Il live dei Fine Before You Came è sempre devastazione

Un concerto vicentino dei FBYC di questa incertissima forse-quasi-fine-pandemia, tra le insicurezze accumulate, le fobie e l'ansia da prestazione. Ma con una granitica certezza, dal vivo Jacopo e compagni non hanno rivali

FBYC live, foto di Giorgio Moltisanti
FBYC live, foto di Giorgio Moltisanti

Capita anche a Vicenza, città nota per contrasto tanto per l'inquinamento che per gli eleganti edifici progettati da Andrea Palladio nel XVI secolo, che uno si possa sedere al bar di un ex-Bocciodromo per bersi un bicchiere di buon rosso a prezzo sociale e assistere allo show di una delle migliori band italiane degli ultimi vent'anni.

I Fine Before You Came, da quel di Milàn direttamente negli anfratti più reconditi della vostra instabilità sociale e affettiva, hanno posizionato casse, microfoni, batteria e un cazzo di ciborio tipo astronavicella spaziale che non deve essere per nulla facile da trasportare dove hanno trovato posto sul palco interno, tra le dieci e le undici di una sera random di novembre (non c'è lo stesso hype dei Viagra Boys, ovvio) e si sono esibiti come se di fronte avessero i 20 mila del Forum di Assago.

foto di Jacopo De Benedictis
foto di Jacopo De Benedictis

 

Emocore sguaiato, viscerale, anestetico: punk. Dei ragazzi che di sicuro non puntano perché non hanno mai puntato sull'immagine (proprio normie, come quando li vidi la prima volta oramai quindici anni fa con la metà del pubblico e della personalità di stasera) in un contesto dove la maglietta e la divisa giusta ancora purtroppo contano ma suonano il miglior core oggi sulla piazza e che ora sia  più slow che emo alla fine anche sticazzi. Come dei primi Red House Painters, forse meglio, se non altro per l'abbattimento della differenza linguistica che in un genere così non è affatto cosa da poco.

Jacopo Lietti, come sempre appeso al microfono, sembra fatto come le merde: esile, magrissimo, barba di due / facciamo tre giorni, borse sotto gli occhi visibili dai bagni e una t-shirt azzurra e sudata dopo tre canzoni che nemmeno Rollins nel '83. Invece è probabilmente quello più lucido e sveglio dei presenti. Il maestro di cerimonia che fa sì che il pubblico si muova complice e coinvolto della stessa loro esibizione, occhi chiusi, intonando a squarciagola i ritornelli, Jacopo a contorcersi e dimenarsi, arrampicandosi sulle strutture del suono a ogni colpo della  batteria e della chitarra, è come il direttore d'orchestra con la sua bacchetta: gli astanti sono gli orchestrali al pari di chi suona con lui. Gli altri di dietro non sono certo meno coinvolti umanamente di lui.

Il suono che ne esce dalle casse è oggettivamente sfacciato, di una “sporcizia” emotiva così propria e viscerale che non rimanda più agli idoli Eversor ma anche e soprattutto ai Get Up Kids e ai Fugazi ma solo a loro stessi e poco importa se la scaletta di questa sera ha dato più spazio ai toni (apparentemente, si capisce) rilassati degli ultimi dischi mentre qualcuno si aspettava di pogare. Roba fuori dal mondo.

Foto di Jacopo De Benedictis
Foto di Jacopo De Benedictis

 

I FBYC di questa incertissima fine-pandemia mi riportano alla mente quando, una decina di anni fa, parlando di The Big Takeover dei Bad Brains, Harley Flanagan ne sottolineava la quiete e la densa calma apparente. Ecco, i FBYC palesano, meglio di tante altre interpretazioni in giro, quel ritornare alla musica live dopo due anni di immobilismo. L'incertezza, le fobie e le insicurezze accumulate, l'ansia da prestazione. C'è tutto. Come accennavo il concerto saccheggia l'ultimo album che è un piacere (di Acquaghiaccia ho ancora la pelle d'oca), poi la rimbalzano su In Numero Sette e che scivola su una Discutibile che è una sveglia per tutti che metà basta, così come se fosse la cosa più normale di questo mondo si ritorna a Forme Complesse e così via per un'ora e più di musica intellettualmente superiore nelle modalità comunicative.

Magari non sudano come bestie, come l'ultima volta (per me è stata al Krakatoa di Bologna) e non mettono in fila riffoni come se fossimo nel '84/'85 in un club americano di second'ordine di spalla ai Rites Of Spring, coi primi emo-kids (coi capelli lunghi) che si trovano a fronteggiare harcore punk inferociti, ma la loro musica è ancora così grande da destare ancora meraviglia, se non si fosse capito. Il pubblico (arrivato da ogni dove grazie al passaparola carbonaro di Alberto di Hero Booking sui social) applaude convinto. Jacopo e compagni, contenti come le pasque, si fiondano al banchetto del merch dove un ragazzo si sta già fotografando con due vinili in mano. I Måneskin intanto proseguono il loro tour con quattro canzoni in cartacarbone. Così va il rock and roll nel 2021. Vaffanculo

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L'articolo Il live dei Fine Before You Came è sempre devastazione di giorgiomoltisanti è apparso su Rockit.it il 2021-11-30 16:24:00

Tag: live

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