Marlene Kuntz - Live @ Palastampa - Torino Live report, 24/02/2001

25/02/2001 di Erik Gillo



Conseguentemente al recente battage mediadico, voluto e condotto dai dinosauri Virgin, Mtv, Rete 105 eccetera, che ha incontrovertibilmente incrementata la visibilità del gruppo, e in seguito allo split con Skin, finanche alla benedezione ricevuta da Gigi D’Agostino - "Marlene Kuntz: il miglior gruppo italiano!" – era lecito attendersi un tour diverso da quelli delle scorse stagioni: una definitiva linea di confine tra ieri e domani, dopo quella appena tratteggiata con il deviante e per certi versi controverso "Che cosa vedi". Ci si poteva aspettare una grande affluenza di pubblico, un’invasione di Mtv-children – il concerto si è tenuto di sabato sera – una diserzione degli immancabili veterani più intransigenti cui è sgradito sapere i Marlene Kuntz in broadcasting. E pari sospetti erano rivolti alla scelta dei pezzi e alla presenza scenica dei quattro cuneesi.

Ma va detto che nulla, o quasi, come vedremo, di quanto congetturato, è stato confermato dai fatti.

La temperatura esterna è abbastanza fredda, ma il Palastampa è già gremito e la temperatura è decisamente più mite. Il pubblico è dunque numeroso ma, così su due piedi, non mi pare di scorgere novità scignificative, né quantitativamente né qualitativamente. Appena scoccata la ventiduesima ora del giorno i Marlene emergono dall’ombra e, come ampiamente prevedibile, molestano i presenti con la disillusa insofferenza di "Cara è la fine", subito seguita da "2001 odissea nello spazio". E via con la sempre apprezzatissima ed intensa "Ape Regina", la storica "Lieve", e "Trasudamerica", retaggio di un passato degno di essere rimembrato a lungo. L’atmosfera è ancora satura di tensione narrativa quando il volume s’abbassa, e un riverbero che s’allontana introduce uno squarcio d’intimismo che si concretizza in una improvvisazione che i Marlene stessi ci hanno abituato a chiamare "spora". Qualche fischio di disapprovazione emerge dalla platea, ma alla distanza vengono soverchiati da applausi di gradimento: la spora sfocia in "La canzone che scrivo per te", in cui i fischi stessi divengono urla di gaudio, che poi si rigenera in "Infinità". Con le successive "Canzone di oggi", "Malinconica", "Il vile", "Chi mi credo d’essere" i rari accendini accesi muoiono soffocati da un sudore che torna a evaporare dal parterre materializzando i fasci di luce che colorano l’aria densa. Qualcuno s’avvia verso l’uscita e porta via con sè i fischi di poco fa.

A ben vedere i Marlene hanno snobbato album quali "Il Vile" e "Ho Ucciso Paranoia", ma questo fatto non va considerato una rottura col passato all’insegna di una paventata mercificazione, dal momento che in alcuni frangenti emergono quasi più che in passato le ascendenze dichiarate dei Sonic Youth. Una spora sembrava uscita da una qualsiasi raccolta di divagazioni soniche catalogate SYR come anche la trasfigurazione della conclusiva "Grazie" mi ha richiamato alla mente i Maestri newyorkesi: Riccardo che pugnala il corpo della chitarra in feedback, Cristiano che agisce manualmente sul suo jack secondo la scuola Lee Ranaldo, Dan ricurvo sul basso corretto da effetti, allentandone le corde fino al limite degli infrasuoni, e Luca che emula il pianoforte con uno xilofono.

Consueto ritorno per i bis: "L'Odio Migliore", l’autocelebrativa "M.K.", "Sonica" e una "Serrande Alzate" straziata da un inatteso crescendo entropico. Il concerto è finito e personalmente sento la mancanza di classici come "Festa Mesta" e "Retrattile" e di gemme quali "Ineluttabile", "In Delirio", "Aurora" e "L’Esangue Debora": insomma, ormai il repertorio è pingue e la selezione si fa dolorosa. Ma infondo ciò vuol dire che la qualità del repertorio è molto alta e che non è necessario ricorrere a fastidiosi riempitivi. Giusto merito ai Marlene Kuntz, dunque.

Apparirà chiaro, a questo punto, che i Marlene dal vivo dimostrano che non vi è alcuna rottura col passato in trincea, come poteva apparire su disco. Né è cambiato l’atteggiamento della band sul palco, spesso accusati di arroganza e da sempre contraddistinti da quella sorta di a-comunicatività da artisti ermetico-intellettualoidi, ormai proverbiale, tanto che due ragazze a me limitrofe mimano un teatrale svenimento quando Cristiano raramente ringrazia con fredda compostezza.

Unico elemento di rottura con il passato sembra essere una maggior opulenza del tour, grazie ai nuovi sponsor: un migliore impianto luci e relativa scenografia in primis. Un’opulenza che si ripercuote anche sulle nostre tasche, dato che il prezzo del biglietto, ahinoi, è praticamente raddoppiato nell’ultimo anno.



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