex leader dei Libertines, futuro sposo della divina Kate Moss) eseguendo “Children Of The Revolution”, in Italia Elisa eseguiva un paio di pezzi chitarra e voce e fuggiva; mentre Youssou N'dour saliva sul palco assieme a Dido, a Roma si esibiva Ron voce e piano; mentre a Berlino si esibivano i Green Day, scatenando come al solito il delirio sotto al palco, e a Londra partivano gli REM, (i quali esordivano con un amabile: “hello, we are REM and that’s what we do”, e attaccavano “Imitation Of life”, e subito dopo “Everybody Hurts”, e ancora “Man On The Moon”, tripletta da sogno) in Italia si esibivano i prezzemolini di stagione, i buoni Negramaro; mentre a Philadelphia si esibiva a Will Smith e a Londra i Travis, in Italia Le Vibrazioni intercalavano un pezzo pieno di se ne frega con “questo è per chi se ne frega di chi sta male”, dichiarando infine “sono sicuro che oltre le nubi il sereno c’è, sta ad ognuno di noi”. Peggio aveva fatto solo Ms. Dynamite, che da Londra aveva urlato, prima di una pessima cover di “Redemption Song” di Bob Marley, “uccidiamo un bambino ogni tre secondi”. Ma l’apice veniva raggiunto quando, mentre a Londra si riunivano i Pink Floyd - che spezzavano di nuovo il cuore, fino alle lacrime, con una toccante “Wish you were here” e con un set già scritto nella storia -poco prima a Roma si reincontravano sul palco JovaLigaPelù, per eseguire la sempliciotta “Il mio nome è mai più”, ovviamente in acustico.

Tutto questo per dire una cosa semplice e forse anche un po’ banale: i nostri artisti hanno perso un’altra occasione per fare bella figura, non solo a livello internazionale ma anche nei riguardi di noi semplici ascoltatori, accuditi dal bravo Floris e dalla deliziosa Flavia (i quali hanno tappato i buchi di una regia piuttosto confusa, soprattutto all’inizio). Hanno creato un caos madornale per farsi tirare fuori dalla tana, i nostri quattro artistoidi primedonne, che neanche Madonna s’è messa a rumoreggiare con un simile delirio di atteggiamenti, paraculismi, provincialismi, arie. Per venire a fare cosa, poi? Nulla, un paio di pezzi chitarra e voce. Un paio di pezzi perchè bisognava esserci. Ma d’altronde non bisogna stupirsi di un Paese in cui a capo del Governo non c’è mica l’immenso Tony Blair, quello che nel tempo libero ruba i dischi dei Foo Fighters ai figli. No. Da noi c’è Silvio, con il suo Apicella. Chissà perchè non l’hanno invitato al Live 8.



Bob Geldof l’aveva detto: “per favore, evitate proclami politici dal palco”. Forse aveva capito che gli artisti quando si mettono a dire cose con parole importanti di fronte ad un microfono rischiano sempre di risultare degli stupidini. Ma Geldof dimenticava di doversi scontrare con gli italiani e soprattutto con i loro faccendosi promoter. E allora li adulò, li chiamò, li convinse (ma non troppo). Il risultato? Che a Roma – città leader nel mondo per il sostegno concreto alle popolazioni africane - è sembrata un po’ una presa per il culo. E invece di fare una festa degna di ciò che quotidianamente svolgiamo in quanto a solidarietà, ci siamo trovati a farci le corna (d’Africa) fra di noi.

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